Appeso a un filo

E’ un caldissimo pomeriggio di metà giugno. Anche se l’estate non è ancora ufficialmente arrivata, il sole picchia sull’asfalto rendendolo quasi di gomma. Lei è una giovane donna, bella, chiunque si fermerebbe a guardarla. Lui, invece, è un uomo apparentemente più grande, distinto. Sembra quasi un personaggio uscito da un romanzo di Kafka.

Non si conoscono, semplicemente si incrociano sullo stesso marciapiedi. Due cose saltano subito agli occhi: lui non si è quasi accorto di lei ed è molto strano. Lei, al contrario, rimane colpita da un particolare inusuale: quell’uomo se ne va in giro con tante mollette per il bucato attaccate alla maglietta che indossa. Ne ha viste tante, lei. Ma questa proprio no. E non è come gli altri passanti che, distratti dalla pausa pranzo o storditi dal caldo, lo ignorano o, peggio, lo deridono. No, lei assiste per qualche attimo alla scena. Poi, fa un respiro profondo e lo avvicina.

E’ solo allora che lui si accorge di lei. La guarda negli occhi e pensa che forse si è persa, che ha bisogno di qualche informazione stradale o, semplicemente, che ha voglia di prenderlo in giro. Del resto, è abituato. Tutto si aspetta, tranne quella domanda, precisa, diretta: “Scusi, posso chiederle perché porta quelle mollette addosso?”. L’uomo non crede alle sue orecchie, vuol dire che qualcuno esiste, che lui non è invisibile.

E’ gentile, ma anche comprensibilmente sorpreso. Appena il giorno prima, alcuni bagnanti avevano continuato imperterriti a fare il bagno e a prendere il sole su una spiaggia, incuranti della presenza del cadavere di una povera donna, annegata poco prima. Perché mai qualcuno dovrebbe accorgersi di me – si era domandato. Ma la risposta è più sorprendente della domanda: “Da quando ho perso il lavoro, mi sento appeso a un filo“.

E’ una specie di tonfo, un colpo sordo al basso ventre, per lei che ha ancora la forza di stupirsi e di indignarsi. Quell’uomo non è il pazzo del villaggio, come i più credono. Non è un mitomane che se ne va in giro per raccogliere qualche momento di notorietà. Quell’uomo probabilmente è un marito, è un padre. Certamente è un disperato, che ha reso visibile la condanna che ha subìto.

Lei adesso riesce persino a sentirsi in colpa. In colpa per tutti quelli che lo incontreranno sul prossimo marciapiedi, ridacchiando come gli altri. E sente il bisogno di fare qualcosa per lui, un gesto anche piccolo. La prima cosa che le viene in mente è invitarlo al bar per offrirgli un caffè. Lui, però, non accetta. E’ solo un disoccupato, non un approfittatore. Non si farebbe mai offrire il caffè da una donna.

Si guardano ancora un istante. Lei lo saluta, lui la ringrazia. Vanno via, in direzioni opposte. Entrambi appesi a un filo.

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