Quanto amore c’è

A(b)Braccio # Sandra Figliuolo
giornalista – Palermo

Sono imperatrici. Dee della casa e del focolare. Sorridono mentre ti raccontano dall’alto dei loro finti piedistalli le gioie dell’amore e della famiglia, si sperticano per convincerti che “tu parli così perché non hai trovato l’uomo giusto” e aggiungono sempre: “Prendi me, anche io prima…” e bla bla bla. Come se esistesse un “uomo giusto” e tutto dipendesse esclusivamente dall’altro, come se l’amore non fosse la più misteriosa delle alchimie.

Ma le imperatrici sono pragmatiche, della magia non sanno che farsene. Con le parole sono abbastanza brave, il vero problema sono i loro occhi: hanno sguardi che non brillano mai. E su una cosa concordano tutte ed è quella che poi regge l’impalcatura delle loro tanto decantate esistenze: “Alla fine può fare come gli pare, tanto la sera sempre qua deve tornare”.

È stato così che io ho preso a frequentarne tanti, di mattina e di pomeriggio. Sfrenati. Alcuni violenti, molti frustrati, a tal punto da diventare ripugnanti. Romantici, sbrigativi, complessati, vendicativi, fanfaroni, tormentati dai sensi di colpa, tristi. O troppo allegri. Di molti nessuno sospetterebbe mai, anche se alla fine non fanno nulla di male: sono semplicemente alla ricerca di emozioni che nessuno ha più tempo o voglia di provare, disperatamente desiderosi di sentirsi vivi e decisamente stanchi di recitare.

Io ho una grazia plebea, di regnare non mi è mai interessato. A me piace invece veder cadere le maschere e ho sempre trovato noiosa, perché necessariamente falsa, la sceneggiata del focolare. E che meraviglia vederli questi uomini che “tanto la sera sempre lì devono tornare” spogliarsi, mostrarsi senza pietà e senza edulcorare. Perché io voglio proprio questo, quel segreto che le imperatrici passano invece una vita a mortificare e sotterrare.

Voglio un uomo nudo, che non abbia paura dei suoi limiti, delle sue debolezze, dei suoi desideri, che sia poesia e fango, sudore e lacrime, terribilmente libero. Che cerchi in me il piacere come fosse uno specchio in cui affogare, per guardarsi, per scoprirsi, ma senza indietreggiare se l’immagine riflessa non è quella che si aspettava. Senza sotterfugi, senza bugie velate, senza parole che riempiano i vuoti che non si possono colmare. Non importa per quanto, ma nudo. Totalmente nudo. E devo dire che rotolano le maschere ai miei piedi. Di mattina come di pomeriggio. Solo che poi io aiuto anche a raccoglierle e a risistemarle per la pupiata serale.

Quanto amore c’è in tutta questa carne, quanto amore si nasconde in tutti questi uomini e queste donne che si vincolano stupidamente e che si condannano a mentire pur di non sprigionarlo. Quanto e non lo sanno.

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