Dov’è Sheradzade?

A(b)Braccio # Fabio Sanfilippo

Numeri. Il 29 luglio aerei non identificati a Kafar Taharim, nella provincia siriana di Idlib, colpivano, danneggiandola gravemente, una clinica ostetrica e pediatrica: lì dentro ci sono donne e bambini. Due morti. Il 27 luglio ancora due attentati in Siria, a Qamishili. I morti in questo caso sono almeno 50, i feriti 170. Una delle due esplosioni è stata talmente potente che ha frantumato le vetrine di alcuni negozi della città turca di Nusaybin, appena oltre il confine. Sempre in Siria, il 24 luglio, ad Aleppo e dintorni, ben sette ospedali da campo sono stati centrati dalle bombe dei caccia russi e da quelli dell’aviazione di Bashar Assad.

In Siria c’è una guerra. Questo conflitto ha fatto più di 280 mila morti e costretto alla fuga milioni di persone. Di queste, una parte infinitesimale ha trovato riparo (!?) in Europa, in Grecia. Per mesi abbiamo tenuto circa 12.000 profughi ammassati in un campo a Idomeni, al confine greco-macedone. È lì, a Idomeni, che ho conosciuto Sheradzade o Shahrazad, si può scrivere in diversi modi, una bambina curdo-siriana di otto anni che con la sua famiglia (papà Mohamed, mamma e due fratellini ancora più piccoli) hanno occupato due tende piantate nella melma e aspettato. Che l’Europa decidesse del loro futuro, che loro – dopo essere stati costretti a lasciare la loro casa a causa dei bombardamenti, della guerra e dell’avanzata dell’Isis –  sognavano in Germania.

Voglio raccontarvi questa storia, che in molti oggi conoscono, perché da oltre due mesi non ho più notizie di Sheradzade, perché quelle terribili che arrivano dalla Siria impongono che non si smetta di ricordare che lì c’è una guerra che quotidianamente causa morte e distruzione, che genererà altra morte e altra distruzione, perché il bel tempo porterà altre ondate di immigrati sulle nostre coste e si tornerà a puntare il dito su quei disgraziati, additandoli come responsabili di tutti i mali del mondo.

Sheradzade disegna. È così che ha trascorso il tempo in quell’inferno in cui noi europei l’abbiamo costretta, dove abbiamo costretto altri cinquemila bambini come lei. Disegna la guerra. Disegna la speranza tradita di una frontiera che vorrebbe attraversare, ma che ha visto e vede chiusa, sbarrata da un filo spinato. Ho incontrato Sheradzade una mattina di metà marzo mentre percorrevo la strada principale del campo di Idomeni, quella dove succedevano le cose: i volontari distribuivano il cibo e il vestiario; i medici (volontari anch’essi ) prestavano le cure ai bambini e agli adulti; grazie ai gruppi elettrogeni messi a disposizione ancora dai volontari si ricaricavano i cellulari; barbieri fai da te mettevano a disposizione la loro maestria per chi aveva voglia di farsi dare una sistemata a barba e capelli (anche l’artista e dissidente cinese Ai Weiwei, che è stato per giorni a Idomeni, ha usufruito del servizio, diciamo); qualcuno rimetteva in vendita quelle poche cose che riusciva a raccattare qua e là.

Sheradzade passeggiava con papà Mohamed e stringeva a sé l’album da disegno che mi avrebbe poi consegnato. Sapevo già di quella bambina, erano uscite alcune foto sui media internazionali di lei e dei suoi disegni, e quindi incuriosito ho chiesto prima a suo padre e poi a lei se fosse possibile vedere quei disegni. Lei, fiera e orgogliosa, me li ha mostrati uno per uno, mettendosi anche in posa per farsi fotografare. E poi, alla fine, allungando il braccio, ha fatto il gesto di donarmi l’album. La mia reazione è stata di imbarazzo e incredulità: “No, no” – le ho fatto capire. Non volevo che si privasse di una parte importante del suo vissuto, della sua seppur breve ma intensa esistenza. Ma lei con i suoi occhi scuri e fieri, e con lei suo padre, ha insistito. Allora con il mio amico Theodoros Chondrogiannos, giovane giornalista greco che a Idomeni mi ha fatto da interprete e producer per il mio lavoro, ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare per quella famiglia e per questa bambina. Il giorno dopo, era una domenica, lungo il viale che costeggia i binari del campo abbiamo incrociato ancora Sheradzade a passeggio con suo padre. Con qualche difficoltà – parlano solo la loro lingua – siamo riusciti comunque a capirci e a farci dare il numero di telefono, a dirgli che eravamo pronti ad aiutarli in qualche modo. Ci hanno portato alle loro tende, lì dove vivevano. È stata una piccola festa. La mamma di Sheradzade, prima di salutarci, ci ha fatto capire che Shera – è così che la chiama – aveva finito i colori e gli album da disegno. Ecco, quella sarebbe stata la nostra missione quel giorno: andare a comprare album da disegno e colori. Non è stato facile, era domenica, ma ce l’abbiamo fatta. Per fortuna a qualche chilometro di distanza, a Polykastro, abbiamo trovato una cartoleria aperta e lì abbiamo fatto incetta di tutto: album, colori, fogli da collage, forbici, colla. E anche qualche tavoletta di cioccolato. Siamo tornati al campo e quando la mamma di Sheradzade ci ha visto è stata di nuovo festa.

In quei disegni Sheradzade descrive l’orrore della guerra in Siria, descrive la brutale avanzata dell’Isis, descrive la vita quotidiana a Idomeni, la fame quotidiana a Idomeni (c’è un disegno – Carestia 2016 – fatto di tante braccia protese verso l’alto nell’attesa che da un camion delle Ong venga lanciato un tozzo di pane, che strazia l’anima), descrive il suo desiderio di raggiungere la Germania, ma vede i suoi sogni infrangersi contro barriere di metallo e fili spinati e gabbie. Ma Sheradzade, che vivaddio è pur sempre una bambina, disegna anche campi fioriti e prati verdi solcati da lei e dai suoi due fratellini con mamma e papà in viaggio verso l’ignoto, sì, ma pieno di luce e speranza. E disegna anche il sole del suo Kurdistan rappresentandosi come una guerrigliera con i capelli sciolti.

Ho pensato che Sheradzade, e con lei suo padre, abbiano voluto darmi quei disegni sapendo che io fossi un giornalista affinchè li mostrassi, li facessi vedere. Perché attraverso gli occhi di una bambina il mondo vedesse cos’è stato Idomeni e da cosa scappa chi è stato a Idomeni. Altro che emergenza immigrazione! Stiamo parlando di un campo dove c’erano profughi di guerra, in gran parte donne e bambini!

L’appello che ho lanciato e la campagna “Io sono Sheradzade” nasce dunque con lo scopo, attraverso i disegni di Sheradzade, di mobilitare l’opinione pubblica su una tragedia umanitaria che si è consumata nel cuore dell’Europa e nell’indifferenza di molti. L’obiettivo è di aiutare – quando li avrò ritrovati – Sheradzade e la sua famiglia a raggiungere la Germania e a farne un simbolo di quell’orrore che è stato Idomeni e che il Ministro dell’interno greco, Panayotis Kouroumblis, ha definito come una nuova Dachau.

Ma affinchè tutto questo abbia un senso, credo che le Sheradzade debbano diventare 10, 100, 1000 e che ognuno di noi debba fare qualcosa, mobilitarsi per aiutare un bambino, una famiglia.

Di Sheradzade e della sua famiglia, come scrivevo all’inizio, al momento non ho notizie. Probabilmente si trovano in uno dei tanti campi allestiti dalle autorità di Atene nei dintorni di Salonicco subito dopo lo sgombero di Idomeni, a fine maggio. Le ultime informazioni, e quindi le ultime tracce, mi dicono che fino a metà maggio si trovavano ancorà lì, a Idomeni. Shera non sa nulla, ovviamente, di questa campagna. I suoi disegni sono stati esposti e la sua storia è stata raccontata a Roma, Udine, Senise, Anguillara Sabazia, Palermo, Orvieto, Mantova, Bironico in Svizzera, Carrara e prossimamente a Sant’Anna di Stazzema, Linosa, Brescia e Pordenone. Ma sono assolutamente certo che non appena saprà di questa enorme solidarietà e affetto nei suoi confronti, le si scalderà il cuore.

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