La scelta giusta

A(b)Braccio # L.G.

Trent’anni sono veramente tanti, difficile mantenere così a lungo un legame. Eppure è successo ed è ancora come il primo giorno, come quel caldo giorno di luglio di 30 anni fa, quando all’ombra dei Quattro Canti, circondata dagli affetti più preziosi, ho discusso la mia tesi di laurea, dopo una notte insonne, piena di mille emozioni, timori e aspettative per quel momento che mi avrebbe permesso di abbracciare quella professione.

Non sapevo ancora se sarei stata in grado, ma sapevo che era l’unica che volevo fare, ad ogni costo. Dopo 30 anni, sotto un altro cielo, la stessa passione, lo stesso entusiasmo. Anzi no, è diverso: il tempo ha reso tutto più maturo, più consapevole, più reale.

Ma ora come allora, rimane la voglia di continuare su questa strada unita alla soddisfatta constatazione che, in fondo, non era solo un sogno. Era una scelta giusta, era la scelta giusta per me, un cammino difficile, faticoso, tante volte ostacolato, ma niente ha potuto mai intaccare quel legame tra me e la mia professione.

Iniziato 30 anni fa, in una calda giornata di luglio, all’ombra dei Quattro Canti, e ancora oggi coltivato con passione, all’ombra delle Due Torri. Auguri a me!”.

Abbracciamoci

A(b)Braccio # Silvia Chieppa

Che ci fanno qualche giornalista, un avvocato, un paio di poliziotti, degli addetti al turismo, un barista, una donna incinta, uno scrittore e via dicendo… seduti insieme in riva al mare? Si abbracciano.

Alcuni per la prima volta, altri per la seconda o per l’ennesima. Ma sono tutti accomunati dalla voglia di fare lo sforzo di abbandonare la sicurezza della protezione che ti dà lo schermo per giocare dal vero. E pazienza la ruga, il capello fuori posto, la cellulite.

Basta con l’incrocio di vite e storie ambientate ognuno a casa sua, senza la voce, con l’audio spento e il cuore in stand by. Proviamo a dirlo, quanto ci piace qualcuno. Proviamo a smettere di cacciare pokemon e ad intercettare abbracci e sorrisi veri, calore a cui non serve la batteria per ricaricarsi. E forse questo mondo non sarà perso.

Non vi lascio, dai…

Accidenti, non avrei voluto. Pensavo di farcela come tante altre volte, invece…la vita non la decidiamo noi. Volevo salutarvi, con questo messaggio. Ringraziarvi e lasciarvi anche un pò di me.

Salutarvi, perché è andata così. Non tornerò più lì. Da tanto tempo non ci sono e mi siete mancati molto, il lavoro mi è mancato molto. Il lavoro per me è stato una fonte di vita. Il lavoro è verità, il nostro lavoro è verità. Deve essere verità. Abbiamo un debito, verso i telespettatori. Dobbiamo non accontentarli, dobbiamo dire la verità. Ci credono, a quello che noi diciamo. E noi dobbiamo essere onesti, intellettualmente. Sempre. Questo penso, questo ho sempre pensato. E spero che tutti voi – e credo che tutti voi – pensiate la stessa cosa.

Io non sono contenta che sia finita così. Però ringrazio Dio, perché dalla vita ho avuto veramente tutto. Tutto quello che potevo desiderare. Anche di più, forse. Anzi, senza forse, di più. E volevo dirvi un’altra cosa importante, molto importante. A cui sarete già arrivati, però non si sa mai: è molto importante riconoscere la propria vita, riconoscere le cose più importanti della propria vita. Non trascurate mai le vostre famiglie, neanche per il lavoro. Il lavoro non deve dominarci. Niente deve dominarci. Nemmeno la malattia deve dominarci. Bisogna essere liberi, liberi di amare. E sapere amare, amare profondamente. Amare il proprio lavoro, amare la propria famiglia, amare i propri amici, amare i propri nemici. Arrabbiarsi, ma amare. La forza della vita, il senso della vita, è solo l’amore.

L’amore è quello che ci spinge a fare le cose migliori, nel corso di tutta la nostra vita. E quando succede una cosa come è successa a me, è bello sentirsi pieni, sentirsi sereni, sentirsi in pace col mondo. Sentire di aver fatto quello che si voleva fare, con sincerità, anche pagando un prezzo. Un prezzo che non è mai troppo alto nei confronti, poi, del fatto che la vita è vera, è vissuta, sta finendo. E’ successo tante volte a me di pensare: sta finendo. Ma è successo anche di pensare: che bella, questa vita. Fino alla fine l’ho pensato. E ho pregato perché stessi qui, con i miei bambini, con mio marito, con la mia mamma, con il mio mondo. Ma non sono arrabbiata. Ognuno di noi ha un destino, ha un percorso. Il mio cerchio si vede che doveva chiudersi cosi. Però ricordate queste parole, sono importanti: se al termine della vita, una persona si accorge di avere sbagliato, di non aver fatto quello che aveva desiderato, voluto, si accorge di non avere amato, io credo che una malattia e poi l’esito di questa malattia, sia affrontato con molta angoscia. Io ho avuto angoscia solo per lasciare i miei bambini, mio marito, la mia mamma, la mia famiglia. Solo per loro, non per me. Io ho avuto tutto. E ringrazio Dio per tutto quello che mi ha dato.

Questo messaggio non so se può servirvi. Però pensateci, perché è molto importante. Bisogna pensarci quando si ha tempo per pensarci. E poi volevo ringraziare ancora tutti voi per la vicinanza e l’affetto di questo periodo. E poi anche per la vicinanza e l’affetto di prima. E anche per la vicinanza e l’affetto di dopo. Perché non ho tanta voglia di andarmene. Quindi, secondo me, ruzzolerò da qualche pagina lì, qualche giornale, qualche notizia. Non vi lascio, dai. Un abbraccio grande, a tutti.

Letizia Leviti
Sky Tg24

Gas di scarico

A(b)Braccio # Sandro Dieli

Antonino, amore mio, chissà cosa avrai sentito dire a proposito di tua nonna, chissà cosa avrai pensato di me? Sono certa che mi avrai anche odiata e maledetta, ma sento e ho sempre sentito nel profondo del mio cuore, che tu avresti capito e che mi avresti perdonata.

Leggi queste parole, ascolta la mia voce se ne ricordi ancora il suono. Ti confesserò che ho un po’ di paura per ciò che mi aspetta, ma sapere di parlare con te mi consola e mi dà coraggio, perché mi fa immaginare che la mia verità, la verità, ti apparirà chiara.

Sono seduta ad un tavolino del Caffè Adler di fronte a quello che era il Check Point Charlie, il più famoso punto di passaggio tra Berlino Est e Ovest. Sto bevendo un tè e sono circondata da molte persone che sussurrano conversazioni che non riesco a sentire.

Qui in Germania si sussurra molto più che da noi, si lascia che i sentimenti appaiano innocui attraverso le parole, mentre invece, credimi, i loro animi sono ricolmi di passioni. Quando mi accorsi che sotto un aspetto sereno e controllato ribolliva un vulcano appena represso, guardai i tedeschi con occhi diversi da quelli che videro Berlino i primi giorni. I primi giorni in cui tenevo impresse sulla retina le immagini di un popolo finalmente riunito, appollaiato sul muro più vergognoso che la storia ricordi.

Tratto da ‘Gas di scarico: da Palermo a Berlino’
di Sandro Dieli
formato Kindle
http://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Famzn.to%2F29PWIcP&h=KAQEIGGfK&s=1
http://www.sandrodieli.com/

Mi chiamo Bommarito Giovanni

A(b)Braccio # Costantino Margiotta

Mi sono ritrovato in fila, in attesa dell’imbarco di un volo economico. L’ho visto lì. Un signore avanti negli anni, con indosso una giacca dignitosamente fuori moda e con un sorriso amichevole per chiunque incrociasse il suo sguardo. Uno di quei “soggetti” che, in una giornata come un’altra, speri di non ritrovarti accanto durante il volo.
Appunto.

– E lei come si chiama?
– Costantino.
– E che va a fare a Roma?
– Torno a casa.
– Io invece vado a trovare una persona. Che dice, sto bene?
– Sì, ma non ha caldo? Perché non toglie la giacca?
– No, mi deve trovare bene.
– Allora si tratta di una “signora”…
– ( sorride) Che vuole, signor Costantino. Io ho voluto bene solo a mia moglie, ma ora sono solo. L’ho persa cinque anni fa.
– Siete stati sposati per molto tempo?
– Quasi sessant’anni. Vivevamo all’Arenella e avevamo le case vicine. Eravamo giovani, che vuole, io suonavo il mandolino e a lei piaceva. Un giorno, mio padre mi ha detto che dovevamo partire per l’America. Avevo 16 anni e io ho detto: “Io non posso venire, mi sono impegnato con Anna. Come fa lei senza di me?”. E così sono restato. La mia famiglia è partita e io sono rimasto per lei. E ci siamo sposati.
– Avete avuto dei figli?
– Sì, due, ma sono grandi. Hanno la loro vita. Stanno per i fatti loro da tanto, ormai. Io e mia moglie manco ce ne eravamo accorti che erano passati tutti questi anni e che eravamo rimasti di nuovo in due. Poi lei si è ammalata…
– Mi dispiace…
– Eh lo so, se ne sentono tante di brutte malattie. A lei è venuto il diabete e le ha preso gli occhi. Non ci vedeva più ma diceva che, per addormentarsi, le bastava sentire il mio respiro e non aveva più paura del buio. Io le ho detto: “Anna, non ti preoccupare, te lo do io uno dei miei occhi. Uno tu, uno io e vediamo le cose insieme”. Sì, lo so, sembra una cosa brutta, ma io lo volevo fare. Non ho fatto in tempo. Lei se n’è andata prima dell’operazione.
– E poi lei ha conosciuto questa signora…
– Sì, ma non lo so che devo fare. Sicuro che sto bene, così?
– Sta benissimo. Ma la giacca, almeno durante il volo, avrebbe dovuto toglierla.
– Ha ragione, signor Costantino, ma ormai siamo arrivati.
– Come si chiama lei?
– Bommarito Giovanni.
– Davvero si chiama Bommarito?
– Che vuole, signor Costantino. Ognuno di noi ha una stella.

Ho il rimpianto di non avergli chiesto il numero di telefono. Mi sarebbe piaciuto sapere di lui e se la signora aveva apprezzato la sua giacca. E poi c’è quella domanda con cui abbiamo fatto i conti almeno una volta nella vita: “Che cosa saresti disposto a sacrificare per amore?”. Non so voi, ma io ho conosciuto poche persone capaci di dare la risposta di Bommarito Giovanni.

Sola, senza di te

A(b)Braccio # Rita Borsellino

Sono passati 24 anni da quando non ci sei più. Ti hanno portato via in quel caldo pomeriggio di Luglio pensando di cancellare, con la tua vita, il tuo progetto di giustizia e di pace. Guardo le tue immagini, sento la tua voce, ma tu non ci sei. Il tuo sorriso che cominciava dai baffi, lo sguardo limpido e brillante, non ci sono più.

La nostalgia è sempre più struggente. Mi guardo allo specchio e vedo un’altra persona. Quel giorno tu avevi 52 anni e io 47. Ero sempre, per te, la sorellina piccola da proteggere e coccolare. Tu sei rimasto sempre giovane, con tutta la tua vitalità, la tua ironia, il tuo amore per la vita. Io oggi sono più grande di te e tu non ci sei più. Non sei più lì sempre attento, sempre pronto a farmi una carezza e incoraggiarmi.

Mi sono trovata sola ad affrontare una vita che non conoscevo, responsabilità che non immaginavo. E tu non eri accanto a me. Ma mi hai lasciato un dono grandissimo.

Ti ritrovo ogni giorno nella sensibilità e nell’entusiasmo dei tanti ragazzi con cui ogni giorno parlo di te.

Sono loro a restituirmi la speranza, la voglia di continuare nonostante tutto, perché si possa realizzare il tuo sogno di giustizia e di pace. Perché la verità finalmente venga svelata.

Per te. Per tutti noi.

Un anno da nonno

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia

E così, è passato un anno da quando sei arrivato. Un anno esatto, oggi. Lo sai? Avevo sentito dire che diventare nonno mi avrebbe procurato strane, belle, meravigliose sensazioni. Io non so dirti cosa ho provato. So solo che mi è venuta la voglia improvvisa di gridarlo al mondo intero. Come quando è nata la tua mamma.

Mi ricordo che dopo averla vista, ma proprio un attimo dopo, decisi che dovevo andare a comprarle un vestitino color pesca. Si, color pesca e nient’altro, e avrei girato il mondo pur di trovarlo. Presi la macchina e mi fermai ad un semaforo, un maledetto, interminabile semaforo. Faceva un caldo torrido. Un tizio mi si affiancò, anche lui nella sua auto. I nostri sguardi si incrociarono, ma, te lo giuro, lo avrei chiamato io. “Senta, gli dissi, so che a lei la cosa può non interessare, ma io gliela devo proprio dire, altrimenti muoio. Oggi sono diventato papà, una femmina, ed è bellissima e si chiama Susanna”. Lui mi sorrise. Avevo 23 anni.

Beh, è capitata la stessa cosa con te. Eri nato da appena un giorno ed al mattino presto mentre passeggiavo con Pippo (si, lo “zietto” strano che ti ritrovi, quello peloso e a 4 zampe col quale ti diverti a giocare) alcuni turisti mi chiesero la strada per raggiungere il porto. Stavolta fui meno sfrontato, dissi che dovevo “concentrami” perché ero ubriaco, ubriaco di felicità, si, perché eri arrivato tu ed io ero diventato nonno.

Io, davvero, non lo so cosa si prova e non so neppure se è vero che ai nipoti gli si voglia bene più che ai figli o se si tratta di un amore diverso. Ma che importa? So solo che ti voglio bene come quel nonno nella Promanade Des Anglais. Non sai, non puoi sapere, cosa ha fatto quel nonno. Non fa niente. Col tempo capirai che il mondo è complicato e che dovrai rimboccarti le maniche per renderlo migliore o almeno, per provarci. Te lo spiegheranno mamma e papà. E anch’io conto di darti qualche dritta e di starti al fianco, spero il più a lungo possibile. Tu, però, procura di crescere in fretta, eh?

Sai qual è il momento più bello della giornata? Quando la mamma ti porta a casa. E, a te, in tutta confidenza, posso dirlo. Anche quando viene a riprenderti. Hai superato i 10 Kg e cominci a pesare, lo sai? Buon compleanno, cocciu d’amuri.

In ritardo

A(b)Braccio # Prospero Dente

Oggi ho la sensazione di sentirmi in ritardo. Con la vita, con gli anni, con quel che resta. Anche con le cose che continuo a non comprendere.

La mafia, la cattiveria, l’indifferenza, il silenzio di qualcuno, il binario unico. Sì, anche il binario unico. Quello che, in fondo, rappresenta la vita di molti di noi. Tutti obbligati a viaggiare in un’unica direzione, senza possibilità di scambio. Senza avere l’occasione di guardare, dal finestrino, qualcuno che ti passa accanto sull’altro binario. E magari salutarlo con un cenno della mano.

Quello che, ad un certo punto, può interrompersi improvvisamente. Senza che tu te ne accorga.

In ritardo su alcune occasioni, ormai andate. In ritardo per chiedere scusa, per rincorrere qualcuno. In ritardo per un ultimo sguardo, un’ultima volta. In ritardo per riscrivere la vita di un uomo che hai abbozzato in trenta righe in cronaca.

Sentirsi in ritardo non è una bella sensazione. Ti sale l’ansia perché qualcuno è già arrivato, ha già trovato posto, è riuscito a stringere la mano giusta. E poi, se arrivi in ritardo, siedi inevitabilmente all’ultima fila o peggio, resti in piedi. Oggi ho la sensazione di sentirmi in ritardo con la vita. Con gli anni che sono già andati avanti. Con le cose, tante, che non sono riuscito a fare. Allora devo sbrigarmi, anticipare le lancette della sveglia e provare a riprendere fiato. Correre di più e fare.

Coraggio.

Il Festino un pò sacro e un pò vastaso

A(b)Braccio # Daniele Billitteri

Ora organizzano pure tavolate eleganti. I ricchi con i loro roof garden che si affacciano sulle Mura delle Cattive accolgono ospiti stranieri cui mostrano, da distanza di sicurezza, l’universo del popolo devoto che affolla il Piano della Marina e che, la notte del 14 luglio, scende nel buio dal Piano della Cattedrale, dietro il carro delle speranze immortali dove la Santuzza amministra sorrisi e rimbrotti, carezze e timpulate.

Nei balconi dei ricchi, guanti bianchi servono aperitivi di vitigni autoctoni attipo chardonnay, con molliche di sfincione Prodromi eleganti di busiate al pesto rosso, sorbetto al limone e filetti di spigola “di mare”. E anguria molto fredda che, trenta metri più sotto, diventa muluni agghiacciato. Non c’è rumore di sucata nei balconi dei ricchi, che temono l’allegoria cornuta del babbalucio. E arrivano i dolcetti al ficodindia o al morbido gelo di melone con cioccolata e rigoroso fiore di gelsomino imbrinato da una pioggia di granella di pistacchio.

Il popolo devoto ha cenato in casa. Patate a spezzatino, uova strapazzate, misto di “pezzame” (culi di salumi e formaggi), cocacola, birra e gassosa, torcigliati freschi (cioè caldi) di Forestiere alla Kalsa. Al piano della Marina, in un trionfo di aquiloni coreani, caricabatterie filippini, cannocchiali vietnamiti, scialli, cappelli, coroncine fosforescenti, giochini a fischietto, si riesce a penetrare per arrivare ai banchi istoriati della calia e semenza dove Rinaldo insegue il Feroce Saladino al grido di “A me la Durlindana, gran figlio di buttana”.

E tutto avviene almeno cinque metri più su, oltre il bancone a salire le cui ultime vasche, piene di semenza senza sale e “poco sale”, sono raggiungibili solo con un coppo telescopico. E con cadenza oraria si consuma il rito officiato pubblicamente della trasformazione di mandorle e zucchero in cubbarda, frutto della fusione lenta dentro il reattore del “caliatore”. Poi lo show della “sdivacata” dell’impasto sulla balata, usando e sfidando il tempo per ottenere un quadrato che nella notte dei lunghi coltelli si taglia a quadretti, prima che diventi troppo solido. Ma i bambini vogliono i bummuluni, puro zucchero caramellato dentro gli anelli di alluminio. Oppure la mela caramella. E poi bibite, gas, erutti, feto. Palloncini, coccobello, tu amico, prendi rosa a tua zita.

Da Chiluzzo la parata dei fritti. Aprono panelle a mezza luna, poi crocchè, poi melanzane a fette o a “quaglia”, poi mezzi carciofi alla pastella. E chi ha fame può ricorrere al panino col tonno, con lo sgombro o con l’insalatina. Più sotto verso il semaforo c’è lo “Scialè Estivo” di Paolino, dove i polpi si contorcono nelle pignate di acqua bollente prima di riposare quel tanto che basta per essere tagliati a mestiere. E ci sono pure ricci, muccuna, ostriche, impepate di cozze e vongole e, se aspetti, pure un piatto di pasta. Ma vince chi sceglie cibo di compagnia. Quello, cioè, che porti con te e consumi mentre passeggi. Va bene il gelato con un’ampia offerta dal RosaNero al Touring fino ai fratelli coltelli Ilardo 1 e 2.

Ma, se la palma dello “sgraniggio” (cibo, appunto, da intrattenimento, da sgranocchiare) spetta di diritto a calia e semenze, la pollanchella manco babbia. Per non parlare dei babbaluci. I figli di Nino “u juventino”, lavorano a ciclo continuo, misura standard “il piattino”. Perché non è conto che puoi chiedere: “vorrei 327 babbaluci…”. Allora prendi il numerino come alla banca e mettiti in fila. Alla fine migliaia di devoti provvedono a lastricare la strada di gusci per fare in modo che le ruote del carro della Santuzza siano confortate da un crepitio che non sa di pietre ma di cibo, cioè di abbondanza e buona salute. Altro che peste.

E la Santuzza ci saluta e pensa all’immenso scaffale dei Pensieri che ha lasciato nella grotta sul Pellegrino. I pensieri belli di speranza, quelli meno belli di scanto. E i “ti prego” e i “grazie”, e gli ex voto da cui capisci che l’unico organo che non si ammala è la prostata perché vedi stomaci, cuori, occhi e reni ma mai ”immarazzi” d’argento. E le promesse d’amore nel silenzio appena musicato dal metronomo della goccia d’umidità. Domande su carta addolorata perché un matrimonio non si rompa, un compagno/a non se ne vada. E anatemi contro le malefemmine anche in versione maschile. L’amore che la Santuzza ha onorato rinunciando all’imbelle Baldovino per sposare tutti noi, tutti i palermitani. Ma non siamo il suo harem. Siamo il suo gregge.

Nessuno profanerà quell’umida bottega mentre la Santuzza è in missione presso il suo popolo per annunciare che il turco Maometto Cavalà, che portò la peste sconfitta nel 1624, cavalca sotto mentite e aggiornate spoglie, gli scheletrici cavalli del dolore. E chi fosse sorpreso da questi pensieri foschi, si risvegli al suono dei primi botti e, nella sarabanda della Masculiata, aggiunga lo stappo dell’ennesima Forst. Agghiacciata.

Notte prima della finale

“Vi abbraccio tutti, come questo blog ha fatto con me”.
Marco Tardelli

Non ho perso un solo istante della notte prima della finale dei Mondiali del 1982. Ho passato ore a confessarmi con il mio allenatore, Enzo Bearzot, stella polare nel cielo di Madrid. Ho aspettato che le stelle si spegnessero a una a una, ho ascoltato il silenzio, ho sfogliato i miei sogni come le pagine di un libro. Indugiando in un limbo di ricordi, timori e speranze, in bilico tra l’inferno e il Paradiso. Mentre tutti dormivano, a poco a poco si svegliavano le mie emozioni. Nell’intimità del buio riuscivo a viverle fino in fondo.

Ed ecco l’alba. Mi sono avvicinato alla finestra, ho visto riflessa la mia faccia nel vetro e, come facevo da bambino nella mia stanzetta a Pisa, ho recitato la formazione dei miei miti: «Riva, Mazzola, Rivera, Facchetti». Mi mettevo davanti allo specchio appeso all’armadio che dividevo con i miei fratelli, gonfiavo d’aria il mio torace ossuto e cercavo di capire che effetto avrebbe fatto il mio nome pronunciato insieme a quelli di veri campioni: «Riva, Mazzola, Rivera, Tardelli». A quel punto, buttavo fuori tutta l’aria e mi fermavo. Ma come avrebbero fatto le persone a gridare il mio nome? Mi sembrava impronunciabile.

L’ultima volta che la nazionale aveva incontrato la Germania nella fase finale di un Mondiale risaliva all’epica partita Italia-Germania 4 a 3. L’avevo guardata da un piccolo televisore incastrato in un angolo del retrocucina del Grand Hotel Duomo a Pisa, dove facevo il cameriere. E invece, questa volta, in campo andavo io. Ero il numero 14 della Nazionale di calcio italiana. Erano passati 44 anni da quando avevamo vinto l’ultima coppa del Mondo, ed era giunta l’ora di riconquistarla.

La mia testa era allo stadio Bernabeu, affondavo i piedi nudi nella moquette della stanza come per testare la consistenza del campo. Tutto intorno a me era ovattato. I miei sensi, i miei pensieri erano concentrati sulla finale.

Dovevo raggiungere i miei compagni per la colazione, era arrivato il momento di scoprire il mio destino. L’emozione più forte è sempre l’attimo prima della sfida.

Tratto dal libro: “Tutto o niente”
di Marco e Sara Tardelli
ed. Mondadori