Binari paralleli

A(b)Braccio # Filippo Corrado

Soffiava un vento leggero che alleviava a malapena il caldo torrido di quella giornata, ma era troppo leggero per spazzare i pensieri che avevo in quel momento. Mi stava succedendo ancora, di perdere il contatto con me stesso e con la gente che mi circondava, che parlavano a me come se fossi un manichino. Li sentivo ma non li ascoltavo, ero ancora dentro una campana di vetro, che distorceva i suoni e la mia realtà. Una sensazione di assenza di gravità in uno spazio che mi era estraneo.

Avevo solo un pensiero felice, che mi spingeva per inerzia. Una presenza, che anche se lontana da me, mi faceva sentire vivo. Ero anche questo, io. Mi aggrappavo felicemente ad un suo sorriso, ad un suo “buongiorno tesoro”. Era il tassello che mi salvava.

Di contro, però, c’era anche la vulnerabilità dell’essere l’unico anello forte di quella mia catena instabile, perché bastava un piccolo sussulto per far tremare tutti gli altri anelli. Come una corda dritta, lineare, che se presa da un estremo e fatta oscillare, inevitabilmente avrebbe trasmesso la risonanza del colpo a tutta la corda e a tutto quello che mi apparteneva. Che se anche poco, per me era tutto. Ma io queste cose non gliele avevo mai dette.

Era davvero importante per me, lei. Avrei voluto che i miei sogni si realizzassero al più presto. Non gratis, ma presto.Volevo solo che quel vento leggero asciugasse i sudori della mia fronte con un premio, la vita che ho sempre sognato: io, lei, la nostra casa, un cane e amare ogni istante per quello che ci avrebbe dato.

Ci credevo, questa volta. Ci credevo perché sentivo che ci alimentavamo delle stesse cose: idee, sogni, ambizioni e coca cola. Avevo una fottuta paura di perderla, non perché avessi poca autostima, ma perché sapevo che era lei. Pensavo: tutta una vita a viaggiare sullo stesso binario, di quelli che non si incontrano mai perché paralleli e su quei binari avevamo trascorso la nostra esistenza, da estranei, su un treno, con tutto quello che lo rendeva degno del suo nome.

Il macchinista, che altro non era che il nostro destino, decideva lui dove andare. Il fischio del capostazione, che decideva quando partire alla volta di un nuovo giorno, era la sveglia delle 7:15. Poi c’erano le porte, che si aprivano e chiudevano ad ogni fermata, salivano e scendevano persone, dal treno come dalle nostre vite. Ne sono passate. Poi, forse, ci siamo visti tra la folla che ci opprimeva e senza dire nulla siamo scesi per un attimo per guardarci meglio. Abbiamo sorriso e ci siamo accorti che la stazione in cui eravamo ci ha accolti. C’era un negozio di mobili alternativo, un tizio che faceva i tatuaggi, un’agenzia di viaggi e il Mc Donald. Fico no?

Quei binari paralleli si erano interrotti. Impossibile nella realtà. Allora ho cominciato a credere alla magia che tutto sarebbe arrivato. Lei. Il treno. I miei sogni.

R.

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