Buon Compleanno, Ziva!

 

A(b)Braccio # Denise Fasanelli
professione ‘mamma’ – Rovereto (Trento)

Un anno fa ti vedevo per la prima volta, per meno di due minuti e senza poterti toccare. Ti stavano portando via, di corsa, verso un altro ospedale. Non eri cosciente, ma eri la creatura più bella che avessi mai visto, nonostante tubi, fili e sondino. Sembravi dormire serena, bianca come la neve. Non so se ero felice, impaurita o, semplicemente, incasinatissima dentro, tanto da rimanere sospesa, come in una bolla, lontana da tutto e da tutti. Anche da me stessa.

Sei nata così, in meno di 9 minuti, in anticipo di un mese esatto, in mezzo ad una baraonda di camici bianchi e garze. Ho potuto a malapena avvisare tuo padre per dirgli di correre, mentre mi mettevano un catetere che mi ha fatto quasi bestemmiare al telefono. Tutto è successo in brevissimo tempo, anche se ricordo ogni frammento di quei 9 minuti e della discesa in sala operatoria. Avevo gli occhi umidi ma non c’era tempo per piangere. Ho dovuto scegliere e ho scelto di essere sveglia e partecipe. Ho sentito tutto, ogni muscolo che si lacerava, ogni tuo arto che usciva. Ho intravisto un tuo piede, più bianco del lenzuolo in cui ti tenevano. Non so quanto tempo ci hai messo, ma ti ho udito piangere e sono quasi crollata, ho sentito salire la nausea, tremavo, ma ho capito che non potevo mollare. Ho visto quella prima sacca di sangue, tenuta in caldo fra i seni dell’ematologa, aspettando un macchinario. Un gesto materno, protettivo, uno di quelli che ti ha salvata.

Ho riacciuffato e tirato tutti i miei nervi. Era solo l’inizio di una bella salita e non c’era tempo. In mezzo a quel trambusto di facce tese, senza poterti vedere o toccare, ho respirato profondamente, scacciato la nausea. Ero fottutamente sola, senza qualcuno di caro che mi accarezzasse la fronte e mi facesse coraggio. Hanno detto che sono stata forte, chissà se lo hanno fatto solo per evitarmi traumi o depressioni. Non capivo nulla di quello che accadeva, mi sono aggrappata con tutta l’anima alla speranza, all’istinto.

Ricordo che tuo padre, dopo quei brevi minuti in cui ci siamo visti, noi tre, dopo due ore di sala operatoria per stabilizzarti in cui lui era al di lá della porta, impotente, mi ha lasciato la mano per correre dietro alla tua ambulanza. Il suo sguardo era fermo, svuotato. Era solo anche lui. Ti inseguiva con la vista e cercava la concentrazione sulla punta delle scarpe per capire le parole dei medici. Io vi avrei raggiunto con un’altra ambulanza, in serata. Un viaggio terrificante fra buche, contrazioni, punti che tiravano la carne e un’anima già strappata.

Ti ho rivista il giorno dopo, attraverso un vetro. Mi faceva paura infilare le mani nell’incubatrice fra tubicini, sensori e fili. Eri ancora sedata, anche se ti muovevi sempre, come nella pancia. Ero ottimista, anche perché nessuno mi aveva illustrato un quadro veritiero della situazione. E, tuo padre, si era tenuto tutte quelle parole durissime e il quadro peggiore per sè. Nascondeva tutto dentro, fra le sue spalle larghe, tenendomi lontana da qualunque inciampo. Non me lo ha raccontato finché non è stato il momento di portarti a casa con noi, settimane dopo. Non ci sarà mai un grazie che possa colmare il vuoto che deve aver sentito in quei giorni, rientrando a casa da solo o durante quella corsa dietro all’ambulanza mentre si allontanava da me. Ti ha parlato e accarezzata per primo. Sapeva che sarebbe toccato a lui venire a darmi eventuali cattive notizie. Un giorno alla volta, ci siamo detti.

Giorni difficili, passati fra un tiralatte e una visita in terapia intensiva disinfettando ogni cosa con gesti precisi, maniacali. Tutto ad orari stabiliti. Giorni passati al fianco di altri genitori come noi, gente tosta, con un sorriso tirato stampato in faccia per tutti. Genitori con cui abbiamo riso del mio sopracciglio divenuto bianco. Bianco come eri tu. Giorni complicati, passati in una camera con altre mamme e le loro culle, il mio ventre mollo e un grande vuoto. Lá, accanto, dove doveva esserci una culla. Dove dovevi esserci tu.

Non ho mai pianto prima di oggi. Ci ho messo un anno per buttare fuori le lacrime sospese in quel corridoio freddo e austero, in quella camera senza la mia culla, fra quelle incubatrici piene di allarmi e odore di disinfettante. Lacrime che ho scacciato prima e dopo ogni visita, prelievo, screening, ecografia, elettrocardiogramma, visita neuropsichiatrica e oculistica, elettroencefalogramma, tac. E ancora, prelievi settimanali, poi mensili e visite su visite.

Ho perso il conto delle volte che la gioia è stata smorzata dalla preoccupazione, prima e dopo ogni tuo piccolo o grande progresso. Ho perso il conto delle volte che ho ricacciato giù quelle lacrime e quel magone. Oggi sono riaffiorati. Mentre mi godo il tuo sorriso e la mano di tuo  padre intreccia la mia, lascio uscire tutto.

3 pensieri riguardo “Buon Compleanno, Ziva!

  1. Mi ha commosso in modo particolare questo post. Sono nata di sette mesi e il mio primo mese di vita l’ho passato in incubatrice. A rischio di vita anch’io, come tutti i prematuri. Io ovviamente non ricordo nulla, ma a quanto pare mi è rimasto addosso un certo senso protettivo che provo nell’isolamento. E, perciò, credo sia forte sentire quest’esperienza vissuta dall’altra parte. Grazie.

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