Mia sorella

Lo so, mi diresti: “Non farlo, mi vergogno”. Ed io, ironica, ti direi: “Tu vergognarti? Ma dai!”. Dicono la stessa cosa anche a me, sai? Me lo dicono, e non so con quanta ironia, quando confesso di essere timida. Ma non ci crede nessuno perché un aspetto come il nostro, a quanto pare, inganna. Come se quegli occhi scuri e profondi, quella bocca importante, quei capelli neri avvolgenti e quel piglio che, a volte, questo è vero, rasenta l’aggressività, escludessero a priori un sentimento come la timidezza. Ma non è così, anzi.

Sono passati dodici anni ed io ti scrivo solo adesso. Non crederai mica che sia stato facile, no? Dodici anni senza di te sono lunghissimi, te lo dico io. Ho dovuto prima addomesticare i fantasmi della paura, che sono sempre lì, da quel giorno.

Mi rivedo ancora senza un filo di fiato a correre per quelle scale, verso l’aeroporto, verso un aereo che mi portasse da te il più presto possibile, prima che fosse troppo tardi. Confusa, sperduta, in cerca di un abbraccio, di uno sguardo, di una pacca sulla spalla, del sostegno di qualcuno, di una parola di conforto. Ma non c’era tempo, correvo da te, pregavo e invocavo che tu mi aspettassi.

L’hai fatto, mi hai aspettata. Ed io non lo dimenticherò mai. Credo di essere sopravvissuta a quel dolore atroce proprio grazie a te, alle tue parole sussurrate, al tuo abbraccio fragile, al tuo sguardo liquido, ormai spento dagli effetti della morfina. Quel “grazie” che ci siamo scambiate è scolpito dentro di me. Perché in quella parola c’era tutto, noi due lo sappiamo.

Cerco di dimenticare le immagini più brutte, quelle della sofferenza. Ma è difficile, non sempre ci riesco. Basta guardarmi allo specchio per rivedere te. E’ sempre stato così. Sei mia sorella. Ma più passano gli anni, più ti assomiglio in maniera imbarazzante. Spesso mi chiamano con il tuo nome, loro si mortificano, ma a me fa piacere. Convinta come sono che anche questo serva per mantenerti ancora viva. Perché, in fondo, sei solo più lontana.

Ti rivedo nei tuoi momenti di incazzatura, quando non ce n’era per nessuno. Nei tuoi momenti di dolcezza, che a me non hai mai lesinato. Nella tua malinconia, che serpeggia spesso anche nei miei occhi. Ma ti rivedo soprattutto nei tuoi momenti di allegria e mi sembra ancora di sentire la tua risata fragorosa, rischiarata dai tuoi denti bianchi. Le tue lentiggini, quel naso perfetto che ti ho sempre invidiato, quel collo seducente, la tua pelle, i tuoi piedi. I tuoi “Non ho niente da mettermi”, le tue telefonate per chiedermi: “Ci vieni con me?”, i tuoi “Togliti le scarpe prima di entrare, che ho pulito”, la nostra sigaretta a fine pasto, la tua paura dell’aereo e i conseguenti viaggi in treno, i tuoi tiramisù, i tuoi: “Che cosa mi regali per il compleanno”?

Mi hai mandata a quel paese un sacco di volte, l’ho fatto anch’io con te. Ma mi hai salvato la vita molto più spesso, tirandomi su, senza dire niente, solo con la tua presenza. Ho sempre pensato di dover fare qualcosa di importante per te, qualcosa di cui si parlasse per un pò, qualcosa che potesse renderti quello che avresti meritato. Non escludo che prima o poi ci riuscirò. Questo, forse, è un primo passo.

Tu, intanto, stai tranquilla. Qui ce la caviamo, più o meno. E non farti riconoscere anche lì, evita di dare dello stronzo al primo che ti capita. Perché dalle tue parti, il primo che capita non sai mai chi potrebbe essere.

Ciao, Piera. ❤️

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...