Le macerie e l’acqua alle piante

A(b)Braccio # Antonio Iovane
(inviato di Radio Capital)

I tetti di Arquata, in cima al monte, divelti. Gli interni delle case di Arquata che guardano il cielo. Le case nude.

La nonna che salva i nipoti di 7 e 14 anni, dicendo: “sotto il letto, nascondetevi sotto al letto”. E il terremoto non li ha visti.

Giulia, salvata, dieci anni, viva nel suo pigiama grigio che si confonde con la polvere e le trecce che scendono ai lati della barella. L’applauso per Giulia ritrovata.

Ma i corpi su barelle di fortuna, sulle porte, insaccati in coperte. E le due donne dietro, che piangevano straziate, oppure l’uomo che provava a gridare, ma la voce non gli usciva.

La festa di gemellaggio con L’Aquila, sabato scorso, ad Amatrice. Ma non era festa, era il passaggio di testimone del dolore.

Le case di Amatrice, riversate sul corso in forma di macerie. Quelle case che non immagini che forma potessero avere prima.

I panni ancora stesi, i fiori sui balconi e attorno le crepe, le macerie, la strada rotta.

Il militare che si illumina mentre scava a mani nude e grida: “qui si sente un cellulare!”, e raspa ancora più forte.

La coppia di anziani salvati dalla bombola dell’ossigeno di lui, che ha fermato il crollo dell’armadio.

Il parco giochi, con i bambini che si distraggono. Ad Amatrice, ad Arquata. “Giocare” è la definizione di bambino.

La tosse da polvere e macerie.

Quel signore che con sprezzo e dolore: “non abbiamo bisogno di giornalisti, qui, ma di soccorsi”.

Sotto il capannone del campo di calcio di Accumoli, le anziane che mangiano il prosciutto con le fette biscottate e riescono a scherzare.

Poi la signora, che mi dice: “oggi è un giorno bellissimo, siamo vivi, più fortunati di così non si può”.

E soprattutto, il volontario della protezione civile. Esce da un edificio crepato, ha un annaffiatoio in mano. Dà l’acqua alle piante davanti al palazzo.

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