Con due polmoni grandi così

A(b)Braccio # Lucio Luca
giornalista – Roma

Chissà che cosa è passato in mente a Serse in quei dieci minuti, con il pubblico tutto in piedi ad applaudirlo malgrado il sogno fosse ormai svanito. Chissà se avrà rivisto il papà Antonio, andato via troppo presto, che amava il ciclismo e scelse per lui quel nome così buffo in onore del fratello di Fausto Coppi. E poi mamma Iole, la donna più importante della sua vita insieme alla fidanzata storica Rosy, moglie e madre dei suoi due figli.

Magari si sarà ricordato di un ragazzino piccolo e sgraziato, sciarrìato col pallone ma con due polmoni (e due altre cose che non si possono dire) grandi così. Avrà ripercorso passo dopo passo una carriera da calciatore con molta infamia e poca lode e le prime esperienze in panchina, nella squadra del suo paese, dove a parte bestemmioni e insulti ai giocatori, le cronache non riportano episodi degni di nota. Serse probabilmente si sarebbe messo l’anima in pace se il caso non gli avesse fatto incontrare un anziano ristoratore di Gubbio famoso per il coniglio alla cacciatora e alcune doti, dicono quelli bravi, extrasensoriali.

“Il baffo” – qui si entra nella leggenda e quindi, chi vuole, si deve fidare – passa in rassegna i brocchi del Pontevecchio, la squadra di Serse buon’ultima in classifica. Tocca le mani al portiere, accarezza i piedi dell’attaccante, regala braccialetti portafortuna.

Come fu e come non fu, i picciotti di Serse dalla domenica successiva diventano il Real Madrid del campionato di Eccellenza, vincono 12 partite di fila e si salvano con le coffe. E’ l’inizio della scalata: promozioni, coppe Italia dilettanti e il salto ad Arezzo prima dell’apoteosi di Perugia.

Un gran personaggio, anche televisivo, ma senza troppi santi in paradiso. Uno che ha le sue idee politiche, anche scomode, e non le nasconde. E infatti, piano piano, esce dai radar (leggi procuratori) e finisce nel dimenticatoio. Passa pure da Palermo (esonerato da Zamparini, strano nevvero?) prima di rinascere a Trapani.

Insomma, a dieci minuti dalla fine della partita più importante, quella che avrebbe potuto riportarlo in serie A (una bella storia da film, che succede solo nei film e la vita, appunto, non è un film), quel pubblico tutto in piedi per dirgli “grazie lo stesso Serse”, “sei un grande, Serse”, “ti vogliamo bene, Serse”, ha fatto sciogliere in un pianto irrefrenabile pure un uomo rude e incazzoso come lui, uno sciarrìato col pallone ma con due polmoni (e due altre cose che non si possono dire) grandi così. E l’abbraccio finale del suo avversario, trapanese di nascita ma pescarese di adozione, uno dei tanti che Serse ha tirato su dalle giovanili facendolo diventare giocatore di pallone, è l’immagine più bella che il calcio abbia riservato almeno quest’anno. Come la passerella d’onore concessa dal Barcellona alla Juventus alla finale della Champions dell’anno scorso, per dire, sui quali tanti cialtroni hanno ironizzato.

Il calcio è Serse che piange e Massimo Oddo che prima di festeggiare, corre da lui a fargli coraggio. Dei cialtroni, pazienza, ce ne faremo una ragione. Perché prima di andare a vedere una partita, diventare ultrà e godere per le disgrazie altrui, sarebbe sempre preferibile leggere un libro (uno qualsiasi) di Osvaldo Soriano, il cantore più grande del pallone. Quello che diceva che le storie del calcio sono così: risate e pianti, pene ed esaltazioni. E anche abbracci, come quello di Serse e Massimo, uomini veri con due polmoni (e due altre cose che non si possono dire) grandi così.

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