Il Festino un pò sacro e un pò vastaso

A(b)Braccio # Daniele Billitteri

Ora organizzano pure tavolate eleganti. I ricchi con i loro roof garden che si affacciano sulle Mura delle Cattive accolgono ospiti stranieri cui mostrano, da distanza di sicurezza, l’universo del popolo devoto che affolla il Piano della Marina e che, la notte del 14 luglio, scende nel buio dal Piano della Cattedrale, dietro il carro delle speranze immortali dove la Santuzza amministra sorrisi e rimbrotti, carezze e timpulate.

Nei balconi dei ricchi, guanti bianchi servono aperitivi di vitigni autoctoni attipo chardonnay, con molliche di sfincione Prodromi eleganti di busiate al pesto rosso, sorbetto al limone e filetti di spigola “di mare”. E anguria molto fredda che, trenta metri più sotto, diventa muluni agghiacciato. Non c’è rumore di sucata nei balconi dei ricchi, che temono l’allegoria cornuta del babbalucio. E arrivano i dolcetti al ficodindia o al morbido gelo di melone con cioccolata e rigoroso fiore di gelsomino imbrinato da una pioggia di granella di pistacchio.

Il popolo devoto ha cenato in casa. Patate a spezzatino, uova strapazzate, misto di “pezzame” (culi di salumi e formaggi), cocacola, birra e gassosa, torcigliati freschi (cioè caldi) di Forestiere alla Kalsa. Al piano della Marina, in un trionfo di aquiloni coreani, caricabatterie filippini, cannocchiali vietnamiti, scialli, cappelli, coroncine fosforescenti, giochini a fischietto, si riesce a penetrare per arrivare ai banchi istoriati della calia e semenza dove Rinaldo insegue il Feroce Saladino al grido di “A me la Durlindana, gran figlio di buttana”.

E tutto avviene almeno cinque metri più su, oltre il bancone a salire le cui ultime vasche, piene di semenza senza sale e “poco sale”, sono raggiungibili solo con un coppo telescopico. E con cadenza oraria si consuma il rito officiato pubblicamente della trasformazione di mandorle e zucchero in cubbarda, frutto della fusione lenta dentro il reattore del “caliatore”. Poi lo show della “sdivacata” dell’impasto sulla balata, usando e sfidando il tempo per ottenere un quadrato che nella notte dei lunghi coltelli si taglia a quadretti, prima che diventi troppo solido. Ma i bambini vogliono i bummuluni, puro zucchero caramellato dentro gli anelli di alluminio. Oppure la mela caramella. E poi bibite, gas, erutti, feto. Palloncini, coccobello, tu amico, prendi rosa a tua zita.

Da Chiluzzo la parata dei fritti. Aprono panelle a mezza luna, poi crocchè, poi melanzane a fette o a “quaglia”, poi mezzi carciofi alla pastella. E chi ha fame può ricorrere al panino col tonno, con lo sgombro o con l’insalatina. Più sotto verso il semaforo c’è lo “Scialè Estivo” di Paolino, dove i polpi si contorcono nelle pignate di acqua bollente prima di riposare quel tanto che basta per essere tagliati a mestiere. E ci sono pure ricci, muccuna, ostriche, impepate di cozze e vongole e, se aspetti, pure un piatto di pasta. Ma vince chi sceglie cibo di compagnia. Quello, cioè, che porti con te e consumi mentre passeggi. Va bene il gelato con un’ampia offerta dal RosaNero al Touring fino ai fratelli coltelli Ilardo 1 e 2.

Ma, se la palma dello “sgraniggio” (cibo, appunto, da intrattenimento, da sgranocchiare) spetta di diritto a calia e semenze, la pollanchella manco babbia. Per non parlare dei babbaluci. I figli di Nino “u juventino”, lavorano a ciclo continuo, misura standard “il piattino”. Perché non è conto che puoi chiedere: “vorrei 327 babbaluci…”. Allora prendi il numerino come alla banca e mettiti in fila. Alla fine migliaia di devoti provvedono a lastricare la strada di gusci per fare in modo che le ruote del carro della Santuzza siano confortate da un crepitio che non sa di pietre ma di cibo, cioè di abbondanza e buona salute. Altro che peste.

E la Santuzza ci saluta e pensa all’immenso scaffale dei Pensieri che ha lasciato nella grotta sul Pellegrino. I pensieri belli di speranza, quelli meno belli di scanto. E i “ti prego” e i “grazie”, e gli ex voto da cui capisci che l’unico organo che non si ammala è la prostata perché vedi stomaci, cuori, occhi e reni ma mai ”immarazzi” d’argento. E le promesse d’amore nel silenzio appena musicato dal metronomo della goccia d’umidità. Domande su carta addolorata perché un matrimonio non si rompa, un compagno/a non se ne vada. E anatemi contro le malefemmine anche in versione maschile. L’amore che la Santuzza ha onorato rinunciando all’imbelle Baldovino per sposare tutti noi, tutti i palermitani. Ma non siamo il suo harem. Siamo il suo gregge.

Nessuno profanerà quell’umida bottega mentre la Santuzza è in missione presso il suo popolo per annunciare che il turco Maometto Cavalà, che portò la peste sconfitta nel 1624, cavalca sotto mentite e aggiornate spoglie, gli scheletrici cavalli del dolore. E chi fosse sorpreso da questi pensieri foschi, si risvegli al suono dei primi botti e, nella sarabanda della Masculiata, aggiunga lo stappo dell’ennesima Forst. Agghiacciata.

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