L’albero di nespole

A(b)Braccio # Filippo La Torre

Un viottolo di campagna lungo poco più di cento metri separa la mia casa dalla loro. L’inverno stava finendo ma in aperta campagna, una campagna sommersa dagli alberi, quella notte era umida e faceva ancora freddo. Misi le calze e sopra il pigiama indossai una vestaglia da camera di lana, ma leggera, e un berretto anch’esso di lana con il pon pon.

Non diedi eccessiva importanza all’abbigliamento che mi faceva sembrare un buffo clown, sapevo che durante il breve tragitto non avrei incontrato nemmeno un cane. Anche loro amano stare al caldo e anche se non stanno al riparo di mura domestiche, un rifugio lo trovano sempre. Camminai velocemente, non dovevo dare tempo al freddo e all’umidità di penetrare nelle mie ossa. Respiravo a piccoli sorsi attraverso un fasciacollo che mi copriva fino agli occhi. Quando arrivai nello spiazzo bianco del baglio percorsi ancora un breve corridoio che dava sul retro della casa, la porta che immetteva in cucina era già aperta. Il freddo della notte aveva divorato il tepore che si era racchiuso dentro le mura.

Mi venne incontro Lulù, la cagnetta di casa. Mi scodinzolò e cominciò a mugolare. Le intimai di non abbaiare e le passai una mano sulla testa, lei ricambiò affettuosamente il mio gesto, lasciandomi colare addosso strisce di bava. Le luci erano accese dappertutto. Oltrepassai la stanza da pranzo, un breve corridoio e il saloncino. Trovai le porte tutte aperte e quella della camera da letto mi introdusse in un quadro surreale.

Vidi mio padre a terra. Sulla faccia aveva stampata, come una nitida decalcomania, la disperazione di chi ha la consapevolezza che la vita scivola via depauperata della propria volontà, di chi ha preso coscienza di non avere più il controllo delle proprie azioni, di chi ormai è rimasto solo, prigioniero del proprio corpo. E i suoi occhi questo dicevano, colmi di disperazione. Era coperto da un plaid, rannicchiato sul pavimento. Mia madre gli stava accanto con il viso coperto di lacrime come una Madonna con il Cristo ai propri piedi. Mi chinai per sollevarlo e lui mi lanciò uno sguardo che non riuscii perfettamente a decifrare. Forse c’era tutto, in quello sguardo: c’era la commiserazione per sé stesso, c’era la commiserazione per mia madre, c’era la pietà che veniva implorata, ma era una pietà silente, coperta di vergogna e di pudore. Il mondo non doveva sapere che Luigi ‘u sapuritu era crollato, abbattuto non soltanto dalla vecchiaia – anzi da quella no, ché lui non si sentiva affatto vecchio – ma da una malattia subdola e traditrice.

Faticai non poco per sollevare quel corpo e appena rimesso a letto e ricoperto nuovamente con la coperta di lana, aprì le labbra. Con parole incazzate mi disse: “Se muoio, voglio essere seppellito sotto l’albero di nespole selvatico”. Anche se ancora intontito dal sonno, ritenni di continuare la discussione, sospeso in un gioco surreale, con il desiderio di condurre comunque un dialogo affettivo di condivisione.

“Papà, perché proprio sotto quello selvatico? Ce ne sono tanti altri e anche in posizione migliore. C’è quello accanto al pozzo che prende sole tutta la giornata e che si disseta quando ne ha bisogno”. “No, dev’essere quello selvatico. Quello non si ammala mai”. Era un albero nato spontaneamente già ai tempi di mio nonno e cresciuto senza mai essere innestato. Era il più alto tra gli altri e con la chioma più ampia. I suoi frutti rimanevano piccoli e anche quando raggiungevano la piena maturazione, non diventavano mai dolci.

“Papà, sai che non è possibile”. “Raccontate in giro che sono scomparso e che non sapete dove sono andato. Se mi dici di sì parlo con Iachinieddu e gli faccio scavare una buca profonda e larga”. Nei giorni che seguirono, ad ogni visita questa sua richiesta fu ripetuta tante altre volte ed io ormai lasciavo cadere le sue parole, non gli rispondevo più.

Quando mio padre fu ricoverato presso la casa di riposo Villa del Buon Signore, l’albero di nespole incominciò a deperire. Dalle sue radici spuntarono funghi di Armillaria che crescevano a mazzi, come crisantemi. E il giorno in cui mio padre se ne andò, quattro mesi dopo, lui era già morto. Lo tagliammo per farne legna per il camino e le sue radici erano marce e puzzavano di morte.

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