Sei tu?

A(b)Braccio # Giovanni Ravesi
bancario – Palermo

Te lo chiedo subito e brutalmente: sei tu?
Sei tu che chiami, ogni settimana ormai da quattro mesi, con una utenza anonima nel cuore della notte?
È tuo il silenzio dopo la mia risposta?
Dimmelo, ti supplico. Mi sembra di impazzire. Non credo di poter resistere a lungo.
Da quanto tempo non ci vediamo? Una vita, è davvero il caso di dirlo. Se non faccio male i conti, e male non li faccio mai… ventinove anni. Non proprio pochissimi.
Ti ho vista, sai? L’altra sera. Un po’ di tempo fa. In tv, in una delle mie notti complicate. Eri bellissima.
Sì, eri bellissima. E che fascino, che sicurezza, carisma, forza.
“Prof.ssa Fedora Marsili, Università di Teramo”. Ce l’hai fatta, Dora. Ho seguito tutta la lezione. Ero totalmente rapito, paralizzato dalla tua voce, dai tuoi occhi. Non ho capito nulla dall’inizio alla fine. Non ho mai capito nulla dei tuoi studi. Eppure la tua “sindrome di nonsocosa” ti ha portato dove volevi. Ricordi quando, insieme alla tua collega Teresa, ripetevamo a turno prima di ogni esame e a me dicevi sempre “basta, tutti questi numeri mi fanno scoppiare la testa!”. Io, invece, ti ascoltavo. E non capivo nulla. Anche allora. Proprio come qualche giorno fa, seguendo la tua lezione notturna in tv. L’ho registrata. Tutta. Chissà se un giorno avremo modo di rivederla insieme. Mi piacerebbe tanto. Sai le risate. Come un tempo. Che voglia di sfottere ancora la tua pettinatura. La definirei… originale. Come allora, ricordi? Quanto ti incazzavi e mi tenevi il broncio per ore.
Non sono pentito di essere fuggito via da te. Di averti perduta. Era l’unica cosa da fare, davvero. Nessun dubbio. Meritavi una vita felice, di certo non vicino a uno come me, perennemente eroso dai sensi di colpa.
Quante volte ho pensato di scriverti due righe e imbucarle nella cassetta della posta. Ma ho sempre pensato: che diritto ho?
E invece: eccola qui. Una stupida, ottocentesca, assurda lettera scritta con una vecchia biro mentre me ne sto seduto al tavolino del bar di fronte la tua casa al mare.
Avrei potuto chiedere in giro, informarmi. In un piccolo borgo marino, la gente sa tutto di tutti. Con una scusa qualunque avrei potuto sapere tutto della “professoressa”, quella importante.
Non l’ho fatto. Ho avuto paura. Mi avrebbero parlato di marito, ragazzini. Penso spessissimo a quando mi hai confessato tanto tempo fa di volere un figlio nostro: “Se non posso avere te, voglio qualcosa di tuo. Per sempre.” Sarebbe stato l’errore più grande della nostra vita, Dora. E lo penso ancora adesso, dopo tanti anni. Nonostante l’idea di un figlio fatichi ad abbandonarmi.
Sarei stato un buon padre.
O forse no.
So che hai il numero del mio cellulare. Evidentemente Teresa non ha ancora rinunciato all’idea di vederci finalmente insieme. Ha sempre tifato per noi, da subito. L’ho incontrata qualche anno fa, abbiamo parlato a lungo. Ho intuito che vi sentite spesso, voleva darmi il tuo numero, poi ha capito che non lo avrei mai usato. Ha chiesto il mio ma era altrettanto sicura che non lo avresti fatto neanche tu. E lo credevo anch’io.
Almeno, fino a qualche notte fa. Quando quell’insulso telefono ha cominciato a vibrare, costringendomi a riflettere sull’unica chiamata che vorrei davvero ricevere.
Per non essere sopraffatto dall’emozione – pensa che idiota – mi sono pure preparato. Ho ipotizzato una miriade di dialoghi telefonici immaginari. Con tanto di domande e risposte. E tutte le possibili varianti.
Anche gli argomenti stupidi che servono a coprire i silenzi imbarazzati.
Domande e risposte. Per non sbagliare.
Ridicolo, vero? Io e le mie liste! A chi potrei confessare questa debolezza se non a te?
Non sei tu, vero?
Il vigliacco sono io, non tu. Non rimarresti mai in silenzio dietro un telefono.
Se avessi deciso di chiamare, lo avresti fatto e basta. Niente paranoie, quelle restano soltanto mie.
Adesso dovrei chiudere in qualche modo questa insopportabile lettera. Non oso rileggere ciò che ho scritto. Poche righe senza senso: nessuna richiesta, nessuna offerta, nessun motivo. Finirei con l’accartocciare il foglio per farlo morire in un cestino da raccolta differenziata.
Lo lascio fare a te.
Guido.

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