L’ultimo viaggio

A(b)Braccio # Filippo La Torre

Angelina e Mommo erano pronti. Erano le sette di mattina, ma il sole era caldo come a mezzogiorno. Mommo vestiva l’abito in velluto della domenica, mentre Angelina indossava un vestito ricamato con grandi fiori colorati che nessuno del Baglio aveva mai visto. Nataluzzo La Gattuta, che era rientrato alle tre di notte, giurava di averli visti già davanti casa, mano nella mano, ad osservare la luna, disincantati.

A mezzogiorno Nataluzzo era ancora ubriaco e al suo racconto nessuno gli credette. Lo zio Diego li aveva aiutati a caricare sul suo carretto le loro poche cianfrusaglie che potevano tornare utili: una quarara di rame tutta ammaccata, un Primus a petrolio, una valigia di cartone che conteneva abiti ammunsiddati  e munciuniati, di maschi e di femmine, e una bambola americana originale dai pomi rossi e dalle labbra a cuore.

Zio Diego teneva in mano le redini, mosce, pronto a dare il via a Sasà, un mulo a metà strada tra un asino e un cavallo che sembrava anch’esso asino. Con voce gentile, anche se cavernosa, indicò alla sua destra e disse: “Angelina, mettiti qua davanti, e si ti strinci c’è pure posto per Mommo”. “Grazie Zù Diego, ma preferiamo venire a piedi, a tagghiari a tagghiari. Approfittiamo della bella giornata che ci manda il Padreterno”. Così rispose Mommo, stringendo la mano di Angelina, e da quel momento non l’avrebbe più lasciata.

Quasi tutti gli abitanti del Baglio presenti – ma erano soltanto donne e bambini, che gli uomini erano tutti al lavoro – uscirono dalle loro case per salutarli. Donna Mariuccia, con le scalette della persiana semi abbassate in modo da non potere essere vista dall’esterno, osservava compiaciuta, ma si mordeva le labbra come se ancora fosse posseduta da un barlume di umanità. Non sempre la comune miseria crea fratellanza, anzi spesso alza steccati.

I due si avviarono dietro il carretto, ma invece di dirigersi verso la Riserva Reale, che era quella la strada più breve per andare a Monreale, appena furono fuori dalla vista di Zù Diego, ritornarono indietro e sempre mano nella mano, in discesa, si diressero verso le Due Vanelle. Chi li incontrò non poté fare a meno di notare con quanta leggiadria Angelina muoveva i suoi passi. Teneva il viso in alto a guardare inesistenti voli di uccelli e immaginava trasparenze di nuvole. Tutto questo le si poteva leggere in faccia, come le pagine vive di un libro.

Lasciarono alla loro sinistra i giardini di Villa Tasca e il profumo acceso e insistente di zagara della prima mattina. Incontrarono gigantesche pale di fichidindia sormontate dai frutti ormai turgidi, che vi stavano come uccelli appollaiati e che avevano preso colore, tutti i colori dell’arcobaleno. Ad Angelina piacevano i fichidindia viola, ne era ghiotta. E Mommo li comprava soltanto per lei. Era mastro nel tagliare con un coltellino affilato la testa del ficodindia in prossimità del picciolo, poi la coda e quindi, con un sapiente taglio longitudinale, ne estraeva il corpo fresco, dolce e succulento, non curandosi delle infide spine che rimanevano attaccate alle sue mani. Ci metteva tanta passione e ogni ficodindia sbucciato era un atto d’amore.

Arrivarono tenendosi sempre per mano al ponte di Corleone sul fiume Oreto, si affacciarono in giù come due turisti incantati e incuriositi ad ammirare le canne ondeggiate dal vento e le piante di ricino, quelle a bacca rossa, che lì crescevano rigogliose, ristorate dal lento trascorrere estivo delle acque. Come anelli di una stessa catena le loro mani si strinsero più forte, indissolubili, si lanciarono nel vuoto ed erano felici. Mommo ebbe il tempo, mentre fluttuava come piuma di pettirosso, di leggere il vento che gli rinfrescava il viso e di risentire le parole morte, ma adesso risorte, che aveva ascoltato anni prima ad Albachiara, dalla bocca di Angelina, anche allora portate dal vento, simili ad aliti di gabbiani: “Portami via con te, voglio andare oltre il mare”.

TdC

A(b)Braccio # Maria Andaloro

Non smetto di pensare ad una vicenda degna del peggiore Frankenstein. La storia è questa: “I medici – secondo l’accusa – dissimulavano interventi di chirurgia estetica additiva, certificando l’esistenza di patologie oncologiche. In alcuni casi facevano credere ai pazienti che fosse necessario un secondo intervento per la sostituzione delle protesi difettose”.

Sarà che conosco cosa accade nella vita di una donna malata di cancro, col tumore al seno. Con la prospettiva, al massimo, di tre mesi di vita. Una bomba sganciata senza giri di parole nella vita di una giovane donna di 41 anni. Che è stata capace di strappare a quella “sentenza” altri 14 anni, nonostante gli attacchi della malattia su più fronti. Continua a leggere “TdC”

Appeso a un filo

E’ un caldissimo pomeriggio di metà giugno. Anche se l’estate non è ancora ufficialmente arrivata, il sole picchia sull’asfalto rendendolo quasi di gomma. Lei è una giovane donna, bella, chiunque si fermerebbe a guardarla. Lui, invece, è un uomo apparentemente più grande, distinto. Sembra quasi un personaggio uscito da un romanzo di Kafka.

Non si conoscono, semplicemente si incrociano sullo stesso marciapiedi. Due cose saltano subito agli occhi: lui non si è quasi accorto di lei ed è molto strano. Lei, al contrario, rimane colpita da un particolare inusuale: quell’uomo se ne va in giro con tante mollette per il bucato attaccate alla maglietta che indossa. Ne ha viste tante, lei. Ma questa proprio no. E non è come gli altri passanti che, distratti dalla pausa pranzo o storditi dal caldo, lo ignorano o, peggio, lo deridono. No, lei assiste per qualche attimo alla scena. Poi, fa un respiro profondo e lo avvicina. Continua a leggere “Appeso a un filo”

L’albero di nespole

A(b)Braccio # Filippo La Torre

Un viottolo di campagna lungo poco più di cento metri separa la mia casa dalla loro. L’inverno stava finendo ma in aperta campagna, una campagna sommersa dagli alberi, quella notte era umida e faceva ancora freddo. Misi le calze e sopra il pigiama indossai una vestaglia da camera di lana, ma leggera, e un berretto anch’esso di lana con il pon pon.

Non diedi eccessiva importanza all’abbigliamento che mi faceva sembrare un buffo clown, sapevo che durante il breve tragitto non avrei incontrato nemmeno un cane. Anche loro amano stare al caldo e anche se non stanno al riparo di mura domestiche, un rifugio lo trovano sempre. Camminai velocemente, non dovevo dare tempo al freddo e all’umidità di penetrare nelle mie ossa. Respiravo a piccoli sorsi attraverso un fasciacollo che mi copriva fino agli occhi. Quando arrivai nello spiazzo bianco del baglio percorsi ancora un breve corridoio che dava sul retro della casa, la porta che immetteva in cucina era già aperta. Il freddo della notte aveva divorato il tepore che si era racchiuso dentro le mura. Continua a leggere “L’albero di nespole”

Binari paralleli

A(b)Braccio # Filippo Corrado

Soffiava un vento leggero che alleviava a malapena il caldo torrido di quella giornata, ma era troppo leggero per spazzare i pensieri che avevo in quel momento. Mi stava succedendo ancora, di perdere il contatto con me stesso e con la gente che mi circondava, che parlavano a me come se fossi un manichino. Li sentivo ma non li ascoltavo, ero ancora dentro una campana di vetro, che distorceva i suoni e la mia realtà. Una sensazione di assenza di gravità in uno spazio che mi era estraneo.

Avevo solo un pensiero felice, che mi spingeva per inerzia. Una presenza, che anche se lontana da me, mi faceva sentire vivo. Ero anche questo, io. Mi aggrappavo felicemente ad un suo sorriso, ad un suo “buongiorno tesoro”. Era il tassello che mi salvava.

Di contro, però, c’era anche la vulnerabilità dell’essere l’unico anello forte di quella mia catena instabile, perché bastava un piccolo sussulto per far tremare tutti gli altri anelli. Come una corda dritta, lineare, che se presa da un estremo e fatta oscillare, inevitabilmente avrebbe trasmesso la risonanza del colpo a tutta la corda e a tutto quello che mi apparteneva. Che se anche poco, per me era tutto. Ma io queste cose non gliele avevo mai dette.

Era davvero importante per me, lei. Avrei voluto che i miei sogni si realizzassero al più presto. Non gratis, ma presto.Volevo solo che quel vento leggero asciugasse i sudori della mia fronte con un premio, la vita che ho sempre sognato: io, lei, la nostra casa, un cane e amare ogni istante per quello che ci avrebbe dato.

Ci credevo, questa volta. Ci credevo perché sentivo che ci alimentavamo delle stesse cose: idee, sogni, ambizioni e coca cola. Avevo una fottuta paura di perderla, non perché avessi poca autostima, ma perché sapevo che era lei. Pensavo: tutta una vita a viaggiare sullo stesso binario, di quelli che non si incontrano mai perché paralleli e su quei binari avevamo trascorso la nostra esistenza, da estranei, su un treno, con tutto quello che lo rendeva degno del suo nome.

Il macchinista, che altro non era che il nostro destino, decideva lui dove andare. Il fischio del capostazione, che decideva quando partire alla volta di un nuovo giorno, era la sveglia delle 7:15. Poi c’erano le porte, che si aprivano e chiudevano ad ogni fermata, salivano e scendevano persone, dal treno come dalle nostre vite. Ne sono passate. Poi, forse, ci siamo visti tra la folla che ci opprimeva e senza dire nulla siamo scesi per un attimo per guardarci meglio. Abbiamo sorriso e ci siamo accorti che la stazione in cui eravamo ci ha accolti. C’era un negozio di mobili alternativo, un tizio che faceva i tatuaggi, un’agenzia di viaggi e il Mc Donald. Fico no?

Quei binari paralleli si erano interrotti. Impossibile nella realtà. Allora ho cominciato a credere alla magia che tutto sarebbe arrivato. Lei. Il treno. I miei sogni.

R.

A vederle così

A(b)Braccio # Maria Lombardo
giornalista – Catania

A vederle così, l’una a fianco dell’altra, all’ombra di un nodoso enorme albero di ficus, sotto gli ultimi raggi del giorno, Agnese Moro e Adriana Faranda non sembrano due nemiche. Si guardano e si sfiorano, colpite l’una dalle parole dell’altra. Sono state distanti e ora non lo sono più.

Lo sono state perché la storia le ha messe l’una contro l’altra: vittima, l’una; l’altra, carnefice. La prima, figlia del presidente della Dc, Aldo Moro, assassinato dalle Br il 16 marzo 1978; l’altra, l’ex brigatista (postina delle Br), arrestata nel 1979 e uscita dal carcere per riduzione di pena nel ‘94.

Da un anno Agnese e Adriana vanno in giro assieme per testimoniare il significato del loro incontro, promosso da padre Guido Bertagna, gesuita che ha fatto incontrare vittime e responsabili dei fatti di sangue relativi alla lotta armata: percorsi di giustizia riparativa, confluiti nel “Libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto” (Il Saggiatore), scritto assieme al criminologo Adolfo Ceretti e alla giurista Claudia Mazzucato.

A Catania, Villa San Saverio, nell’ambito delle iniziative della Scuola superiore dell’Università etnea, una folla ha ascoltato in religioso silenzio le confessioni delle due donne. Un percorso “sofferto ma ricchissimo di umanità, molto trasformativo” – dice l’ex brigatista – per arrivare “non a una memoria condivisa, ma a una condivisione di memorie”.

Nelle parole di Adriana, che oggi ha 65 anni (63 ne ha la Moro), la consapevolezza di “scelte personali sbagliate e irrimediabili”, non risolte attraverso il debito pagato con la giustizia, i cui esiti non hanno dato la pace nemmeno alla Moro: “Le tue ferite non le tocca minimamente”. Perciò Agnese si è ritrovata con i cocci della propria vita, “prigioniera di quei giorni”. Da qui il bisogno di ricostruirla, liberandosi dei mostri del passato. “Per me erano tutti dei mostri e invece ho cominciato a capire che il mondo che avevo dentro forse era vero 30 anni prima e che le persone non erano più le stesse”.

Agnese e Adriana si girano l’una verso l’altra e si guardano negli occhi, l’uditorio è toccato dalla forza delle parole. “Oggi riesco a pensare a mio padre con dolcezza” – dice la Moro. E’ storia anche questa, anche se non andrà nei libri si storia.

L’abbraccio

A(b)Braccio # Maria Andaloro

Ho conosciuto Massimo l’anno scorso a Noto, in occasione di “Giacinto”, Festival di informazione e approfondimento culturale LGBT. E ho conosciuto la sua storia, il suo sorriso, la sua tenacia e quella fragilità mai nascosta delle persone forti. Che anche per questo sono forti.

Mi è capitato di rivederlo in una foto che non è solo un abbraccio. La donnina tra le sue braccia ha 92 anni. Aspetta i suoi amici, seduta davanti alla porta di casa, tutti gli anni dal 2010, per il Pride.

Si abbracciano due mondi paralleli, in questo appuntamento annuale. Sono quasi certa che se li vedessimo separati e se ci si fermasse alle apparenze (come sempre), potrebbero sembrare incompatibili.

Si stringono l’uno all’altra, invece. Si sentono i loro battiti. La donnina anziana sembra respirare. Massimo ricambia con la sua incontenibile e contagiosa gioia. E in mezzo c’è tutto il rispetto del mondo. Di chi si abbraccia e di chi li guarda.

Grazie a Giovanni Mazza per lo scatto.

Bastardo

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia

Da un mesetto, ogni giorno, somministro a Pippo, il mio Beagle, una pillola. Dovrà prenderla finché vive. Ogni giorno è lo stesso rito. Io mi fletto sulle gambe per tenerlo fermo, gli apro la bocca, gli caccio la pillola in gola. Poi gli tengo serrati la bocca ed il naso per impedirgli di respirare e costringerlo ad ingoiarla. Pochi secondi, giusto il tempo di canticchiargli “basta un poco di zucchero e la pillola va giù”. E mentre la canticchio, stiamo guancia a guancia. Poi lui mi guarda. Certo, è infastidito. Ma dal suo sguardo so che capisce.

E’ a questo che ho pensato stamattina quando il web mi ha sputato addosso l’immagine che stiamo vedendo. Un povero meticcio, nero come un carbone, col suo collarino rosso. Sembra dormire, invece è morto. E il suo padrone lo ha buttato così, per strada, tra i rifiuti, come una scarpa vecchia.

Ed è in casi come questo che mi misuro con me stesso, con l’asticella dei miei valori, col mio costante rifiuto di attestarmi su posizioni di severità ed intransigenza nei confronti delle nefandezze di cui è capace l’essere umano. E con le quali sono costretto a confrontarmi ogni giorno, anche in ragione del mio lavoro.

Ma non riesco a trovare una, che sia una, giustificazione. Brutto bastardo di un padrone, come hai potuto fare questo? Quante volte ti ha guardato chiedendoti una carezza? Quante volte ha leccato la tua mano? Quante volte avrà scodinzolato la sua coda vedendoti arrivare? E tu lo hai buttato così, senza neppure sentire il bisogno di allontanarti e abbandonarlo magari in mezzo ad un campo, in mezzo alla terra, dentro una scatola di cartone.

Lo so che è morto e che per lui non cambia nulla. Ma tu sei vivo, devi averlo un cazzo di cuore, devi aver pianto almeno una, una sola volta, nella tua vita. Come hai potuto fare questo? Brutto bastardo di un uomo.

Ho difficoltà a scrivere perché le lacrime mi accecano e perché, in momenti come questo – sì, esattamente in momenti come questo – che mi manca la fede, mi manca quel Dio da pregare, vorrei chiedergli di farti bruciare all’inferno per l’eternità.

Io non so se lo troverò mai il mio Dio. Ma tu non solo non lo hai, ma non potrai mai trovarlo. Ti odio.

Un filo appeso al cielo

A(b)Braccio # Andrea Tomasi
giornalista – Trento

Un giorno stai giocando con i tuoi bambini. Il giorno dopo ti ritrovi al buio, vieni tirato giù da un peso enorme. Guardi tuo figlio e non capisci più niente. Non hai più le certezze che pensavi di avere.

Oncoematologia: una parola fredda, buia. Una parola ancor più fredda, glaciale, quando si trova in coppia con “infantile”. Un reparto, un posto, che non pensavi di dover vedere, vivere. Una serie di parole piano piano ti diventeranno familiari, malattie a cui riconduci piccoli volti, storie e occhi di altri genitori. Occhi stanchi, gonfi.

Leucemie acute, tumori cerebrali, neuroblastomi, linfomi e altri sarcomi delle parti molli. Quante volte ti sei chiesto “perché non a me, perché lui?”. Ed eccovi lì. Un’intera famiglia “appesa ad un filo”. A sperare con cautela, senza facili illusioni. L’80% guarisce, ti dicono. E non vuoi neanche pensare a quel 20%. Hai imparato i nomi dei medicinali, hai nelle orecchie il rumore dell’infusore che pompa la chemio: la sua, la tua, la vostra migliore amica. Segui ogni istruzione del personale sanitario, non si deve sbagliare nulla. E mentre tu sei in preda alla paura e alla rabbia, è tuo figlio – in cura a due anni e mezzo – a darti la forza.

E se non fosse per il personale, umano e “allenato”, nonostante i turni massacranti, non fosse per i dottori, fra i migliori del mondo (non d’Italia, del mondo!), se non fosse per le buone anime dei privati e delle fondazioni che tengono in piedi alcuni servizi, il reparto di Padova non sarebbe un’eccellenza. E non potrebbero seguire 1500 bambini e ragazzi ogni anno. E allora, voi, voi che avete il potere di aiutare con le donazioni o anche solo con il tam tam, sentitevi speciali. Perché per ogni bambino curato il merito può essere anche un po’ vostro. È tornato a giocare, a suonare o studiare, grazie anche a quel vostro piccolo gesto. Che di piccolo non c’è niente. Quindi sentitevi partecipi di tutte quelle speranze e vite attaccate ad un filo.

Il docufilm “Un filo appeso al cielo”, (20 minuti da guardare tutti d’un fiato) che ho girato insieme ai colleghi e videomaker Leonardo Fabbri, Franco Delli Guanti, Jacopo Salvi e Mirko Lamberti, serve per raccogliere donazioni a favore della onlus Team for Children (www.teamforchildren.it), che sostiene le attività del reparto di Oncoematologia infantile di Padova. E’ un docufilm nato da un’esperienza personale. Si tratta di un invito a sostenere chi, ogni giorno, si prende cura di piccoli guerrieri e delle loro famiglie, nonostante i tagli alla sanità. Un invito a “noi”, perché la malattia si sconfigge insieme.

https://youtu.be/lMLVHoDd5lc

E’ solo un salto

A(b)Braccio # Giovanni Ravesi

Sono solo. C’è spazio, tanta gente intorno. Ma sono solo. Questo è un luogo pieno di sorrisi. C’è sempre qualcuno disposto a sorriderti per contratto: pagato per farlo. E non mi piace, per questo sono solo. Ma non durerà ancora a lungo. Non mi possono tenere ancora qui, non ce la faranno. Come non sono riusciti a trovare un nome per posti come questo, dopo che qualcuno ha deciso di non chiamarli più manicomi.

Devo restare calmo. Se riesco a contenermi per almeno quarantotto ore, forse non mi legheranno alla branda durante la notte. E io devo essere libero. Intanto, niente psicofarmaci. Devo sputare in qualche modo quell’orrendo intruglio che mi sta uccidendo. Devo controllarmi. Al colloquio domattina dovrò apparire sereno, tranquillo. Non come l’ultima volta. Puoi stare tranquillo, professore. Sto per offrire alla tua vanità di luminare un nuovo brillante successo. La tua nuova terapia funziona, mi contiene. Ho fatto il bravo, merito un premio.

Lo spogliatoio al terzo livello, senza barre alle finestre: come raggiungerlo? Antimo, il portantino, potrebbe aiutarmi, ma non è uno stupido: sarei costretto a scoprire le mie carte e confidargli il mio piano. Ma lo conosco appena, potrò fidarmi? O Rachele, l’infermiera ninfomane che, malgrado tutto, ha intuito che sono rimasto un uomo e non mi ha più mollato, costringendomi agli straordinari ad ogni turno.

Magda, sei tornata. Dicevano che eri guarita e invece sei nuovamente in mezzo a questa merda. Mi vedi? Io sono rimasto sempre qua. Dovrai accorgerti prima o poi di me. Riuscirò mai a parlarti? Magari più tardi, in sala proiezioni. O domani, in giardino. Potrei rimandare la fuga, per te. Non vorrei dover tornare indietro anche solo per vederti. Potremmo scappare insieme. Alza lo sguardo, Magda. Sono qui, mi vedi? Che ti hanno fatto? Conosco quell’assenza di luce negli occhi. Conosco quella sensazione di gambe molli e quei segni alle caviglie. Ti hanno “contenuto”, come dicono qui. Un’accozzaglia di pillole e liquidi per provocare uno stato di morte apparente. Bastardi. Quante volte lo hanno fatto con me. Ma io posso aiutarti. Ne sono uscito, Magda. Ce l’ho fatta. Sto bene, fra un po’ lascerò questo schifo. Puoi venire con me.

Domani notte, è deciso. Rachele è di turno e le ho chiesto di poter rimanere da solo con lei. Non sospetta nulla, è naturale. Starà pensando a chissà quali capriole. Si tratta solo di invitarla a salire al terzo piano per stare un po’ più tranquilli, penso di poterla convincere. Non vedo l’ora di respirare aria vera all’esterno. Di correre e urlare al vento la gioia per la libertà riconquistata. E’ solo un salto. E’ solo un salto. Verso la vita, quella vera. La fine di tutto. Niente più crisi violente, aggressioni, visite specialistiche, corse in ambulanza, prediche di preti annoiati, ipocrisie familiari. Basta. Guardo dietro: nessun rimpianto. Forse Antimo e quella sua disorganizzata voglia di aiutarmi o Magda di cui non conosco neanche il suono della voce. Una nuova esistenza, finalmente libera. Coraggio: è solo un salto.

Ti chiedo perdono Rachele, se ho dovuto colpirti. Ma non volevo che incolpassero te della mia fuga. Adesso te ne stai qui, stordita e mezza nuda. Si, arriveranno a sostenere che ti ho pure violentato. E invece no, vero piccola? Ci siamo divertiti, stasera. Di ciò che diranno, mi importa poco. Dopo, non mi importerà più di nulla. E’ ora. Meglio sbrigarsi; adesso dormono tutti, ma non si sa mai. Certo, da qui il terreno sembra lontano. Tre piani.

Coraggio, è solo un salto. Vediamo se hai le palle, povero pazzo. Ho letto che in momenti come questo si rivede in una frazione di secondo il film della propria vita. Speriamo di no. Questo vorrei davvero evitarlo. Non ho proprio voglia di rivedere nulla, sarebbe un ulteriore supplizio. Devo chiudere gli occhi, ora. Ho paura, ma devo andare. Forza: è solo un salto. Come volare. E’ strano, non tremo più. Forse non mi sono mai sentito così bene. Una sensazione che non provo da tanto, ormai. Lo specchio di fronte a me riflette un uomo in piedi sul bordo di una finestra. Sembra più vecchio, più solo, più stanco dei suoi trentacinque anni. Ma con un sorriso che stento a riconoscere. Persino i muscoli del viso non sono più abituati a sorridere. Beh, adesso si. Adesso posso proprio volare. Via.