Ma voi lo sapete cos’è un poetuber?

di Franco Cascio /

Ma voi lo sapete cos’è un poetuber? E’ un “coltivatore diretto” della poesia che offre i suoi versi a chilometro zero sul web. Se all’amore per la poesia e alla consapevolezza che la vita moderna impone ritmi sempre più vertiginosi unisci le nuove tecniche di comunicazione, il gioco è fatto. D’altronde, non è forse vero che viviamo in un’epoca in cui ogni momento libero ci sembra rubato ai nostri impegni quotidiani (chissà quali poi)? Prendi l’informazione, per esempio. Testi brevi e sintetici, video di pochi secondi. Chi lo trova più il tempo per leggere un giornale o guardare un Tg?

E allora Angelo Vitale, che con l’informazione ci paga il mutuo a Milano e che da sempre ne segue le continue trasformazioni, è riuscito a coniugare la sua competenza in quel campo lì con la sua snaturata passione per la poesia. E si è inventato la definizione poetuber. Ha aperto un canale YouTube e lo ha riempito con i suoi versi, raggiungibili da chiunque e da qualsiasi dispositivo. Non è come sfogliare le pagine di un libro, certo, ma trascinare con tatto la poesia all’interno delle nuove tecnologie, adattarla al mondo 3.0, è già qualcosa di poeticamente coraggioso.

Chissà se altri seguiranno il suo esempio, chissà quanti altri poetuber partorirà la rete. Intanto abbraccio il mio amico Angelo e le sue web-poesie. Ma anche voi che non sapevate cosa fosse un poetuber, provate a regalarvi un momento di poesia all’indirizzo https://www.youtube.com/channel/UCxs3i7pVQJE2jAHPfsF4keg

P.S. A prestare la voce alle poesie di Angelo è l’attore e regista Vincenzo Pirrotta, mica bau bau micio micio…

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Il venditore di fiori

di Filippo La Torre /

Una voce rauca e incomprensibile attraversa ogni santa mattinata la lunga strada che porta a Mondello. E’ il mio orecchio sinistro a percepirla di più, sempre tra le dieci e mezzogiorno. E’ sgradevole ma non cacofonica, rimanda alla memoria note che arrizzano la pelle e testimoniano brandelli di vite dolorose. Mi ricorda la voce di Rosa Balistreri e i canti solitari dei carrettieri.

E’ la quinta settimana che prendo posto di fronte a questo computer e ancora non ho chiesto alla mia amica che cosa abbannìa l’uomo che tra le dieci e mezzogiorno transita sotto il nostro balcone. Cos’era? – mi chiedevo. La paura della verità? Di quali verità? Nemmeno mi affaccio. Ho paura che la voce dell’uomo si accompagni a una deformità che somma sfortuna a sfortuna. Ogni tanto sento anche voci di donna, soltanto di donne, che richiamano l’attenzione dell’uomo. A me cinque, ti calo il paniere. Un’altra dice: A me sette ma ne pago sei perché l’ultima volta uno l’ho buttato. Donne, soltanto donne e mai una replica.

L’altro giorno ha sostato sotto il balcone, lentamente sentivo la voce avvicinarsi, passo passo e con pause sempre più crescenti, come se prendesse fiato. Poi l’esplosione, forte, come di vulcano attuppato. La voce era da baritono ma mi era arrivato soltanto un grido prolungato quasi da bestia ferita e poi più nulla. Ho atteso solo pochi secondi prima di scostare la tenda. In quel momento la strada era piena di gente, riuscii a mettere a fuoco alcuni uomini che transitavano sui marciapiedi ma nessuno somigliava a un venditore ambulante e nessuno teneva mercanzia tra le mani. Altri già mi davano le spalle mentre si allontanavano.

La notte scorsa ho dormito poco, ho avuto i primi incubi appena chiuso occhio. Dal profondo di un pozzo si liberava la voce cavernosa e rauca dell’uomo che abbannìa. Mi affacciavo ma il buio mi permise soltanto odore di pelli umide. E poi la notte successiva nuovamente il pozzo, nero e umido, e la voce disperata di un’anima del Purgatorio. Devo conoscerlo, non occorre certo dargli confidenza. Devo sapere. Forse che la mercanzia offerta si sposa con la sua voce rauca e sconosciuta? La mente esplora, disarticola, salgono a galla solo mantelli neri.

Il sole oggi è troppo forte, l’acqua di Mondello sarà come il brodo. Questo è il mio pensiero già alle otto di mattina. Me ne sto al computer a scrivere minchiate. La voce, puntuale, arriva alle dieci. Mi alzo dalla sedia, scosto la tenda, alzo la zanzariera e mi affaccio sulla strada. Lui è lì. Un tuareg senza turbante, la pelle colore dell’ebano, età indefinita. Trenta, quaranta, cinquantanni? Il sole di luglio lo aveva pennellato di nero lasciando in bella mostra – anzi, a risaltare – due occhi colore del mare, azzurri come quando il cielo gli fa da coperta. Attiro la sua attenzione. A me una dozzina. Freschi, mi raccomando, me li dia freschi. Garofani e tulipani, di tutti i colori.

Camilla e gli angeli

di Ennio Tinaglia /

Dire che quel giorno era uscita per andare a donare il suo sangue, significherebbe non raccontarla giusta. Lei, Camilla, non lo sapeva. Quando i suoi padroni le avevano messo il collare e fatto balenare il guinzaglio, aveva cominciato a dimenarsi per la felicità. “Mi stanno portando alla villa, anzi no, forse al mare, come avviene spesso in questi giorni” – questo si sarà detto.

Non poteva sapere che i suoi padroni non ci avevano pensato un attimo quando li aveva chiamati un loro amico. Aveva trovato per strada un povero cane abbandonato e quasi in fin di vita. “Serve una trasfusione. Urgente”. Così gli avevano detto in quella clinica veterinaria. Ma qualcosa deve essere andato storto, in quella maledetta clinica. Camilla aveva dato il suo sangue, ma al risveglio dalla sedazione che le avevano somministrato non era più la stessa. Si muoveva a malapena, non mangiava, non beveva, sembrava assente, faticava a stare in piedi. “Aspettiamo ancora. Forse fra un po’ si riprende”.

Invece no. Camilla stava sempre peggio. Qualcuno la mette in braccio, una corsa alla clinica. “Che avete fatto al mio cane”? Sguardi bassi. Sguardi imbarazzati. “Non è nulla di grave, sarà l’effetto della sedazione. State tranquilli, si riprenderà presto”. Non è così. Dopo, solo dopo si saprà che Camilla aveva le piastrine troppo basse e che lei il suo sangue non poteva darlo. I giorni passavano e Camilla peggiorava. Del tutto assente. Gli occhi gelatinosi, quasi inespressivi. Anzi no. Una residua capacità espressiva degli occhi Camilla la manteneva. Le serviva a tranquillizzare i suoi padroni. “Lo so che non siamo andati al parco quel giorno e neppure al mare. Ma in un altro posto. Fa niente, se andava bene per voi, andava bene anche per me. E’ che proprio non riesco a muovermi, non so cosa mi sia successo. Ma vi voglio bene. Ma non riesco a darvi neppure una leccatina. Ma voi, perché continuate ad accarezzarmi e a dirmi “Camilla, perdonaci, noi non volevamo questo. Perché? Perché piangete?”.

Camilla se ne sta andando. Cane eroe, cane generoso. Ma a sua insaputa. E’ cosi che funziona per i cani, siamo noi a decidere per loro. Si fidano ciecamente. Ci seguono. Anche quando facciamo i maledetti bastardi e li leghiamo al guardrail di un’autostrada. Alcune febbrili telefonate a vari veterinari. Nulla, i telefoni staccati. Tutti in vacanza. E’ agosto inoltrato. E loro non vogliono riportarla in quella clinica e in nessun’altra clinica. Vogliono un veterinario amico al quale affidare ogni residua speranza.

Mi arriva una telefonata. Sono le 22. Vengo messo al corrente della situazione, “Ennio, sai se il tuo veterinario è a Palermo?”, “Cazzo, no, è partito, è partito l’altro ieri. Tornerà a fine mese. Ma non importa. Lo chiamo lo stesso. Ti faccio sapere”. Compongo il numero. Ci metto un attimo. E’ tra i preferiti. Il telefono è staccato. “Sta tranquillo, mi dico. Vedrà la chiamata e ti contatterà. Lui ama i cani, lui li cura. Lui ama le persone. Lui lo sa che i cani non si ammalano solo nelle ore di ufficio. Ti chiamerà. Ha fatto sempre così. Dio, fa che sia così ancora”.

Mi squilla il telefono. Sono quasi le 23. Gli espongo la situazione. “I miei amici sono disperati” – gli dico. “Dai il mio numero e fammi chiamare”. Si sentono. Due, tre farmaci da somministrare, ma subito. “Mi chiami fra qualche ora e mi tenga informato”. Il farmaco ha un effetto celere. “Dottore, Camilla sembra stare meglio. No, non bene. Ma meglio. Scodinzola, ha lo sguardo più vigile”. “Ottimo. Allora dia questa pillola ogni tre ore e mi tenga informato, costantemente. Al mio rientro, fra qualche giorno, ci vediamo”. Continuano a sentirsi o a mandarsi whatsapp. Ogni giorno, più volte al giorno, mentre lui è in vacanza.

Fine della storia. Camilla ora sta bene. E’ ritornata con noi. Qualche ora di ritardo, solo qualche ora, e non ci sarebbe stata più. Forse lei non lo saprà mai. Ma gli angeli ci sono. Loro non vanno mai in vacanza. Neppure ad agosto.

La favola di Alex Hunt

di Lucio Luca /

A tre anni, quando vide in tv una vecchia finale di Wimbledon, quella tra il capellone neozelandese Chris Lewis e il mito americano John McEnroe, confidò ai suoi genitori che il tennis sarebbe diventata la sua vita. Papà e mamma lo guardarono con dolcezza, gli sorrisero, poi cercarono di dissuaderlo. Ma Alex non è mai stato un ragazzo facile da convincere, nemmeno da piccolo. E certo non poteva bastare una protesi a fargli cambiare idea. Già, perché Alex Hunt è nato 23 anni fa in Nuova Zelanda senza il braccio sinistro, e giocare a tennis per uno come lui sembrava un’impresa impossibile. Figurarsi poi contro i professionisti della racchetta, quelli che girano il mondo alla ricerca di punti per poter competere con i top player nei tornei più importanti.

“Sono nato con una mano, e i miei genitori mi hanno messo una protesi fin dai sei mesi, era minuscola e ogni anno veniva sostituita. Ho sempre avuto un sogno, giocare in un Grande Slam, penso che quando pratichi uno sport sia normale. E ora l’obiettivo del prossimo anno è quello di entrare nel ranking mondiale”. Alex l’aveva detto a dicembre a un cronista del giornale della sua città e l’altra notte il suo sogno è finalmente diventato realtà. In un Future da 15 mila dollari nel Guam, Hunt ha surclassato 6-0 6-0 la wild card Christopher Cajigan e ha così ottenuto il suo primo storico punto nella classifica Atp.

Alex, classe ’93, ha appena concluso il suo percorso di studi al St Mary’s College negli Stati Uniti per il quale ha giocato nel campionato NCAA. Si allena nel circolo tennis di Bangkok e partecipa soprattutto ai tornei thailandesi. Per i campioni sportivi con disabilità è già un’icona: “Ho un altro grande sogno, ispirare bambini o altre persone che hanno disabilità, a non preoccuparsi, perché possono vivere una vita normale. Con questa vittoria voglio dare loro speranza e mostrare che è possibile vivere una vita normale. Oggi è il giorno più bello della mia vita”. Adesso Hunt spera di poter giocare anche più lontano da casa e magari di incrociare così il suo idolo Roger Federer: “Mi ha sempre colpito il modo in cui ama questo sport, come scende in campo. È per questo che voglio continuare a giocare e mi auguro che un giorno, magari, accetti di fare qualche scambio con me in un campo da tennis”.

Nei prossimi mesi il giovane neozelandese si allenerà in Spagna dove spera di poter fare base per giocare qualche Future in Europa: “Cosa cambia adesso? Nulla, davvero. Continuerò ad allenarmi duramente, vedremo cosa succede. Certo, se proprio dovessi esprimere un altro desiderio, direi che qualificarmi per Wimbledon sarebbe magnifico. Chissà, magari ci riuscirò…”.

(da Repubblica.it)

 

Quando finisce un Amore

di Guido Morello /

Si dice che quando si è in punto di morte, si riveda in pochi secondi tutta la propria vita. Non so se sia vero, se sia possibile che in pochi istanti possa racchiudersi una vita intera, ma credo che quando ci si separa dalla persona che amiamo, consapevoli che nulla tornerà come prima, si sperimenti qualcosa di molto vicino al momento in cui finisce la vita.

La fine di una storia d’amore è la conclusione della vita nella sua espressione più bella, più importante, più poetica. Non esiste niente di più vitale dell’energia scaturita da due persone che si amano, che quando si guardano negli occhi il mondo attorno scompare, che in un abbraccio possono vivere istanti di eternità.

Nell’elaborazione del fatto che tutto questo sia finito, la mente ripropone scene del passato, le più belle e significative, ma anche flash di attimi dimenticati, nascosti negli angoli più remoti della memoria. Ogni oggetto, canzone, parola che possa riportare a dei momenti passati insieme, scatena un forte temporale di emozioni e lacrime.

Credo che l’acuirsi della sensibilità – in momenti come questo – sia un aiuto che il cervello invia per riuscire a elaborare più facilmente il tremendo dolore che solo la fine di un amore può provocare. Perché mentre il dolore fisico, tranne nei casi più estremi, può essere distratto dalla mente, il dolore dell’anima permane costante, fino a che non sarà lei a decidere quando smettere di soffrire.

Innamorarsi è un rischio che io continuerò a correre, perché anche se in questo momento ho perso fiducia nelle persone, credo ancora fortemente nell’unico sentimento che in questa illusoria esistenza ci fa sentire davvero vivi: il vero amore.

Il coccodrillo può attendere (e Cascio pure…)

di Ennio Tinaglia /

Buongiorno, amici. Io sono Pippo. Molti di voi già mi conoscono perché il mio padrone – si chiama Ennio – si diverte ad essere “social” e vi ha già raccontato un sacco di cose di me.

Oggi, 1 Giugno, è il mio compleanno. Sono 12 anni. Gli esperti dicono che corrispondano, più o meno, agli 80 di un essere umano. Insomma, sono un vecchietto. Del resto, sono pieno di acciacchi, prendo gastro-protettori, pillole per la funzionalità epatica e renale, talvolta pure il cortisone. Ho pure qualche problema di decadimento mentale. Forse è per questo che, ogni tanto, quando mi scappa in casa, mi dimentico di fare la pipì nel faldone messo in balcone, come mi hanno insegnato da cucciolo. Il mio padrone finge di incazzarsi e mi dice “Pippo, ma che minchia combini porca buttana” – ma poi gli passa. Del resto, il veterinario sostiene che è normale che accada alla mia età. Praticamente perdo colpi, ed Ennio, quando lo ha saputo, gli ha detto “e semu chiossai”-  il che vuol dire che anche lui ha qualche problemino.

Complessivamente, però, non mi lamento. Tutti mi vogliono un gran bene. Anche le persone del quartiere, gli abitanti del palazzo, mi fanno sempre le coccole. Si, sono un cane molto conosciuto in giro. Da un paio di anni ho pure un nuovo amico. Volendo, sarebbe mio nipote. Sto parlando di Mattia, un bimbo che ha quasi due anni. Vuole sempre giocare, ma io, dopo un po’, mi stanco e me ne vado nel divano. Lui però, non mi molla e mi si butta addosso, mi tira le orecchie, mi abbraccia. Non che la cosa mi diverta ma, come potete vedere, mi metto lo stesso buono buono e lo lascio fare.

So come sono fatti i bambini. A casa, però, stanno sempre in allerta. Non vogliono che Mattia esageri e non ci lasciano mai giocare da soli perché, così dicono, “sono sempre un cane”. Pensano che potrebbe anche partirmi “l’embolo”, cosa che, spesso, capita a voi uomini. Li capisco. Ma posso garantirvi che, in ogni caso, io a Mattia non farei mai del male. Confesso che all’inizio ero un tantino geloso. Ma tutti sono stati bravi. Coccole per lui e subito dopo per me. O coccole in contemporanea. E poi, ogni volta che Mattia arriva, c’è sempre una crocchetta per me. Anzi, ora è lui stesso a darmela. Li ho sentiti parlare. Dicono che in questo modo io capisco che Mattia è della famiglia e che devo essere felice ogni volta che arriva. A dire il vero, sono cose che ho sempre saputo. Ma contenti loro…

Ormai io e Mattia abbiamo raggiunto una bella intesa. Quando mangia vado a piazzarmi sotto il suo seggiolone e aspetto che lui mi molli qualcosa. C’è solo un problema: i suoi biscotti. Sono buonissimi, ma Ennio non vuole che io li mangi. Non sono adatti per i cani. Mattia se li gusta sgambettando per casa. Io faccio finta di niente, ma lui spesso me li viene a strofinare sotto il naso, per poi provare a scappare. Ed è lì che io glieli sfilo dalla sua manina. Con delicatezza, sia chiaro. Ma glieli fotto. Del resto, in tema di furti, ho una discreta esperienza.

Da giovane, al parco, mi chiamavano Arsenio Lupin per la mia straordinaria abilità di rubare dalle borse delle persone. Non era solo cibo. Ho rubato di tutto. Sigarette, occhiali, fazzolettini, tabacco, tutto ciò che poteva essere a portata di bocca. Non me ne facevo niente, ma era per il piacere. La prima volta che al parco ho rubato, avevo 5 mesi. Era il pennello dell’operaio della villa che stava pitturando la recinzione. Insomma, ero una leggenda. “C’è Pippo, occhio al portafoglio”. Così dicevano. Provate a chiedere in giro. Vedrete che troverete qualcuno che ancora si ricorda di Pippo il ladro.

Tornando ai biscotti di Mattia, lui si mette a piangere e a me tocca essere rimproverato. L’argomento è stato discusso in casa più volte. Il mio padrone ne parla come fosse in Tribunale, sostenendo che ci sono due diritti “di pari dignità”. Quello di Mattia di mangiare il biscotto liberamente e quello mio di provare a rubarglielo, perché è quella la mia natura. Gli ho sentito dire che, tra gli uomini, quando ci sono diritti che configgono, interviene una Corte regolatrice e che comunque è giusto che io rubi il biscotto quando mi viene strofinato sotto il naso, “così Mattia comprende bene la differenza che esiste tra il diritto e l’abuso del diritto. “E’ una cosa che gli servirà nella vita”. Non c’ho capito granché, ma che volete? Ennio la butta sempre in diritto.

Ad ogni modo, oggi mi godo la mia festa. Che altro dirvi? Auguri a me e buona vita a tutti. Ops, dimenticavo: c’è un caro amico del mio padrone. Si chiama Franco Cascio. E’ un mattacchione che non vi dico. A quanto pare ha pronto il mio ‘coccodrillo’, credo che sia quella cosa che i giornalisti scrivono prima e che poi tirano fuori quando qualcuno muore. Compare Cascio, tanti cari saluti anche a te. Lo so, lo so che anche tu mi vuoi bene. Fai una cosa: tu intanto continua a prendere appunti, ma per quanto riguarda il ‘coccodrillo’… “un ti siddiari, anticchia i pacienza, eh?”.

L’amore al tempo di La La Land

di Francesco Massaro /

Ho visto con colpevole ritardo La-La-Land. Pensavo fosse un film un po’ così. Mi sbagliavo. È un film bellissimo. E poi quei due sono meravigliosi. Si conoscono, si annusano, si innamorano. Poi si incasinano, perché a volte capita di incasinarsi.

Lui insegue il suo sogno di aprire un locale tutto suo e per farlo suona una musica che non ama. Lei sogna di diventare un’attrice, lui è distratto come gli uomini sanno essere, però la sostiene, la spinge, la sprona, a modo suo ma lo fa. Si amano perché sono anime gemelle. Però a un certo punto si perdono. Lei va a Parigi e diventa una star. Lui resta a Los Angeles e apre il suo locale, il Seb’s.

Si incontrano per caso cinque anni dopo. Lui è rimasto solo, suona finalmente la sua musica. Lei è col marito. Si capisce che è un uomo solido. Lei forse lo ama ma lo ama soprattutto perché è un uomo solido e le garantisce quello che l’altro non avrebbe potuto. Si guardano. Si guardano e non dicono una parola. Lei ha sposato un uomo solido, ha una bambina ed è a suo modo felice. Lui è rimasto solo con la sua musica perché forse l’unica donna con cui avrebbe potuto dividere la sua vita era lei.

Le donne non dovrebbero mai scegliere un uomo solido. L’uomo solido sa di resa, non voglio più soffrire e scelgo un uomo solido. La casa perfetta, la tata, lui che paga i conti regolarmente senza farsi mandare il sollecito dell’Enel (ma come fanno?), lui che c’è sempre, lei che lo sa e gli dice grazie per esserci sempre e mentre glielo dice pensa a quell’altro che suona da solo in un locale jazz. Non era l’uomo che avrebbe voluto, non avrebbe mai potuto cambiarlo ma lo amava e lo ama. Soprattutto perché non è un uomo solido, e non lo sarà mai.

Buon compleanno, Scirea

di Franco Cascio /

Uno come lui nasce una sola volta. La sua carriera, così come la sua vita, dovrebbe essere presa ad esempio nelle scuole calcio per educare i calciatori di domani. Quanto ci manca Gaetano Scirea, quanto manca al calcio di oggi fatto di ragazzotti sopravvalutati, viziati e tatuati, di ricchi imprenditori giunti dall’altra parte del mondo pronti a far man bassa delle nostre squadre, senza sapere nemmeno come è fatto un pallone, di mercenari e di società spregiudicate che si intestano titoli che in realtà sul campo non hanno mai vinto.

Scirea ha fatto parte di un calcio che non c’è più, quel calcio dove prima di ogni cosa vigeva la regola del rispetto dell’avversario. Un Mourinho, per dire, con il suo “zero tituli” – beffa per i rivali sconfitti – non avrebbe mai potuto allenare Scirea. Anzi, Scirea non si sarebbe mai fatto allenare da uno come lui.

“A volte mi chiedo come mi vedono i ragazzi, i bambini. E penso che vorrei mi vedessero come io vedevo lui”. A parlare è Alessandro del Piero, un altro mito del calcio, un altro mito della squadra più gloriosa del calcio italiano, checché ne dicano rivali e detrattori. Genitori di origini siciliane, una carriera quasi tutta in bianconero che gli farà alzare al cielo 14 trofei. E poi il mondiale, quello più bello, quello di Spagna 1982.

Signore in campo e fuori, calciatore elegante e moderno, Scirea era un giocatore corretto. Mai un cartellino rosso in tutta la sua carriera, un primato singolare per uno che in campo era chiamato a difendere la propria squadra dagli attacchi degli avversari. Appese le scarpe al chiodo, Scirea sarà chiamato a fare parte della dirigenza juventina con il compito di osservatore delle squadre avversarie. Proprio un suo viaggio in Polonia, in prossimità di una gara della Juve contro una formazione polacca in coppa Uefa, gli sarà fatale. Morirà carbonizzato in un incidente stradale la domenica del 3 settembre 1989, mentre in Italia andava in onda la Domenica Sportiva.

E infine la notte dell’Heysel. La pagina più brutta della storia del calcio racchiude però un’immagine emozionante che in pochi dimenticheranno. In uno stadio in preda alla follia collettiva, Gaetano Scirea prende in mano il microfono e dice: “State calmi, non accettate provocazioni. Giocheremo per voi”. “Giocheremo per voi”. Non avrebbe potuto utilizzare parole migliori per consegnare alla storia la spiegazione per cui le squadre decisero di scendere in campo. Anche se molti, a distanza di anni, forse perché in mala fede, quelle parole stentano ancora a comprenderle.

Oggi Gaetano Scirea avrebbe compiuto 64 anni. E avrebbe festeggiato i sei scudetti consecutivi vinti dalla sua Juve. Sei, come il numero di maglia che indossava. Buon compleanno, mitico Gay.

Niente è per sempre, ma tutto è possibile

di Antonella Folgheretti /

Le nostre piccole illusioni d’amore. Come quando, nascoste dietro alle pagine di un libro, sedute su una panchina, al parco, al mare, nel pomeriggio di un caldo maggio, vogliamo credere che là, proprio là, dietro a quell’angolo, mentre i nostri capelli puliti e lucenti svolazzano al vento, sta per spuntare un uomo che, dopo aver combattuto battaglie indicibili, ci guarderà e ci amerà follemente, dedicandoci persino poesie.

Ma l’amore spesso è solo nostalgia, un luogo dell’anima dove abbiamo parcheggiato qualche volta l’idea di qualcuno. Nel momento in cui ci ritroviamo sole, i ricordi non sempre sono benevoli per ristabilire un equilibrio, per cercarne un altro. Sono come quelle case dei centri storici disastrati, che odorano di rancido, costellati di cartacce, di buchi. Case afflosciate sui propri sogni, che ancora vi abitano. Proprio come noi, che ne abbiamo dentro un nugolo infranto.

E allora, forse, se si scioglie il groppo in gola, rimaniamo a goderci la panchina, e il sole, e le illusioni d’amore che fanno spuntare il sorriso. Così, alla rinfusa, incediamo.

Io, ex marito, vi dico che…

di Ettore Zanca /

Con la recente sentenza sull’assegno di mantenimento, la Cassazione ha nuovamente riportato in auge i discorsi sul rapporto tra ex coniugi. La suprema corte ha stabilito che non conta più il tenore di vita, bensì l’autonomia dell’altro per commisurare l’assegno. Alla base di tutti i dibattiti, c’è proprio l’annosa questione della quantificazione economica della fine di una storia.

Tutto questo sarebbe facile e doloroso solo a livello personale, se non comprendesse spesso anche i figli. Palline da flipper innocenti, scagliate nel rimpallo emotivo dei genitori. Oltre ai casi di cronaca, il quotidiano è costellato di padri e madri che hanno una controparte non sempre collaborativa, dalla latitanza emotiva ed economica di alcuni padri, fino alla scarsa comprensione di alcune madri che utilizzano i figli come arma di ricatto. Il campionario delle ex famiglie che non si accorgono di danneggiare i figli con erosione graduale è sempre più ricco. Non ho elementi in più per suggerire come possano cambiare le cose, se non uno. L’equivalente di quella che nella diplomazia dei paesi si chiama ragion di stato. Ovvero cercare di fare anche cose irrituali pur di raggiungere l’obiettivo di far prevalere l’elemento più importante nello sfaldamento del gruppo familiare: la serenità filiale.

A parole siamo tutti bravi, sicuramente. Quando parliamo con gli amici, saremo sempre la parte che subisce le vessazioni dell’altro ex coniuge, raccontiamo atti di dittatura e violenza morale, utilizziamo termini poco edificanti. Risiede nell’anima umana, specie all’inizio, questo livore che esplode. Ma col tempo dovremmo capire che tutto quello che diciamo o facciamo, farà parte dell’edificio emotivo di chi amiamo. Se a casa chiamiamo con termini poco gentili la madre di nostro figlio, non gli stiamo facendo un favore, gli stiamo dicendo che dopo l’amore c’è solo rabbia e frustrazione.

Sono passato anche io dal vortice di una separazione, per diversità varie di vita e di scelte. Alla luce di una mia “ragion di stato”, fuori dal matrimonio sto provando a fare una vita con cose che forse non avrei fatto all’interno del nucleo familiare. Se ci siamo impoveriti come famiglia, voglio almeno provare ad arricchire il rapporto padre-figlio. Ma quello che mi ha sorpreso è stato vedere che in molte famiglie separarsi è diventato un modo di mettere in cantiere nuove opportunità di rapporto e dialogo. Se non altro è passato un messaggio, meglio felici da separati che infelici per convenzione e opinione pubblica, ma senza amore. Madri che non speculano sull’orario di riconsegna dei figli, che vengono incontro al padre che ha difficoltà economiche abbuonando alcune mensilità, padri che sono molto presenti e lottano per passare tempo di qualità vera con i figli e assicurare presenza. Senza protezione asfissiante, ma con una cura particolare da non trascurare.

Tempo fa parlavo con Anna Messina, una mia amica bravissima nel suo mestiere di avvocato. Anna è una di quelle persone che hanno fatto delle difficoltà che comporta un divorzio, un percorso in cui non si fa la guerra ma si costruisce un ponte, molti clienti la ringraziano alla fine per la saggezza con cui li ha guidati. In un momento delicato del mio percorso di padre separato ha guidato anche me. Mi ha fatto capire che di tanti comportamenti della madre di mio figlio, non dovevo dare un giudizio severo. Mi ha fatto capire il punto di vista di una donna che si separa, per vita, scelte e opportunità che vanno via. Mi ha aperto una finestra con un panorama nuovo, quella della gestione del disaccordo come una crescita e non come uno stop pieno di pregiudizi.

Io non so a cosa porterà la recente sentenza di Cassazione, ma posso affermare che ho capito due cose: una è che se si dice di amare davvero i propri figli, bisogna imparare a non odiare colui o colei che nostro figlio ama, l’altro coniuge. Sembra un gioco di parole, ma è tutto fondato su quello, accogliere quello che per lui è importante. L’altra cosa che ho capito è che chi supera indenne una separazione e costruisce un equilibrio per i propri figli, in cui si morde la lingua piuttosto che andare alla pugna, potrebbe tranquillamente fare la carriera diplomatica. Cosa vuoi che siano Trump e Kim di fronte alle recriminazioni e alle accuse che minano gran parte delle sentenze di divorzio?