Abbracci inaspettati

A(b)Braccio # Francesca Dominici
field marketing manager e giornalista – Roma

Eccomi qua. La scettica-pigra. Io che individuo il problema in un minuto e lo affronto dieci anni dopo. Un qualsivoglia fattore scatenante e, a un certo punto della routine, mi decido. Di solito si tratta di intraprendere qualcosa di molto importante nel modo sbagliato, cioè selezionando con cura l’opzione peggiore: la prima che capita, la più comoda, quella segnalata col piglio giusto dalla tizia che frequenta il mio stesso laboratorio di esercitazioni ritmiche o dall’istruttore di step-gag della domenica mattina. In genere, infatti, la mia determinazione si esaurisce proprio nel preciso momento in cui decido che quella cosa va fatta. Il successivo imperativo è: subito.

Inutile aggiungere che la buona riuscita dell’impresa, a quel punto, diventa unicamente questione di fortuna. Perciò diciamo 50 e 50. Facciamo 40 e 60, perché non sono mai stata molto fortunata. Di solito ci rimetto un sacco di soldi – qualunque cifra è un sacco di soldi, per chi ne ha pochi. Il solito buon vecchio percorso che oggi mi ha portata qui, in questo centro di Osteopatia e Chiropratica, raggiungibile solo coi mezzi pubblici, nel caos proibitivo di una delle Zeta più Ti Elle di Roma.

Ci sono già stata, in verità, a raccontare del mio problema, di quanto poco io mi fidi di ogni forma di terapia che non poggi su fondamenta diagnostiche a base di raggi X e di come non sono sicura che lui sia la persona giusta, cosa che ovviamente mi ha resa molto antipatica ai suoi occhi, che non hanno smesso di sorridermi e di scrutarmi, alla ricerca di un segnale che potesse contraddire la sua impressione. “Forse è solo incline a enfatizzare gli aspetti negativi di ogni questione”. “Chiamo io”.

Quindi alla fine eccomi qua, perché questa cosa va fatta. E anche perché, evidentemente, un po’ ci spero in una sorpresa, o almeno in quel 40 per cento. E a quella speranza mi aggrappo mentre mi stira il collo, mi fa protendere la mandibola come un molossoide, mi martella i muscoli con uno strano aggeggio a forma di revolver, mi fa scricchiolare le vertebre tra le scapole e mi insegna i miei esercizi per i compiti a casa. Tuttavia, sullo sfondo di quella prospettiva, rimane il pensiero –meschino, lo so- degli ottanta euro che queste manovre mi costano. Nella mia mente è tutto un alternarsi di “ma che ti aspetti, un miracolo? Un po’ di pazienza” e di “ecco fatto, un’altra delle mie cappellate”. E mi sento pure in colpa, perché non riesco a controllare una certa acquiescenza posticcia quando rispondo alle sue domande.

“Sente il movimento un po’ più fluido?” – “Sì un po’ di più” – e intanto gli angoli della bocca vanno all’ingiù, e non ci vuole Tim Roth in “Lie To Me” per capire che non ho la minima idea di quello che sto dicendo.

Finita. Quanto tempo è passato, quaranta minuti scarsi? Mi rialzo, mi sistemo l’abito – ma come diavolo mi sono vestita stamattina, sapendo di dover venire qui? – se mai dovessi tornare, ci vorrebbe una mise da yoga, ma dovrei cambiarmi in ufficio. Capirai, lasciamo perdere.

“Ok prima di uscire dalla stanza faccia qualche passo, mi dica: ha senso di vertigine? No? Tutto bene? Allora arrivederci, tra circa una settimana”. E mentre pronuncia queste parole, mi abbraccia con disinvoltura. Eh? Mi abbraccia. È un abbraccio quieto, fresco come una stretta di mano, ma sorprendente come l’agguato festoso del mio gatto mentre sto leggendo il giornale. Dura un tempo breve, non sufficiente a capire se si tratti dell’ultima manovra da chiropratico o del saluto di un qualche genere di compagno di viaggio. Un po’ di pazienza, mica può fare un miracolo.

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