Gocce

Gocce. Erano gocce di piacere. L’una dopo l’altra. Pure quell’ultima. Che si sapeva già fosse l’ultima. E fu per questo tiepida. Forse insapore. Una goccia che evaporó quasi subito, prosciugata dalle inesorabilità delle convenzioni. Eppure aveva la forma delle altre. Le mille e più altre gocce.

Gocce clandestine e roventi. Inevitabili e non per questo meno roventi. Scorrevano e disegnavano piacere. Pelle e buio. Tempo relativo. Condiviso. E spesso rubato. Ma quell’ultima goccia non ne aveva la consistenza. Era la goccia d’addio. L’ennesimo addio, però. Perché quando una goccia viene giù, prepara sempre la strada alla goccia successiva. Che lo voglia o no. Ed è sempre tempo relativo. Condiviso. E ancora una volta rubato. Ma intenso, cercato, voluto, disegnato. Sulla pelle. Nel buio.

Loro erano prigionieri delle loro gocce. Mischiate e confuse, scambiate e godute. Poi asciugate. Agli occhi del mondo, che arido ti asseta. E ti fa agognare la goccia. Che per questo, dopo l’ultima insapore, tornó improvvisamente a stillare. Col sapore della lunga attesa. Perché le gocce non finiscono mai.

Stalattite e stalagmite: lì ad osservarsi e puntarsi nei tempi infiniti, a prendere forme diverse, a non incontrarsi, a vivere ognuna la propria millenaria immobile esistenza, ma a formarsi l’una della goccia dell’altra. Lentamente. Inesorabilmente.

Perché serviranno forse migliaia di anni. Forse milioni. Ma prima o poi, un giorno, stalattite e stalagmite finalmente si incontreranno. E si fonderanno in un monolite eterno. Definitivo. Goccia dopo goccia. Dopo goccia. Dopo goccia.

Tu non sei

A(b)Braccio # Barbara Accardo Palumbo

Non ci siamo mai conosciute, mai un Collegio o un Consiglio di Classe condiviso. Da una vita normale sei arrivata alla ribalta dei riflettori, nell’unico modo in cui mai avresti pensato.

Sai, potrei dirti tanto. Potrei dirti che spesso in classe la pazienza, che ci dovrebbe contraddistinguere, viene messa a dura prova. Potrei dirti che insegnare oggi non ha nulla di romantico o vocazionale. Potrei dirti che hai minato i processi di costruzione dell’Io dei tuoi piccoli alunni. Potrei dirti che hai tradito il futuro di un intero Paese. Potrei dirti che non meriti quel ‘posto fisso’ a cui tanti preparatissimi docenti precari aspirano con dignità. Potrei dirti che hai danneggiato un’intera categoria professionale, che si barcamena fra pessima e ‘Buona Scuola’, con pochi mezzi e una retribuzione misera.

Potrei dirti questo e tanto altro ancora, ma non lo farò. Mi limiterò a raccontarti un momento di vita reale, come reali sono stati i tuoi schiaffi e i tuoi pugni.

Il primo giorno di scuola dello scorso settembre vengo avvicinata da una mamma che si presenta, comunicandomi che il figlio sarebbe stato in classe con me. Dopo aver ricambiato il saluto con una stretta di mano, la mamma in questione si rivolge al figlio, che era al suo fianco, e con un gesto gentile gli sfiora la spalla, spingendolo verso di me. Il ragazzo passa dal suo fianco al mio. Dal suo al mio.

In questo impercettibile movimento c’è tutto il senso del mio essere una docente, a cui viene affidato un ragazzino con tutto il suo mondo di emozioni, aspettative, paure e sogni. C’è tutto questo e molto altro ancora.

Ora vorrei congedarmi da te chiamandoti ‘collega’, ma non lo farò perché per me non lo sei. Tu che hai insultato e alzato le mani su un bambino, indifeso in quanto tale, tu non sai, non sai nulla perché tu non sei. Il mio giudizio è esplicito, la mia non è disapprovazione, è una condanna ed è definitiva.

Lo ribadisco senza violenza, ma con fermezza: Tu non sei.

Io che amo solo te

A(b)Braccio # Linda Smeraldi
insegnante di danza – Venezia

Avevi la gonna troppo corta ed una camicetta a fiori. Le gambe appena abbronzate e solo un po’ storte, ma piacevolmente svelte, nervose. S’intuiva la tua voglia di andare di fretta chissà dove. Dove ti portava la tua età di ragazza.

Ti guardavo da mesi. Abitavamo nello stesso quartiere, ma tu eri di buona famiglia, figlia di un medico di fama. Io ero solo figlio di un umile muratore, buono come il pane ma con la terza media. Ti guardavo da mesi senza essere visto, facevo di tutto per non farmi vedere al bar che frequentavamo. Mettevo i dischi che piacevano a te nel jukebox, cercando di non risultare patetico. Lo facevo ogni tanto, mi piaceva guardarti mentre giravi la testa e la facevi andare a ritmo di rock non appena sentivi le prime note provenire dalla mia postazione solitaria. Chissà se mi notavi, se apprezzavi almeno il gesto. Alle volte mi pareva di sentire i tuoi occhi puntati verso la mia direzione anche se non mettevo niente e se la musica veniva da scelte di altri.

Avevo una passione per la musica, in modo tutto autodidatta avevo imparato a suonare la chitarra ed ero bravo, dicevano. Ci davo dentro dopo la scuola, chiuso nella mia stanza insonorizzata con le scatole delle uova. Mia madre non ne poteva più e mio padre le diceva di avere pazienza, che ce l’avevo dentro e si capiva. Adoravo sentire quelle parole venire dalla cucina, zittivano mia madre e nel contempo erano piene dell’amore e della pazienza di mio padre.

Con il tempo formai un gruppo, eravamo in quattro. Avevamo trovato anche una cantina in cui suonare, detta “il buco”. Era più che una cantina, era una specie di magazzino finestrato nel quale avevamo anche sistemato un paio di divani ed una zona bar, alla buona.

Mi piacevi sempre e suonavo per te le canzoni d’amore di Endrigo e del mitico Elvis. Una volta ci esibimmo ad una festa di piazza e ti suonai “Love me tender”, so che amavi quella canzone. Speravo di scorgerti arrivare dai portici con la tua gonna troppo corta e i capelli al vento, ma quella sera tu non c’eri. I tuoi diciott’anni forse ti avevano portata altrove. Mi passavano davanti le tue amiche, però. Ammiccanti quel giusto per farmi capire che avevo la possibilità di farmi avanti, se l’avessi voluto. Erano le tue amiche, non eri tu. Tu che forse non mi avresti visto mai se io non mi fossi fatto male quel pomeriggio, fuori da scuola, a due passi da te che chiacchieravi con un altro mentre passavo in bicicletta.

Ero talmente preso nel guardare chi fosse quel babbuino, che andai a sbattere contro un palo della segnaletica stradale. Mollasti i tuoi libri per terra e ti trovai sopra di me intenta a chiedermi se mi fossi fatto male. Anche se avevo un bozzo in testa non da poco risposi che no, stavo benissimo, e tentai di darmi un tono alzandomi tutto sottosopra. Benedii quel palo che ti aveva fatto venire da me. Lo battezzai il “palo dei miracoli”.

Da quel giorno cominciammo a parlare fuori da scuola, del mio anno di maturità, dell’estate, di musica, di tutto. Eri semplice, oltre che bella. E la tua semplicità mi piaceva più della tua bellezza. T’illuminavi tutta mentre mi parlavi dei tuoi progetti, dei tuoi sogni. Io ti lasciavo parlare perché eri un fiume di parole, il contrario di me, intento nella contemplazione e nell’ascolto. Mi decisi a chiederti di uscire e tu accettasti subito, ero più emozionato di te. Non so dove trovai il coraggio di farlo, avevo paura di non essere alla tua altezza. Anzi non lo ero. Tu bella, intelligente e ambita da tutti. Io un ragazzo sveglio ma umile, buono a suonare, bravo a scuola. E basta. Non potevo offrirti niente tranne il mio amore. Mi preparai all’incontro come un pugile peso piuma al suo primo match con uno più forte di lui. Tremavo di paura.

Altro che femmine, mi cambiai venti volte girando gli stessi vestiti almeno tre volte. Il risultato non cambiava. Decisi che mi stavano bene i jeans logori e la camicia blu. Ti vidi sul ponte mentre camminavi per venirmi incontro. Eri bellissima, un sogno. Un vestito bianco finalmente non troppo corto svolazzava intorno a te, i capelli al vento come sempre. Il sorriso, quando mi hai visto. Aperto. Accogliente. Non posso dire cosa avevo nello stomaco, so solo che ti venni incontro e ti presi per mano. Era fredda, la scaldai.

Cominciammo ad andare, senza meta. Non importava. Il tuo sguardo non lo dimenticherò mai. E’ lo stesso che hai ora quando mi guardi, dopo trent’anni di strada fatta insieme. E la tua risata è la musica più bella che l’universo abbia mai creato. Apposta per me.

Bambini

A(b)Braccio # Adolfo Fantaccini
giornalista – Roma

Ci sono storie tristi e altre a lieto fine. Destini gonfi di speranza e altri calpestati dalla malvagità. E, naturalmente, ci sono bambini e bambini. Sono loro, in un mondo sempre più avaro di fatti e personaggi che si contraddistinguono per la propria autenticità, a regalarci le storie più accattivanti, che vale davvero la pena di raccontare.

Le ultime due – fra le tante – arrivano dagli antipodi del mondo: una dall’Argentina e l’altra dalla Sicilia. La prima parla di una rivalsa contro la ‘malasuerte’ e di un ragazzino che la madre immortala in un lampo fotografico mentre assiste con un amichetto alla partita d’addio di Diego Alberto Milito, l’ex bomber dell’Inter e del Genoa, il cui nome resta sospeso fra il Diego di Maradona e l’Alberto di Mario Alberto Kempes, eroe del Mundial 1978.

Sembra un’immagine d’altri tempi, rubata all’innocenza di un sogno, invece è lo specchio del dramma che Santiago Freres (così si chiama il ragazzino) vive quotidianamente, gestendolo attimo dopo attimo e trasformandolo in un trionfo della volontà, del bene sul male. Della vita. Santiago, a causa di una malformazione genetica, è nato senza una gamba, vive con la stampella da quando provò a camminare con l’unica che il destino gli ha lasciato.

Il piccolo Santiago tifa per il Racing Avellaneda, dove Milito, il suo idolo, ha deciso di chiudere la carriera: darebbe l’altra gamba pur di assistere al commiato del ‘Principe’. Gli viene un’idea: sale sulla stampella, dopo avere ceduto l’altra all’amico, si appoggia al muretto e riesce a vedere la partita. Naturalmente lo stesso fa l’amico. Un miracolo di fantasia e forza di volontà. La foto dei due gauchos appoggiati al muretto, mentre guardano ammirati l’ultima partita di Milito, diventa virale, e non solo sul web, scuotendo le coscienze, ma soprattutto regalando più di una speranza.

L’altra (speranza) la regala il visino di cioccolato della bimba sbarcata in Sicilia, dopo un crudele e drammatico viaggio della speranza, durante il quale perde per sempre la mamma. La piccola, forse, non si è ancora resa conto della tragedia che l’ha colpita, o forse si. I suoi occhi luminosi, tristi e colmi di malinconia, fanno il giro del mondo, destando commozione a ogni latitudine. Lei è una delle tante bimbe che hanno diritto a un futuro e, soprattutto, a una dose sempre minore di bugie e di crudeltà, ma soprattutto invocano – anche solo con quegli guardi così intensi – una qualsiasi speranza.

Vorrei festeggiarti così

I sessant’anni di Tornatore, praticamente un evento. E giù con le rassegne, le celebrazioni, gli omaggi. I palinsesti televisivi lo annunciano da settimane, le redazioni dei giornali lo hanno messo in agenda da tempo, a ricordare che bisogna farci un pezzo. Giusto, giustissimo. Sessant’anni sono un traguardo importante e tu sei un grande regista italiano, è bello che ti festeggino. C’è solo un piccolo problema: non è vero niente.

Cioè, non è vero che compi sessant’anni. Ci sono cascati tutti, è questa la verità. Loro non sanno che tu in realtà di anni ne compi soltanto trenta, esattamente la metà. E a quest’età non ci sono ancora grossi bilanci da fare, la vita ce l’hai tutta davanti. Oggi è solo il tuo compleanno, suvvia. Un compleanno come un altro.

Piuttosto, sbrigati ad arrivare stasera. Mamma ha già apparecchiato la tavola delle grandi occasioni – e sono solo le 11 del mattino – dice che si porta avanti con il lavoro. Poi starà tutto il giorno a cucinare, lo sai com’è: lei prepara un menu per te e uno per gli altri. A proposito, ci saremo tutti. Pure i nonni. Però non porteranno la torta, così abbiamo deciso. Tu detesti spegnere le candeline – se è per questo detesti anche festeggiare i tuoi compleanni – quindi al suo posto ci sarà una montagna di gelato. A te piace di più e a noi, in fondo, pure. Sì, lo so a cosa stai pensando. Stai tranquillo, a tavola saremo più di tredici. Promesso.

Papà non vede l’ora, vuole sapere tutto del tuo nuovo progetto, di com’è andata quella riunione importante e se quel film si farà oppure no. Neanche dovessi vincere il premio Oscar. Per cui, conoscendovi, se riesci ad arrivare un po’ prima, sarebbe meglio.

Ti abbiamo fatto un regalo, ti piacerà. Poi brinderemo, a te e alla nostra salute, guardandoci bene negli occhi. Solo così – dicono – funziona davvero. Faremo un bel gioco, tutti insieme. Che quella è la vera festa, essere tutti insieme. Non capita più tanto facilmente. E lasceremo che mamma ci racconti, per l’ennesima volta, com’è stato quel giorno che sei nato. Di quanto caldo sentiva, in preda alle doglie, dentro a quel cappotto di fine maggio. Cercando complicità nello sguardo di papà. E lui non la deluderà. Fantasticheremo sul nostro futuro, su quel che sarà, su dove arriverai e dove arriveremo. Chissà.

Ci diranno che il meglio deve ancora venire. E il meglio verrà. E sarai ancora giovane e io più di te. Ma adesso è ancora presto, ne riparliamo quando avrai sessant’anni.

Tu sbrigati ad arrivare, stasera. Ti stiamo aspettando. Buon compleanno, maestro. Buon compleanno, amore.

Daniela Tornatore

Ci sposiamo?

A(b)Braccio # Giovanni Chiappisi
giornalista – Palermo

Si svegliò, come ogni giorno, alle 6 e 20 del mattino. Preparò la caffettiera, mise due fette di pane raffermo dentro la tostiera e poi vi spalmò sopra del burro integrale. Il caffè era bollente e lo bevve come sempre: senza zucchero e tutto d’un sorso. Poi, con calma, rosicchiò il pane. Quindi, sotto la doccia.

Vincenzo era pronto per uscire, ma nell’atto di aprire la porta di casa vide che sulla soglia c’era una busta. Una busta chiusa, senza alcuna intestazione. Una busta gentile, a vedere i fiorellini che riempivano il fronte e il retro. In otto anni, sei mesi e quattro giorni che abitava in quella casa, era la prima volta che riceveva della posta. Prese la busta, richiuse la porta e tornò al tavolo della cucina dove poco prima aveva fatto colazione. Con attenzione, quasi a non volerle far del male, aprì la busta. Dentro, un foglio. Scritto con grafia rotonda, chiara, infantile.

Caro Vincenzo, stamattina è inutile che tu venga a prendermi per andare assieme in ufficio. Da oggi in poi prenderò un taxi. E’ vero che questa mia decisione mi costerà un occhio della testa, ma in cambio potrò indossare una gonna senza il rischio che qualcuno mi metta una mano tra le cosce. E in quel quarto d’ora di tragitto, potrò chiudere gli occhi e pensare ai fatti miei, senza dover affrontare sempre la stessa discussione su un matrimonio che non potrà mai esserci. Perché è bene che tu sappia, caro Vincenzo, che amo le carezze, ma quelle di una donna. Ti sei mai chiesto perché in questi due anni e quattro mesi di conoscenza, non c’è mai stata una notte in cui abbiamo dormito assieme? Non mi portare rancore‘. Luigina.

Vincenzo ripose il foglio nella busta, stirò le gambe sotto il tavolo e tirò un sospiro profondo. Chiuse gli occhi per qualche minuto, poi aprì un cassetto dove c’erano dei fogli e delle buste. E cominciò a scrivere.

Cara Luigina, non puoi immaginare quanto tu mi abbia fatto felice stamattina. Ora so che posso guardare con ottimismo al tuo e al mio futuro. Con riconoscenza‘. Vincenza.

Prese il foglio, lo piegò in due, lo infilò nella busta e mise il tutto nella tasca della giacca. Poi tornò in bagno. Tolse la parrucca che nascondeva i suoi veri capelli, tirò dal viso quell’intruglio che dava l’impressione di una barba appena fatta. Si tolse la camicia e sciolse quella benda che comprimeva i suoi seni, piccoli ma sodi. Poi andò nella sua stanza e, finalmente, indossò un tailleur grigio che esaltava la sua femminilità. E andò in ufficio, ma prima passò dall‟appartamento di Luigina e lasciò la busta sotto la porta d’ingresso. In ufficio l’incontrò, le si sedette di fronte e le disse: “Allora, ci sposiamo?”.

Goodbye

A(b)Braccio # Giovanni Basso
libero professionista – Acireale (Ct)

Avete presente un vecchio film, uno di quei film in bianco e nero, dove in qualche locale denso di fumo un pianista suona note calde e si accende ogni tanto il riflettore ad illuminare la scena ? Avete presente il suo pianoforte a coda bianco su uno sfondo nero, la cantante languida che non nasconde quasi niente di quel suo corpo, che sembra fatto apposta per accendere tutte le passioni degli uomini, gli occhi del pubblico strabuzzati e i sigari cubani?

Beh, siete distratti. O peggio, siete attirati più dalle forme che dai contenuti. Perché oltre al pianista, al pianoforte bianco su sfondo nero, alle curve della cantante, al riflettore ed ai sigari, c’era dell’altro. C’era una scena dietro la scena, un secondo piano, dei bicchieri, un tavolo vuoto ed è là che stava passando la vita, quella vera, quella che a voi è sfuggita e che io vorrei raccontarvi.

C’era più vita in quei bicchieri, che nelle vene di tutti quegli uomini con gli occhi strabuzzati. Non erano dei bicchieri normali, erano coppe di champagne e su una di esse c’erano tracce di rossetto ‘rosso passione’. Stavano immobili una di fianco all’altra e si toccavano proprio là dove le labbra avevano lasciato tracce indelebili. Si stavano baciando, un bacio appassionato – caldo come l’atmosfera che li circondava – e lungo, lungo quasi come un bacio infinito. Un involontario tocco del destino che li aveva trasformati, uniti, segnati.

Così ad un certo punto lei aveva parlato e aveva detto – “Andiamo, a casa mia staremo meglio” – e lui l’aveva seguita senza dire una parola. E l’unica cosa che era rimasta era un tavolo attonito, vuoto e delle vettovaglie a raccontarci la loro storia, la storia di due bicchieri, che avevano pensato che fare l’amore fosse la cosa più importante della loro esistenza e che la vita andava vissuta per una volta, in maniera forte, in modo folle. E così, come dentro un film, erano fuggiti via, lontano dal loro solito vivere, portando con sé solo le bollicine dell’ultimo champagne, che non era stato consumato. Nessuno si accorse di nulla, poiché tutti erano distratti dall’esistenza, dalle forme e dalle immagini già pronte. Nessuno capì quanto importante potesse essere quello che avveniva, poiché tutti avevano puntato gli occhi sulla scena principale, lasciandosi sfuggire la vita vera, quella di due bicchieri innamorati.

Goodbye allo scorrere inesorabile di tutti i giorni, goodbye ai motivi, goodbye ai perché, goodbye alla noia, goodbye and bye baby – gli sussurrò lei in un orecchio – proprio come faceva Marilyn, nuda e trasparente. Avevano fatto l’amore per una notte intera, fino alle prime luci dell’alba. Provate ad immaginare due bicchieri che fanno l’amore e che si sfiorano, che ansimano, che tintinnano e che fondono le bollicine ubriache del loro champagne alla follia della loro storia, al loro voler vivere a tutti i costi e alla luce della luna.

Goodbye – dissi a me stesso chiudendo gli occhi – poi mi addormentai. Mentre alla tv un vecchio film in bianco e nero riproponeva se stesso.

Abbracci inaspettati

A(b)Braccio # Francesca Dominici
field marketing manager e giornalista – Roma

Eccomi qua. La scettica-pigra. Io che individuo il problema in un minuto e lo affronto dieci anni dopo. Un qualsivoglia fattore scatenante e, a un certo punto della routine, mi decido. Di solito si tratta di intraprendere qualcosa di molto importante nel modo sbagliato, cioè selezionando con cura l’opzione peggiore: la prima che capita, la più comoda, quella segnalata col piglio giusto dalla tizia che frequenta il mio stesso laboratorio di esercitazioni ritmiche o dall’istruttore di step-gag della domenica mattina. In genere, infatti, la mia determinazione si esaurisce proprio nel preciso momento in cui decido che quella cosa va fatta. Il successivo imperativo è: subito.

Inutile aggiungere che la buona riuscita dell’impresa, a quel punto, diventa unicamente questione di fortuna. Perciò diciamo 50 e 50. Facciamo 40 e 60, perché non sono mai stata molto fortunata. Di solito ci rimetto un sacco di soldi – qualunque cifra è un sacco di soldi, per chi ne ha pochi. Il solito buon vecchio percorso che oggi mi ha portata qui, in questo centro di Osteopatia e Chiropratica, raggiungibile solo coi mezzi pubblici, nel caos proibitivo di una delle Zeta più Ti Elle di Roma.

Ci sono già stata, in verità, a raccontare del mio problema, di quanto poco io mi fidi di ogni forma di terapia che non poggi su fondamenta diagnostiche a base di raggi X e di come non sono sicura che lui sia la persona giusta, cosa che ovviamente mi ha resa molto antipatica ai suoi occhi, che non hanno smesso di sorridermi e di scrutarmi, alla ricerca di un segnale che potesse contraddire la sua impressione. “Forse è solo incline a enfatizzare gli aspetti negativi di ogni questione”. “Chiamo io”.

Quindi alla fine eccomi qua, perché questa cosa va fatta. E anche perché, evidentemente, un po’ ci spero in una sorpresa, o almeno in quel 40 per cento. E a quella speranza mi aggrappo mentre mi stira il collo, mi fa protendere la mandibola come un molossoide, mi martella i muscoli con uno strano aggeggio a forma di revolver, mi fa scricchiolare le vertebre tra le scapole e mi insegna i miei esercizi per i compiti a casa. Tuttavia, sullo sfondo di quella prospettiva, rimane il pensiero –meschino, lo so- degli ottanta euro che queste manovre mi costano. Nella mia mente è tutto un alternarsi di “ma che ti aspetti, un miracolo? Un po’ di pazienza” e di “ecco fatto, un’altra delle mie cappellate”. E mi sento pure in colpa, perché non riesco a controllare una certa acquiescenza posticcia quando rispondo alle sue domande.

“Sente il movimento un po’ più fluido?” – “Sì un po’ di più” – e intanto gli angoli della bocca vanno all’ingiù, e non ci vuole Tim Roth in “Lie To Me” per capire che non ho la minima idea di quello che sto dicendo.

Finita. Quanto tempo è passato, quaranta minuti scarsi? Mi rialzo, mi sistemo l’abito – ma come diavolo mi sono vestita stamattina, sapendo di dover venire qui? – se mai dovessi tornare, ci vorrebbe una mise da yoga, ma dovrei cambiarmi in ufficio. Capirai, lasciamo perdere.

“Ok prima di uscire dalla stanza faccia qualche passo, mi dica: ha senso di vertigine? No? Tutto bene? Allora arrivederci, tra circa una settimana”. E mentre pronuncia queste parole, mi abbraccia con disinvoltura. Eh? Mi abbraccia. È un abbraccio quieto, fresco come una stretta di mano, ma sorprendente come l’agguato festoso del mio gatto mentre sto leggendo il giornale. Dura un tempo breve, non sufficiente a capire se si tratti dell’ultima manovra da chiropratico o del saluto di un qualche genere di compagno di viaggio. Un po’ di pazienza, mica può fare un miracolo.

Perchè ti amo

A(b)Braccio # Ettore Zanca
blogger – Palermo

Non me lo hai mai chiesto, non me lo chiederai mai. Non a parole. I tuoi gesti e quell’aria protettiva rivelano un amore che non ti appartiene in dolcezze inutili, ma in comportamenti quotidiani. Io lo so che mi ami e tu lo sai che ti amo. E non me lo chiedi.

Lo sai che ti amo perché hai un profondo senso del dovere, saldo come una scogliera, ma hai anche un sorriso che diventa il mare ondivago e malinconico che quella scogliera la lambisce. Ti amo perché so quanto ti costa il sacrificio che credi di imporre pure a me. Ti amo perché a volte anche nel momento più difficile della tua vita e del tuo mestiere, non mi hai mai negato un sorriso.


Ti amo perché so quanto costa far valere legalità e diritto, forse perché faccio il tuo stesso mestiere. Ti amo perché so quanto tieni alle poche persone che ami davvero, la tua scorta, i tuoi amici, tanto che quando ti allontani e io resto sola con loro, a volte gli vorrei dire di non combattere la mafia con lo stesso accanimento con cui la combatti tu. Ti amo perché da quando sto con te non vedo il confine tra pericolo e vita quotidiana, lo stesso che forse c’è tra sogni e incubi.

Ti amo perché con me diventi un bambino, tanto che ti sei dichiarato a mio fratello come un ragazzino, o quando davanti ai tuoi amici più cari hai fatto vedere che mi davi un bacio perché non ci credevano che stavamo insieme. Ti amo perché mi fanno ridere quelli che nella quotidianità più grigia vedono l’amore come una fatica, e noi allora?

Ti amo perché devo dividerti con il tuo senso del dovere e dello stato. E perché noi due siamo una cosa simbiotica, infatti da quando non ci siamo più è difficile trovare foto pubbliche con me da sola.

Ti amo perché nessun’altra donna avrebbe preso quello che mi hai detto tu come il più grande gesto d’amore verso una nuova vita. E per questo ti ringrazio, Giovanni.

Quando parlammo di bambini, mi dicesti di no. Ricordo ancora le parole: “Non generiamo orfani”. Ti amo perché, forse, grazie a te adesso ci piange una persona di meno. Ma se ci fosse stato, nostro figlio avrebbe pianto più forte di tutti gli altri ed io, anche dove siamo adesso, non avrei sopportato il suo dolore, come qualsiasi madre che ha un cuore.

Buon Compleanno, Ziva!

 

A(b)Braccio # Denise Fasanelli
professione ‘mamma’ – Rovereto (Trento)

Un anno fa ti vedevo per la prima volta, per meno di due minuti e senza poterti toccare. Ti stavano portando via, di corsa, verso un altro ospedale. Non eri cosciente, ma eri la creatura più bella che avessi mai visto, nonostante tubi, fili e sondino. Sembravi dormire serena, bianca come la neve. Non so se ero felice, impaurita o, semplicemente, incasinatissima dentro, tanto da rimanere sospesa, come in una bolla, lontana da tutto e da tutti. Anche da me stessa.

Sei nata così, in meno di 9 minuti, in anticipo di un mese esatto, in mezzo ad una baraonda di camici bianchi e garze. Ho potuto a malapena avvisare tuo padre per dirgli di correre, mentre mi mettevano un catetere che mi ha fatto quasi bestemmiare al telefono. Tutto è successo in brevissimo tempo, anche se ricordo ogni frammento di quei 9 minuti e della discesa in sala operatoria. Avevo gli occhi umidi ma non c’era tempo per piangere. Ho dovuto scegliere e ho scelto di essere sveglia e partecipe. Ho sentito tutto, ogni muscolo che si lacerava, ogni tuo arto che usciva. Ho intravisto un tuo piede, più bianco del lenzuolo in cui ti tenevano. Non so quanto tempo ci hai messo, ma ti ho udito piangere e sono quasi crollata, ho sentito salire la nausea, tremavo, ma ho capito che non potevo mollare. Ho visto quella prima sacca di sangue, tenuta in caldo fra i seni dell’ematologa, aspettando un macchinario. Un gesto materno, protettivo, uno di quelli che ti ha salvata.

Ho riacciuffato e tirato tutti i miei nervi. Era solo l’inizio di una bella salita e non c’era tempo. In mezzo a quel trambusto di facce tese, senza poterti vedere o toccare, ho respirato profondamente, scacciato la nausea. Ero fottutamente sola, senza qualcuno di caro che mi accarezzasse la fronte e mi facesse coraggio. Hanno detto che sono stata forte, chissà se lo hanno fatto solo per evitarmi traumi o depressioni. Non capivo nulla di quello che accadeva, mi sono aggrappata con tutta l’anima alla speranza, all’istinto.

Ricordo che tuo padre, dopo quei brevi minuti in cui ci siamo visti, noi tre, dopo due ore di sala operatoria per stabilizzarti in cui lui era al di lá della porta, impotente, mi ha lasciato la mano per correre dietro alla tua ambulanza. Il suo sguardo era fermo, svuotato. Era solo anche lui. Ti inseguiva con la vista e cercava la concentrazione sulla punta delle scarpe per capire le parole dei medici. Io vi avrei raggiunto con un’altra ambulanza, in serata. Un viaggio terrificante fra buche, contrazioni, punti che tiravano la carne e un’anima già strappata.

Ti ho rivista il giorno dopo, attraverso un vetro. Mi faceva paura infilare le mani nell’incubatrice fra tubicini, sensori e fili. Eri ancora sedata, anche se ti muovevi sempre, come nella pancia. Ero ottimista, anche perché nessuno mi aveva illustrato un quadro veritiero della situazione. E, tuo padre, si era tenuto tutte quelle parole durissime e il quadro peggiore per sè. Nascondeva tutto dentro, fra le sue spalle larghe, tenendomi lontana da qualunque inciampo. Non me lo ha raccontato finché non è stato il momento di portarti a casa con noi, settimane dopo. Non ci sarà mai un grazie che possa colmare il vuoto che deve aver sentito in quei giorni, rientrando a casa da solo o durante quella corsa dietro all’ambulanza mentre si allontanava da me. Ti ha parlato e accarezzata per primo. Sapeva che sarebbe toccato a lui venire a darmi eventuali cattive notizie. Un giorno alla volta, ci siamo detti.

Giorni difficili, passati fra un tiralatte e una visita in terapia intensiva disinfettando ogni cosa con gesti precisi, maniacali. Tutto ad orari stabiliti. Giorni passati al fianco di altri genitori come noi, gente tosta, con un sorriso tirato stampato in faccia per tutti. Genitori con cui abbiamo riso del mio sopracciglio divenuto bianco. Bianco come eri tu. Giorni complicati, passati in una camera con altre mamme e le loro culle, il mio ventre mollo e un grande vuoto. Lá, accanto, dove doveva esserci una culla. Dove dovevi esserci tu.

Non ho mai pianto prima di oggi. Ci ho messo un anno per buttare fuori le lacrime sospese in quel corridoio freddo e austero, in quella camera senza la mia culla, fra quelle incubatrici piene di allarmi e odore di disinfettante. Lacrime che ho scacciato prima e dopo ogni visita, prelievo, screening, ecografia, elettrocardiogramma, visita neuropsichiatrica e oculistica, elettroencefalogramma, tac. E ancora, prelievi settimanali, poi mensili e visite su visite.

Ho perso il conto delle volte che la gioia è stata smorzata dalla preoccupazione, prima e dopo ogni tuo piccolo o grande progresso. Ho perso il conto delle volte che ho ricacciato giù quelle lacrime e quel magone. Oggi sono riaffiorati. Mentre mi godo il tuo sorriso e la mano di tuo  padre intreccia la mia, lascio uscire tutto.