Fuska, il mio cane per sempre

A(b)Braccio # Filippo La Torre

Sono trascorsi dodici mesi e Fuska è morta sopra la sua brandina. Non è morta di vecchiaia. Ancora l’anno prima, a dispetto dei suoi sette anni, era in grado di percorrere chilometri e chilometri senza avvertire la fatica. La portavo spesso in montagna, scompariva dalla mia vista e poi ritornava di corsa, raggiante in viso e mi saltellava davanti come per dire: “E dai, smuoviti, pigrone!”.

Leishmaniosi. Un nome che, a pronunciarlo, la lingua lambisce amorevolmente il palato. Appena mi vedeva in mano quella bottiglia con il filo lungo, rientrava nel seminterrato, saliva sopra la sua brandina dai motivi scozzesi, con lo sguardo rassegnato, ma con la consapevolezza che mai avrei potuto farle del male. E se le riusciva oltremodo faticoso sottoporsi a quel rito odioso, lei lo accettava perché ero io a volerlo.

Ero sempre stato al centro del suo universo ed ero stato io a vegliarla durante il lungo parto di sei cuccioli. Era d’inverno, si avvicinava la notte e assistetti, all’alba, che s’infilava dalla finestra. Era orgogliosa, Fuska, della sua cucciolata. Il suo sguardo questo diceva, mentre stava sdraiata ad allattare quei suoi famelici figli. Se li stringeva alle mammelle con le zampe, amorevolmente.

L’estate era arrivata e chissà se ricordava le calde giornate degli anni che avevamo trascorso in riva al mare, se aveva nostalgia del suo salsicciotto lanciato in acqua e la frenesia nel recuperarlo e i tuffi che facevamo dagli scogli, insieme, quasi in competizione.

Il veterinario sentenziò: “E’ inutile continuare questo supplizio, ormai le speranze di una ripresa sono nulle, per lei ci sarà soltanto sofferenza. La decisione spetta a te”. Mentre l’ago la penetrava per l’ultima volta, io le accarezzavo la testa e i suoi occhi parlavano un linguaggio che io capivo benissimo e mi dicevano: “Grazie per la vita che abbiamo vissuto insieme, sei stato un buon compagno”. E chissà se anche in quella testa di cane, si affannavano in flashback disordinati, le immagini degli anni passati. Ma io questo immaginavo e avrei voluto che fossero immagini a colori.

Ebbe un leggero fremito e i suoi occhi persero per sempre la luce. Il giardino che circonda la mia casa, è un bel giardino. Ci sono piante da fiore e piante da frutto, ma nessuno immagina che sotto quella terra, nera di salute e rigogliosa, si cela un grande cimitero. La fossa per Fuska è pronta, riposerà accanto a suo padre, il grande Wool. E alla sua destra ritroverà Athos, compagno di giochi e suo bersaglio preferito di dispetti.

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