Lo spazio dell’amore

A(b)Braccio # Cristina Arcuri
giornalista – Palermo

A un certo punto – può capitare dopo un mese, dopo due, quattro, dieci anni o dopo l’infinito-finito – non c’è più spazio. Non c’è più spazio per il caffè, il tè, il vino, il prosecco, il Franciacorta, l’aperol spritz, il mojito, le birre. Lo spazio e’ qualcosa di più raffinato del tempo, in una storia d’amore. E’ la misura di quanto e di come veniamo accolti nella vita di una persona.

Non c’è più spazio per custodire una borsa nel portabagagli, le pinne, i costumi bagnati, gli asciugamani, la valigia, lo zaino per passare la notte, e dentro lo zaino il pigiama, lo spazzolino, i trucchi, i vestiti di ricambio, il caricabatterie, la pinza per i capelli. Non c’è più spazio per la borsa da lavoro, per la sacca della palestra, per quella della piscina, anche se in piscina non riesci ad andare mai.

Non c’è più spazio nell’armadio, nei cassetti, accanto alle tue cose, dentro i segreti delle ante. Negli incavi più insospettabili non troverai più gli oggetti, i “reperti” che strappavano un sorriso per l’ allineamento ai tuoi, come quando il sole e la luna si sovrappongono. Non c’è più spazio per le eclissi delle cose che si sono condivise. Non c’è più spazio per gli appuntamenti al volo, per le presentazioni a sorpresa: “E questa, questo, chi e’?” – dicono gli altri che ancora non ti conoscono – per l’ inseguimento del tempo che manca, o del tempo che avanza, il tempo che, alla fine, e’ spazio al cubo, e sei tu a inventarti quello spazio al cubo per rimanerci insieme dentro.


Non c’è più spazio per scrivere e per inviare messaggi mentre lavoriamo. Ci trucchiamo mentre guidiamo, sfidando la morte, solo per scrivere ” a dopo, ciao”, come se quelle parole fossero le ultime parole della nostra vita, perché in quel preciso momento sono il filo che ci lega a distanza. Non c’è più spazio per telefonare, per comporre un messaggio vocale, per ridere, per descrivere le infinitesime variazioni della luce al crepuscolo quando siamo lontani, per soffocare, respirare, per sognare, per uccidersi, e rinascere, per pescare, nuotare, correre, camminare. Non c’è più spazio per sparire, per orientarsi, c’è troppo buio e non ci vedo. C’è troppo rumore e non ci sento. C’è troppo vento in questo mare e annego. Non c’è più spazio per delirare e per volare, per scrivere una poesia di notte, per essere irriverenti e sfacciati, per osare.


Non c’è più spazio per amare, o anche solo per una promessa d’amore. Ricordiamo, la prossima volta che ci innamoreremo, di fare spazio. Spostiamo una sedia e diciamo: “Stai qui, accanto a me, non di fronte, c’è troppo sole e voglio guardarti”. E’ lo spazio dell’inizio e, in quell’istante, del per sempre.

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