Teatrino Loredana

A(b)Braccio # Fabrizio Lentini
giornalista – Palermo

Ho ucciso io Loredana.

L’ho strangolata col filo elettrico, prendendola alle spalle, sulle scale di casa, con la tecnica che mi spiegò una volta un pentito di mafia durante un interrogatorio. Faccio il poliziotto io, e ne ho visti tanti, di delinquenti che raccontano senza un battito di ciglia di avere sparato, ammazzato, sciolto nell’acido. Con la disinvoltura di chi svela i segreti di un mestiere. Come un falegname descrive la verniciatura di un tavolo, o un meccanico la sostituzione di un manicotto.

L’ho uccisa io, e non so esattamente perché. Forse perché sorrideva, quando dalla mia finestra la vedevo uscire dal portone, ogni mattina. Niente marito, niente figli: e che avrà mai da sorridere?

E poi era bella: di quella bellezza che certe donne si portano dietro fino a ottant’anni, senza volerlo, e chissà se è una grazia o una disgrazia. Le riconosci dall’eleganza con cui camminano, dalle gonne che scelgono, mai troppo corte mai troppo lunghe, dal colore del rossetto, dallo sguardo alto, rivolto verso un punto dell’orizzonte in cui tu non vedi niente ma loro leggono tutto quello che è disegnato nel mondo.

Meritava di morire, Loredana. Troppo ammirata, troppo sicura di sé, troppo felice. Tutto il contrario di quello che sono io. Di quello che sono sempre stato. E io voglio che gli altri siano come me. Che abbiano le mie stesse sberle dalla vita, che vengano trattati a pesci in faccia dalla loro donna, dal loro capo, dal loro mondo. Non voglio che nessuno sorrida. Perché non c’è niente da sorridere.

L’ho vista morire, Loredana. L’ho vista rantolare senza capire, senza poter guardare in faccia il suo assassino. E poi mi sono fatto assegnare l’indagine, sono entrato a casa sua, ho sfogliato le sue agende, ho aperto i suoi armadi, ho letto i messaggi sul suo smartphone, ho guardato una per una le foto incollate a un grande pannello che occupava mezza parete della sua camera da letto. In alto una scritta col pennarello rosso: “Teatrino Loredana”. E sotto, foto di lei ragazzina in gita scolastica, con i primi fidanzatini, in sella a una moto più grande di lei, con le braccia spalancate sotto l’Arco azzurro, sorriso infantile e occhi emozionati.

Era diversa, Loredana, da come me l’ero immaginata.

Non posso raccontarvi tutto, e non sarebbe neanche giusto. Ma ho letto i suoi messaggi alle amiche, ho scorso le pagine dei suoi diari, ho capito che ha sofferto anche lei, come me e forse più di me. Ha visto andarsene persone care e ha visto sfiorire amori, ha avuto delusioni e ha coltivato speranze, ha sognato di avere accanto a sé un uomo senza maschera e un bambino con gli occhi neri.

Voleva volare, Loredana, come in quella foto all’Arco azzurro con le braccia spalancate.
E ora voglio volare anch’io con lei. Voglio raggiungerla, ovunque si trovi, fosse anche nel cielo più alto e più lontano. Voglio confessarle: “Ti ho fatta morire, però adesso ho capito che ti amo. E non dirmi che è troppo tardi. Perché c’è tempo. C’è sempre tempo. A volte la vita comincia dalla fine”.

Lascio queste pagine quassù all’Arco azzurro. Qualcuno le troverà, come troverà laggiù un mucchietto di ossa.

Ma a cosa servono le ossa, se uno vuole volare?

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