La panchina

A(b)Braccio # Alessia Randazzo
avvocato – Palermo

Fu dopo un civile scambio di vedute che quella sera, alzandosi contemporaneamente, si separarono. Si dissero poco più di nulla, a dire il vero. Ma avevano pregustato entrambi, e da tempo, il sapore della necessità di dividersi, per non cogliere almeno un’occasione ufficiale di farla finita. Visto, però, che nessuno dei due si spingeva oltre una brusca sottolineatura al giorno nei confronti dell’altro, si accordarono per la vecchia, indistruttibile, panchina. Optarono, cioè, per il posto migliore per dettarsi un telegramma con gli occhi. Non ti amo più’. Stop.

Così, pur sempre gelosi dell’unicità della loro relazione, decisero di affidarne la fine al gelo che solo una panchina piazza sotto il sedere, piuttosto che litigare platealmente e darla in pasto ad un qualunque passante. E ci riuscirono. Benissimo.

Nessuno, in quel frangente, sarebbe mai riuscito ad intercettare la fine di una storia tra quei due. Al massimo un passaggio di documenti tra due agenti segreti. Nessuno dei due era più colpevole dell’altro, nessuno dei due fece ritorno alla sua vita con un rimorso in eccesso. Segnali di un amore composto e rispettoso.

La cui fine, però, somigliava a quella, banale, di tanti con le lacrime a strapiombo sugli occhi di lei, arginate da una diga di rimmel e vistoso imbarazzo di lui, come quello che cantava Carmen Consoli in una delle sue più belle espressioni.

Agli uomini viene sempre meglio stabilire che non amano più, risultano più credibili delle donne. Non si perdono a spiegare perché è finita. Si fanno trovare lì col cadavere tra i denti. E te lo consegnano per le onoranze funebri.

Quella strada e quella panchina, le rivide spesso negli anni che seguirono. Stavano proprio sotto lo studio del suo commercialista. Ogni volta che ci andava, come se non le bastasse il dolore che provoca il versamento dell’IVA, puntava dritta alla panchina. Perché le mitragliasse il cuore al punto da azzerarle il ricordo di quella fine. E soprattutto perché quando, e se mai l’avesse rivisto, lui non potesse sospettare minimamente di un suo ripensamento.

Anche lui non fu da meno. Torno’ alla sua vita di sempre, la palifico’. Sicuro che reggesse all’assenza di Elisabetta. Cui, però diverso tempo dopo, e distrattamente, fu raccontato che Michele era stato visto seduto su quella panchina in diverse occasioni.

Che aveva stazionato ore a farsi gelare il sedere tra quegli alberi, cercando il coraggio di richiamarla e chiedendo consigli su come superare il suo, nuovo, vistoso imbarazzo, a quasi tutti i piccioni della piazza. Senza che, però, nessuno di quegli odiosi pennuti gli avesse dato una qualche dritta.

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