Quel Natale del ’95

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia

Eravamo al balcone, io e mia moglie. Assaporavamo, facendoci una birretta, la insolita frescura di una sera di Agosto. Consueto interno famiglia. Ma io ero un tantino preoccupato per le condizioni di salute di mio padre. Niente di particolarmente allarmante, almeno allora. Ma non mi piaceva. Non mi piaceva per niente. Lo vedevo sfiorire giorno dopo giorno.

“Giò – le dissi – immagini quanto sarebbe bello se papà potesse rivedere tutti i suoi fratelli, le sorelle, i nipoti, sparsi lungo tutta la penisola? Non li vede da anni, chissà che faccia farebbe”. Una frase buttata così, come quando uno dice: “mi piacerebbe vincere al totocalcio”. “E allora? Dove sta il problema? Facciamolo, per Natale, a casa nostra” – così mi rispose. Io le feci subito presente che era una follia. Sette, tra fratelli e sorelle (papà era il maggiore), trenta, o giù di lì, persone, molte delle quali residenti chi a Milano, chi a Firenze, chi a Modena. “Dove le mettiamo? E poi, il giorno di Natale, tutte queste persone, a casa nostra, ma dove pensi di farle sedere?” – “Non preoccuparti. Tu lo vuoi fare? Dimmi solo un sì o un no e al resto ci penso io”.

Erano passati 2-3 minuti da quando avevo dato voce ad una sorta di sogno, ed al mio “sì, lo voglio fare, il tempo corre”, cominciò una girandola di telefonate, urbane ed interurbane. No, non credo proprio che allora disponessimo di un cellulare, non ne ho ricordo. Erano le 9 di sera. La cosa strana è che le prime telefonate le fece proprio mia moglie. Sarebbe stato naturale, inevitabile, che fossi io a farle. I parenti erano i miei. Invece no. Era così forte, così intenso il legame che Patty aveva con mio padre (papà, lo ha sempre chiamato papà. Quando lo aveva conosciuto, già due giorni dopo gli aveva dato sfacciatamente e meravigliosamente del “papà”) e con la sua famiglia, che le veniva naturale chiamare uno zio che magari aveva visto una, due volte. “Ciao zio, sono Patrizia, scusa l’ora, come va? Senti abbiamo in mente questo progetto, tu ci verresti a Natale qui, a Palermo, a casa nostra?”.

Io non posso dimenticarla quella telefonata. Era lo zio Giulio. Il fratello più piccolo di papà. Andato via da Palermo, giovanissimo. Una carriera nell’esercito, all’Accademia Militare di Modena. Gli si illuminavano gli occhi, a papà, quando parlava di lui: “Il Generale Giulio Tinaglia”. “Certo che ci verrei, ma ho il problema del cane”. Già, il cane. Ai tempi ne aveva terrore, dei cani, mia moglie. Un nanosecondo di esitazione, ve lo giuro, non di più: “Porta anche quello”. “Ma guarda che è un dobermann”. “Non fa niente”.

I mesi a seguire furono costellati da una frenetica attività, materiale ed organizzativa, che vide la partecipazione corale di tutta la famiglia, dei miei figli, allora adolescenti o poco più, dei parenti di Palermo. Chi avrebbe dormito a casa nostra, chi da questo o quel cugino. Smontammo la casa, ricavammo posti letto ovunque ci fosse un minimo di spazio. Un pulsare di idee, suggerimenti, confronti. I soli che nulla sapevano di tutto questo erano i miei genitori e mio fratello, si, “il gioiello di famiglia” di cui vi ho già parlato in altre occasioni. Nei giorni immediatamente precedenti al Natale, l’autostrada per Punta Raisi venne battuta in lungo e in largo. E poi, il menù, gli antipasti, il vino, l’acqua, le bibite, i posti a sedere con i nomi, le decorazioni, le tovaglie per gli ospiti, la loro colazione. Gli appunti che prendeva mia moglie, la pianta dei posti, l’ottimizzazione degli spazi. Un cantiere, un’orchestra e, a dirigere il tutto, sempre lei: Patty. Calma, lucida, razionale, entusiasta, mai confusa, sempre con un’idea, sempre con una soluzione.

Io, eterno imbranato, mi sentivo a disagio, volevo fare qualcosa, rendermi utile, ma sbandavo, sbandavo paurosamente, combinavo guai, confondevo gli orari degli arrivi. “Amore, ascoltami. Tu hai avuto l’idea, una magnifica idea. E per questo ti meriti una statua. Ma per il resto lascia stare, non sei cosa. Anzi, sai che fai? Vedi di organizzarti una briscola in cinque con gli amici stasera, ma non a casa, eh! Mancano quattro sedie e non so dove trovarle, mi mancano ancora dei cuscini e delle coperte, e poi non c’è più spazio nel frigo. Devo riflettere”. Così mi diceva.

E venne il giorno. Il programma prevedeva che tutti dovessero arrivare ad una certa ora, per farsi trovare lì, in silenzio, nella stanza da pranzo, non appena sarebbe arrivato papà, ancora all’oscuro di tutto. Andai io a prenderli a casa, perché già papà aveva problemi nella guida. Fu lì che, di nascosto, lo dissi a mia madre. E fu lì che mi prese la paura che papà potesse non resistere, che gli venisse un infarto o un colpo. 75 anni aveva. A questo non avevamo pensato e, stavolta, al timone ero da solo. Decisi di prepararlo. “Sai papà, preparati perché a casa troverai una sorpresa”. E gli schiacciai un occhio. “Una sorpresa? Per me”? – così mi disse, guardandomi con quegli occhi da bambino che ora, mentre scrivo e li rivedo, mi squartano il cuore.

Andò tutto come previsto. Cosa accadde quando papà entrò nella stanza da pranzo e vide quel popolo, non lo posso descrivere. Non esistono parole. Non sono state inventate. Non è affatto vero che, con le parole, si possa descrivere tutto ciò che accadde. Forse è un mio limite, ma proprio non ci riesco. Emozioni per chi ha vissuto quel momento. Immaginazione per chi legge. No, papà non ebbe nessun infarto. Se ne sarebbe andato un paio d’anni dopo. E, prima di lui e dopo lui, tanti altri. Naturalmente se n’è andato anche Vadim, il dobermann di zio Giulio. Dovevate vederlo mentre, seduto ed immobile come un soldato, ascoltava papà e la sua metafora della vecchia quercia.

“Il vento che spinge le foglie verso il nord e poi le fa ritornare al sud, sotto la stessa vecchia quercia, e tutte le foglie si stringono intorno a quella più gialla”. Deve essergli piaciuta moltissimo. Forse è per questo che, tra i tanti che c’erano e che non aveva mai visto, scelse proprio papà, le sue gambe, per accucciarsi. Era il Natale del 1995. Quando si dice i cani.

A proposito di giornalisti

A(b)Braccio # Roberto Baldini

Oggi sono andato a farmi una radiografia per una botta che ho preso alla mano e in un flash sono tornato a quel giorno di ben 33 anni fa. Quel 21 novembre 1983, nella redazione de ‘La Nazione’ di Lucca, mano, braccio sinistro e una postura scomposta alla scrivania mi salvarono la vita (purtroppo non un occhio), facendo da scudo alla fucilata di un tale che ce l’aveva con i giornalisti.

I pallini di piombo sono ancora lì. E porca miseria quanti sono. Ormai fanno parte di me e pazienza se le risonanze magnetiche non potrò mai farle. “Un incidente di caccia?” – mi chiedono sempre i radiologi. Macché. E ascoltano stupiti il mio racconto.

Ed io, ogni volta, penso ai tanti colleghi che non avevano un braccio davanti e non stavano seduti scomposti quando sono caduti sotto i colpi di terroristi, dittatori, malviventi, mafiosi o solo pazzi. E penso a questo mestiere, il mestiere di scrivere quello che succede.

Penso a questa professione nobile, dura, spesso rischiosa, e ora mortificata da troppi sedicenti giornalisti e urlatori del web. Penso al muro del Newseum di Washington, dove sono scolpiti i nomi di tutti i giornalisti caduti in servizio, in tutto il mondo, un muro che si allunga ogni anno.

Penso a chi, per un titolo sopra le righe o per un commento provocatorio, vorrebbe tornare alle veline del Minculpop. E penso a tutta la gente che legge i giornali senza rendersi conto di quanto sia difficile raccontare il mondo. E che si illude di trovare la verità solo sfogliando un tablet.

E’ la stampa, bellezza!

A(b)Braccio # Sergio Raimondi

In principio erano un manipolo in camicia nera, stanchi della miseria del Dopoguerra e della corruzione dei governi liberali. Li guidava un maestro di scuola, gli occhi spiritati ma grande carisma. Diventarono sempre più  numerosi e si armarono di olio di ricino e manganelli per convincere gli ostili della bontà delle loro intenzioni. Cominciarono ad assaltare i luoghi di una cultura ancora elementare e popolare, le Case del Popolo appunto. E bruciavano, ridendo e sbeffeggiando, libri e giornali. Marciarono su Roma e la conquistarono, anche se il Capo arrivò in treno. La farsa diventava dramma. Parlamento azzerato senza neppure scomodare lo Statuto Albertino e al suo posto una Camera delle Corporazioni che non decideva nulla. Vennero gli “anni del balcone” in piazza Venezia, che ad ogni adunata si riempiva sempre più di popolo entusiasta e spontaneo. I giornali sparirono tranne uno, il suo Giornale d’Italia. Quelli che sopravvissero fu perché si adeguarono.

Pochi anni dopo, un imbianchino austriaco ricalcò le orme del Capo italiano. E fu peggio. Un popolo era in miseria, alla fame, le camicie questa volta erano brune e i libri e i giornali alimentavano i falò. E il dramma si fece tragedia.

Si sa, è storia dell’altro ieri. Ma è storia e come finì è cosa nota. Nei decenni successivi di pace e di democrazia, le Nuove Conquiste, i rapporti tra Potere e giornali non è mai stato facile, dalle nostre parti. Non da molto abbiamo lasciato un altro Ventennio durante il quale i giornali se non potevano essere zittiti, venivano comprati. I giornalisti scomodi cacciati o condizionati e ridotti al silenzio. I ribelli puniti con l’emarginazione. E nessuno di loro ha mai raccontato l’umiliazione dell’impotenza, la frustrazione delle battaglie combattute e perse per restare liberi e in pace con la propria coscienza. Queste non erano notizie, non avrebbero interessato nessuno. E’ storia di ieri, rischia di essere storia di domani.

I giornalisti non sono vittime né eroi. La stampa è un concetto astratto. Esistono giornali e giornalisti. Ed editori. Si dividono in bravi e asini. Buoni o cattivi è un giudizio etico, non professionale. Liberi o servi, un problema di coscienza dei singoli. Esattamente come per i medici, gli avvocati, gli ingegneri e tutti quelli che si vuole.  Enrico Mattei, grande boss dell’Eni, aveva bisogno di un giornale che sostenesse le sue strategie sulla politica energetica. Ne fondò uno tutto suo. “Il Giorno” – nonostante le sue origini – fu una grande scuola di giornalismo. Gaetano Afeltra è solo uno dei nomi.

Giornali e giornalisti informano, ma possono pure fiancheggiare e questo è un guaio. In certi mestieri l’intimità non è un bene. Indro Montanelli si vantava di non aver mai cenato con un politico. Piace pensare che fosse stato davvero così.

Giornali e giornalisti vivono – o dovrebbero – di notizie, ma anche di inchieste e di retroscena che più sono inconfessabili e meglio è. Qualcuno si ferma mai a riflettere su una verità elementare? Si legge o si sente di scandali e di politici corrotti. Chi li racconta? Strano: giornali e giornalisti. Che per loro natura fanno sistema e da queste parti sistema – piaccia o no –  vuol dire democrazia.

Chi oggi imita dai palcoscenici issati nelle piazze il giullare di ieri in piazza Venezia, chi lancia parole e campagne di odio e di disprezzo, vorrebbe forse ridurre quei rompicoglioni a ciò di cui li accusano: essere venduti. Forse sarebbero felici di comprare. Dove starebbe la differenza? Non è così che funziona. Bisogna fare sempre attenzione ai colori delle camicie: il nero e il bruno. E ricordarsene. La libertà di espressione negli Usa è garantita dal Primo Emendamento e non c’è politico che, almeno in pubblico, osi attaccarlo. In Italia dall’articolo 21 della Costituzione. Lo ripassi ogni tanto chi vuol proteggere la Carta da chi oggi vuole sfigurarla.

Chi fa o ha fatto questo mestiere, gettando sempre il cuore oltre la siepe delle amarezze e delle delusioni e delle fatiche oneste, conserva memoria, forse romantica e forse retorica, della frase famosa recitata da Humphrey Bogart in Deadline: “E’ la stampa, bellezza. E tu non ci puoi far niente”. Niente.

Una poliziotta in…gambe

A(b)Braccio # Paola Tiziana Fagone

Marilina. Già il nome è vezzoso, evocativo, simile a quello dell’iconica Marilyn. E’ bionda come lei e come Norma Jean è spiritosa. Marilina ama la vita, ama catturare immagini per scarabocchiarci sopra. Marilina scrive versi brevi che raccontano di certi stati d’animo, di alcune giornate storte, dell’amore che fa abbassare ancora lo sguardo. Certe volte è felice, certe volte è nostalgica. In alcuni momenti stringerebbe il mondo intero in un ‘A(b)Braccio’.

Marilina sta su Facebook, come tanti, come il mondo intero. Condivide, chiacchiera, ride – tanto – e scrive poesie. Anche una al giorno. L’amore è la sua costante, l’amore le smuove le viscere. Si arrabbia, sorride, si commuove.

Marilina fa un lavoro speciale, uno di quelli che se sei maschio è meglio, ma se sei femmina è diverso. Marilina è un poliziotto e non lo nasconde, non lo ha mai fatto. Il suo abbraccio più forte è per i bimbi che accoglie al porto, le creature spaventate sopravvissute al mare. Sorride loro per trasmettere tutta la sicurezza di cui hanno bisogno e subito. Infatti, poi la cercano e le si attaccano alla coscia, è questo il loro abbraccio speciale. E lei sente che essere lì, sotto il sole o la pioggia, è la cosa migliore che le sia capitata.

Marilina è un poliziotto speciale. Lei dà gli ordini e normalmente chi dà ordini non deve essere se stesso. Deve essere ciò che rappresenta. Marilina queste cose le sa, ma pensa che non ci sia nulla di male ad essere se stessi, ogni tanto. Per questo certi giorni pubblica le sue facce strane, i suoi capelli cotonati, le smorfie di primo mattino. Marilina è una donna, anzi una femmina. E pensa pure che non ci sia nulla di male ad essere femmine. Essere tante cose, essere tante donne come Marilina è difficile, molti si confondono, diventano intolleranti e trovano volgarità dove non c’è.

La foto che ha recentemente pubblicato sul suo profilo ha infatti scatenato un putiferio, ha sollevato l’indignazione di schiere di moralisti e benpensanti. Venti centimetri di pizzo sulla pelle, uno stacco di coscia che fa impallidire. Ma la foto in bianco e nero è solo bella. Non toglie e non aggiunge nulla al valore di Marilina. E’ una parte di sé, non è la totalità. E ti chiedi cosa ci sia dietro tanta ostilità, dietro tanta avversione per una immagine che sì, trasmette sensualità, ma volgare non è.

Presto detto. Dietro lo scandalo c’è solo sessismo, competizione. Quell’atteggiamento tipico di certi uomini che ti attaccano, ma non lo fanno ad armi pari, con lealtà. Lo fanno utilizzando colpi bassissimi. Ma – visti i risultati – sono diventati miseri autogol, boomerang lanciati e puntualmente ritornati al mittente. Quando parlano del nostro mestiere, spesso mi arrabbio. Lo fanno quasi sempre male, evidenziano solo le fallibilità, quei momenti di debolezza che fanno emergere l’umano che c’è sotto una divisa. Lo so bene, perché è la stessa divisa che indosso anch’io. Ma pazienza, dovrò rassegnarmi.

Non mi rassegno affatto, invece, se tutto questo lo provocano i tuoi stessi colleghi. La foto delle cosce fasciate di pizzo è bellissima, non c’è nulla di cui vergognarsi. Mi vergogno di più se i miei colleghi si rendono protagonisti di orribili pestaggi, macchiando di sangue e sputi il nostro distintivo. Sì, mi vergogno decisamente di più per tutto questo.

Adesso ti spiego una cosa

A(b)Braccio # Ettore Zanca e Viviana Trifari

Sono ad un tavolo di un ristorante. Sto mangiando con mio figlio. Questi giorni in pizzeria sono per noi delle oasi. Sta crescendo, sta diventando un uomo, a volte creo questa atmosfera di coca cola per lui e birra per me, di Margherita e di Caprese, per farlo parlare di sé. Mi chiedo come sarà quando si innamorerà. Capto due donne al tavolo dietro il mio. Stanno discutendo dei “femminicidi”, mi giro con una scusa, facendo finta di cercare il cameriere. Due belle donne. Ben truccate, una grazia e una delicatezza dei gesti, le loro idee disegnate nell’aria dalle mani e dipinte dalle parole.

“… E mi porto addosso il mio essere donna, mamma, collega e amica e pesa però sulle spalle, come un macigno, l’essere femmina. Essere “femmina” vuol dire saper cambiare il colore degli occhi e mostrare i denti o le labbra a seconda dei casi, significa farsi scivolare i capelli sul viso e tenerseli scompigliati sugli occhi, significa saper marciare a volte e ancheggiare in altre, significa sapere dire di sì a storie di una notte e dire no al proprio marito, dopo tanti anni insieme ”.

Parole. Ma con una grazia in cui la morale non c’entra nulla. Noi uomini che siamo “donnaioli”, se abbiamo più di una storia. Noi uomini che rivendichiamo la mascolinità, esibendo in discorsi al bar, con gesti volgari, la nostra conquista extraconiugale. In quella sorta di omertà, in cui tra di noi ci diciamo cose che tutti immaginano, ma nessuno sa. Loro, se raccontassero come noi, sarebbero “puttane”. Loro non sono nemmeno puttane, se decidono di andare via da uomini violenti, loro non sono, non sono più nulla. Nulla più che carne da omicidio. Forse rimango assorto un momento di troppo, una di loro mi guarda, l’altra sembra quasi approvare di avere un pubblico. Sorride, quasi a rabbonire l’amica che ascoltando ha fatto una espressione di disturbo.

“Essere femmine è un peso, in un paese dove se prendi un bel voto a un esame universitario, ti chiedono se il docente era uomo. Essere femmine è difficile quando diventi mamma, ma hai ancora voglia di restare donna. Essere femmine è atroce, quando l’anima veste in minigonna o ha il rossetto rosso. Non mi hanno mai stuprata, e non perché sia stata attenta o perché non girassi “discinta”, semplicemente non è capitato. A sei anni, in un filobus, un uomo decise che dovevo capire quale fosse la consistenza del suo membro, mia madre non si accorse di nulla, eppure era morbosamente attenta a me, si fidava, forse, di altri padri in quel mezzo di trasporto. Arrivata a scuola, lo dissi alla maestra, mi mandò a lavare le mani spedita e mi disse di non parlarne più. Non sapevo cosa fosse “la vergogna”, lo scoprii in quell’istante”.

Un ladro di parole altrui. Mi chiedo se in questo momento anche io non stia facendo una piccola mancanza, mi dico che no. Ma non perché sia bello ascoltare i discorsi di chi è nella propria bolla di confidenza. Ma è altro, è che in quei discorsi c’è la delicatezza d’acciaio di essere donna. Un ruolo che, già fin da piccole, parte penalizzato. Devi recuperare non sapendo nemmeno cosa. Sei una femmina, per luogo comune non capisci niente, per luogo comune sei deboluccia e fragile. E allora giù muscoli, fisici e mentali, a volte anche giù botte nelle risse da ragazzini, pur di non soccombere. E se soccombi, guai a rivelare la vergogna. Se qualcuno in casa ti picchia, sei tu la troia che non doveva dirlo in giro, che hai rovinato tutto. L’orrore ha molte facce. Ripenso a quello che ho letto tempo fa, mentre la loro gradevole parlata in leggera cantilena mi arriva in sottofondo. Abbiamo il poco invidiabile record di donne uccise, in casa, per strada, bruciate. Da chi? Non da invasori alieni, da noi, noi uomini. Compagni, amici, ex mariti. Siamo diventati armi inesplose? Siamo diventati centri di energia frustrata? Che si attivano con il “no” di una donna?

“Crescendo, ho sviluppato fattezze di femmina, fianchi larghi, seno materno e vita stretta. A 14 anni ero una bambina, ma smisi di mangiare ghiaccioli, perché qualche operaio, mentre ero di ritorno dalla palestra, mi disse che voleva lo “stesso servizio”. All’oratorio c’era un prete che vestiva firmato e aveva sempre belle donne adulte intorno, di quelle “che se la cercano”. Per intenderci, noi bimbette dovevamo accontentarci dell’attenzione di un altro uomo di chiesa, basso, rossiccio e sudato, che ci mandava a casa “col bacetto”, e si intendeva che dovessimo darglielo a fior di labbra. Non mi hanno mai stuprata, ma spesso mi sono sentita ‘violata’”.

Questo, dunque, consentiamo? Una volgarità violante. Mi chiedo quante volte anche io abbia fatto apprezzamenti su qualcuno, forse sì, il cameratesco delle persone dello stesso sesso può essere ancora possibile, ho sentito anche io donne parlare di sesso tra loro, da far arrossire un amatore scafato. Il problema non è quello, ma l’ostentazione di una sessualità non voluta, la presunzione che violare con una battuta fuori luogo e ammiccante un giardino di delicatezza o di sensibilità, sia virile. A me hanno insegnato che chi ama davvero le donne è molto discreto, nel corteggiamento quasi arcaico e nel tenere nascoste le proprie conquiste, nel non farne oggetto di squartamento. Stiamo perdendo l’educazione sentimentale, ma peggio, stiamo consentendo a professionisti da quattro soldi nel campo dell’informazione e della psicologia, di tracciarci come immaturi, falsi, manipolatori. Si sta svilendo tutto. Esaltando la cronaca, si degrada quello che non fa notizia, l’uomo onesto, che mantiene le promesse e che porta avanti il suo amore, o che sceglie di amare un’altra donna perché innamorato, non per sesso.

“Ho letto commenti e avuto dialoghi surreali sugli ultimi pezzi di cronaca, ho sentito con le mie orecchie che a 13 anni, se si ha un corpo di donna, bisogna stare attente, ho letto che se nella tua intimità “giri un video”, sei peggio di una ninfomane e ho visto la morbosità di chi cercava il video della 17enne violentata e ripresa dalle “amiche”. Qualcuno ha parlato di sessismo o maschilismo. Io ho percepito, invece, una totale e completa mancanza di empatia e solidarietà, da entrambi i sessi. Con onestà intellettuale, non posso dire che visivamente Tiziana, la donna che si è uccisa, fosse il genere di donna che io apprezzi, ma non posso condannarla, né giudicarla per la sua intimità, perché io come Tiziana ne ho una, e mi fido del mio partner, se vado a letto con un uomo, si presuppone che mi fidi, che cazzo, voi andate a letto con gente della quale diffidate? E se vi ammazzassero? Sarebbe o no colpa vostra, visto che “non vi fidavate”, ma ci siete state? Perché se è vero che con la “fiducia” si può costruire, la diffidenza diventa un’arma di distruzione”.

La donna che ha ascoltato, ha incrociato il mio sguardo. Io mi sono vergognato. Non per avere ascoltato, ma per aver toccato il degrado che una donna prova a quantificare in una vita in cui cerca solo di vivere amando, provando a essere femmina con un uomo di cui si fida, oppure semplicemente venendo guardata con la stessa ammirazione con cui verrebbe guardato un uomo dagli amici. Invece no, lui è uno stallone, lei una puttana. Mi alzo, sorrido alla donna che con più indulgenza mi ha accolto come ascoltatore, mio figlio torna con un’aria scocciata. Lo accolgo, chiedo che succede.

– Succede che le femmine non capiscono niente e vogliono fare cose che a me non piacciono, il mio amico gli ha detto che devono stare zitte, che le femmine non devono parlare!

Mi risiedo nuovamente, ho gli occhi delle due donne addosso.

Forse è tempo che si educhi ad una educazione sentimentale diversa.

Credo sia proprio questo il momento, almeno per me, che gli metta una mano sulla spalla e dica: “Adesso ti spiego una cosa…”.

La lezione di Alex Zanardi

A(b)Braccio # Lucio Luca

Io quell’incidente me lo ricordo bene. Anche perché l’ho rivisto un sacco di volte su YouTube e continuo ancora a chiedermi come caspita sei uscito vivo da quell’ammasso di lamiere. Davvero, come hai fatto?

Eri morto, irrimediabilmente morto. Penso che nemmeno tua moglie Daniela e tuo figlio Niccolò, che ti strapparono letteralmente alla Signora Nera per riportarti a casa sulle colline bolognesi, credessero in quei terribili momenti che dalle macerie sarebbe nato per la seconda volta un campione più forte di prima, incredibilmente più forte, anche senza gambe, con il corpo martoriato dalle ferite e i segni indelebili di quello schianto.

Io non so dove caspita hai trovato la forza di ricominciare tutto daccapo, allenandoti come un pazzo per dimostrare al mondo, ma soprattutto a te stesso, che l’anima è più forte di una macchina da corsa che ti centra a 200 all’ora e che ti riduce in poltiglia.

Vabbè, uno dice, alla fine ti è andata bene. Sei vivo, sei comunque una persona conosciuta, hai fatto la Formula 1, basta che vai in tv dalle Barbare D’Urso e affini a raccattare un gettone di presenza e puoi serenamente (?) continuare a tirare avanti senza l’affanno di arrivare alla fine del mese. E invece no, tu sei uno corna dure e le comparsate non ti possono bastare. Tu vuoi fare le olimpiadi, ok le paraolimpiadi, va bene lo stesso.

E ti metti a correre in bici, l’hand bike mi pare che si chiami, non usi le gambe che hai regalato al cielo, ma le braccia che improvvisamente sono diventate forti, fortissime, e quel trabiccolo vola, vola che sembra quasi una macchina da corsa, quelle che hai comunque nel cuore. Che poi, io mi chiedo, ma come cazzo si può ancora avere nel cuore una cosa che ti stava spedendo al Campo Santo? Vabbè, tu sei Alex Zanardi da Castel Maggiore… ogni tanto me lo scordo.

E corri, corri, corri… E vinci. Le vinci a Londra, quelle cazzo di Olimpiadi – ok, paraolimpiadi, è uguale – ma siccome sei Alex Zanardi da Castel Maggiore, non ti basta e continui ad allenarti come un pazzo. Anche se non sei più un ragazzino, hai 50 anni e una famiglia che ti vuole bene, potresti rilassarti ma figurati se lo farai mai. E l’altro giorno ti presenti a Rio, fai una rimontona che manco il Liverpool nella finale di Champions contro il Milan e vinci la medaglia d’oro un’altra volta. Che sarà, la seconda? La terza? Non lo so, penso solo che non sarà l’ultima. Perché tu sei Alex Zanardi da Castel Maggiore… senza chiacchiere.

Ai giornalisti dici due o tre cose che ancora mi vengono i brividi a sentirle. “Io vedo dei traguardi dove altri non vedono neppure dei percorsi” – è il tuo inno alla vita, a non mollare mai, a combattere fino alla fine. E vale più di migliaia di trattati sociologici e puttanate da social network. “Io penso che Nostro Signore abbia problemi ben più seri per occuparsi del mio destino, ma stavolta sono sicuro che mi ha spinto lui, altrimenti non ce l’avrei fatta…”. “Se ci impegnassimo di più a essere brave persone, questo paese andrebbe meglio. Molto meglio…”.

E mi viene in mente che due o tre anni fa, animato da sacro furore, scrissi persino una mail a tre o quattro parlamentari amici (oddio, amici… diciamo conoscenti) per suggerire loro di battersi e convincere così il presidente della Repubblica a nominare Zanardi senatore a vita. Qualcuno mi disse che era una cazzata e infatti aspetto ancora una risposta dai parlamentari amici (oddio amici… diciamo conoscenti). Secondo me, però, non è una cazzata, perché se penso che in quei palazzi c’è gente che confonde il Cile col Venezuela, che blatera di scie chimiche, che si dice di sinistra e poi asfalta i diritti dei lavoratori andando a cena con i padroni, o che di giorno incontra la Merkel e la sera si spartisce le aspiranti starlette perché “la patonza deve girare”, e insomma… se in quei palazzi c’è gente del genere, perché non potrebbe starci anche uno che ogni giorno ci insegna cos’è la vita soltanto con il sorriso?

Forse, potrebbe essere la risposta, perché con quelli, effettivamente, ha ben poco da spartire. E comunque sia… in bocca al lupo Alex, ché di Olimpiadi – ok, paraolimpiadi ma è lo stesso – ne hai davanti ancora tante.

Non è colpa di Tiziana

A(b)Braccio # Adolfo Fantaccini

L’orrore del linciaggio online ha mietuto un’altra vittima, sottraendole sogni, speranze, futuro. L’hanno offesa e umiliata, l’hanno esposta a un oltraggio divenuto poi virale, spingendola prima a cambiare casa, poi a cancellare la propria identità. Alla fine, non è alla propria identità che Tiziana Cantone ha rinunciato, ma alla vita, impiccandosi nei sotterranei del palazzo dove viveva con la madre. Il luogo non conta, il male che le hanno fatto si. L’indignazione non aumenta perché a Tiziana hanno stuprato l’anima, ma per la modalità: via web, con un video fatto circolare nella rete delle reti, e pure su whatsapp. Come se i dispositivi di tutto il mondo non fossero pieni di video a luci rosse di chicchessia. Come se lei fosse stata la prima, l’unica, l’ultima.

La colpa non è e non sarà mai di Tiziana, che si è fatta riprendere durante un rapporto sessuale. La colpa è di chi ha fatto circolare le immagini, finché qualcuno non le ha addirittura messe in rete. Far l’amore è un conto, autoriprendersi un altro, mostrare la propria intimità un altro ancora. Il giudizio spetta a chi legge e in particolare agli uomini che, in talune circostanze, sono i promotori di riprese hard core più o meno convenzionali. Un’usanza sempre più diffusa fra i giovani che poi, per esibizionismo, per vanto o per manie di grandezza, mostrano agli amici le proprie prestazioni. Questa volta era diverso, non c’erano teenagers di mezzo, ma persone abbastanza adulte, consapevoli, capaci di distinguere il male dal bene, cattivi e cinici al punto di raggirare una persona che regala una parte di sé con fiducia e ingenuità. Forse troppa. Questa volta c’era l’inganno. Senza minacce o ritorsioni di sorta.

Tiziana, che aveva confidato a un’amica di volersi mettere tutto alle spalle e che in questi giorni aveva ottenuto la rimozione del video da diversi siti, non ce l’ha fatta più e ha deciso di fermarsi. Forse nel momento in cui annodava la sciarpa di seta attorno al collo avrà sentito rimbombare dentro di sé la fatidica frase sulla quale sono state costruite decine di gag: “Stai girando un video? Bravo”.

Tiziana era una donna, molto bella, ma era soprattutto una persona sensibile, era una vita, una storia, aveva tanti sogni. E’ morta perché ancora oggi c’è gente che giudica e punta il dito, come se avesse i titoli per scagliare la prima pietra, magari proprio contro Tiziana, schiacciata dal peso dell’inganno, divenuta icona del peccato e di ogni turbamento. Come se fosse stata una brutta persona di 31 anni, o avesse fatto del male a qualcuno.

La parola vergogna, in casi come questi, chiude il sipario su una vita spezzata dall’ipocrisia. Tiziana era bella, Tiziana amava la vita, Tiziana ha pagato il conto di altri. Tocca sempre agli stessi: alle persone per bene. Che vanno via, magari in un giorno di fine estate, senza far rumore e forse pure senza rancori.

La pioggia di Settembre

A(b)Braccio # Costantino Margiotta

La pioggia di Settembre non sempre ti costringeva a stare a casa. A volte, era sufficiente una giacca al vento con cappuccio, quella che avevano tutti. La lasciavi aperta per correre a vivere ancora ciò che, per te, non aveva nessuno.

La pioggia di Settembre era la risacca sulla spiaggia, era una goccia scontornata sulla sabbia, era il bacio più salato, era l’abbraccio che tratteneva. Era il tempo che cambiava, che ti faceva caricare le valigie preparate da tua madre dentro l’automobile guidata da tuo padre. Quella che ti avrebbe riportato in città.

La pioggia di Settembre la fissavi dal finestrino, mentre qualcuno stringeva le spalle e accennava un saluto. Avevi in tasca un indirizzo e un numero di telefono. Avresti scritto ogni giorno. Lo avevi promesso. Avresti atteso la sua risposta e poi riscritto ancora. Avevi una fotografia, ma forse non l’avresti custodita tra le pagine del diario. I tuoi compagni non avrebbero capito. Sapevi che non sarebbe stato lo scherno a ferirti, non ti importava di te. Ma nessuno avrebbe dovuto guardare quella foto e poi passarla, di mano in mano, fino a rovinarne gli angoli o a violarne, con una piega bianca, la perfezione.

La pioggia di Settembre batteva sull’autobus che ti portava a casa di tua nonna. Attendevi che riposasse al pomeriggio, socchiudevi la sua porta e componevi quel numero in teleselezione. Non sapevi ancora quanto avrebbe gravato sulla sua bolletta.

Qualche volta hai pensato di prendere un treno. La pioggia di Settembre aveva già bagnato il tuo vocabolario di latino.
Poi Ottobre ha allungato la tua attesa.
Novembre era il mese più freddo e, a una festa, hai ballato un lento.
A Dicembre non hai ricevuto il regalo che aspettavi.
Poi è arrivato l’anno nuovo.
È piovuto ancora.
Anche a Settembre.

Io, lei e il Cammino di Santiago

A(b)Braccio # Gaspare Scimò

Tra i Cammini di Santiago, il Primitivo è tra i più duri. O almeno, così dicono tutti. Marciamo da una settimana, io e Alessandra, e ad ogni passo, oggi, mi sembra che il piede destro sia avvolto dalle fiamme. Alessandra ha male alle spalle per il peso dello zaino, dice che ora va meglio, ma credo che non sia vero. Lo dice per non farmi sentire in colpa, visto che l’ho trascinata io in questa avventura.


Ci troviamo su una strada statale in salita e sotto un sole cocente, e il suo viso contratto sprigiona tutta la sua desolazione. Abbiamo finito l’acqua, siamo stanchi e soli: nessuno ci precede, nessuno ci segue e da troppo tempo non incontriamo le indicazioni del cammino. Cerco di mantenere il passo. Ho paura di crollare da un momento all’altro. Alessandra rallenta, allungando sempre più il distacco fra noi. 
Ad ogni passo mi sembra di perderla, mentre il ticchettio dei nostri bastoni di legno bucano il silenzio che ci circonda.

“Abbiamo sbagliato, non ci sono segnali. Non c’è nessuno” – dice lei. Io non so che dire. “Ma che cazzo di strada è? Troppo incazzata sono! La prossima volta me lo faccio sui Nebrodi il cammino”. Non ci era mai capitato di non incontrare un segnale per tutto questo tempo, temo che ci sia sfuggita qualche indicazione. Più andiamo avanti e più sospetto di aver davvero sbagliato strada. “Ti dico che abbiamo sbagliato” – insiste lei.

Siamo in un bel pasticcio: se abbiamo sbagliato, ogni passo sarebbe uno spreco di energia e di tempo; se la strada è giusta e torniamo indietro, dovremo affrontare questa salita due volte. “Abbiamo sbagliato” – grida Alessandra. “Ormai dobbiamo continuare” – grido io. Sono carico di rabbia, così tanto da non sentire più la fatica. Alessandra mormora qualcosa, la sua voce è sempre più distante, forse si è fermata, ma io ho deciso: non mi volterò a guardarla. “Stiamo sprecando energie. Calmati, statti zitta e cammina”.

Dietro di me il silenzio: il ticchettio dei suoi bastoni ha smesso di picchiettare sull’asfalto. “Cammina” – urlo io senza voltarmi. Forse sto sfogando la mia rabbia, forse la sto incoraggiando. Non lo so. Al posto del ticchettio dei suoi bastoni, sento come un rumore che mi fa pensare al suono sordo di una campana. La guardo per un istante: con tutta la forza che le è rimasta in corpo sta picchiando forte il bastone contro il guardrail. “Ma a cosa serve tutto questo? – urla – a cosa serve?”.

Riprendo a camminare. Non sono in grado di gestire la mia fatica, la sua e una lite. Dopo un centinaio di metri, finalmente, i miei bastoni non sono più gli unici a suonare. Giro la testa per un secondo e la riporto di scatto in avanti. Sta marciando come un soldato e mi ha quasi raggiunto. Tiene la testa bassa. Nonostante ciò, ho visto i suoi occhi rosso fuoco e pieni di lacrime, ma la cosa che più mi addolora, è che tiene la bocca a cucchiaio. Sta piangendo come farebbe un bimbo. Ad ogni passo perde una lacrima: una le cade sulla maglietta, una sui pantaloni e un’altra sull’asfalto. Mi concentro sul rumore dei suoi e dei miei bastoni. Esiste soltanto quello.

Finalmente incontriamo la freccia gialla del cammino: non avevamo sbagliato strada! E qualche metro più avanti, su una piazzetta, accanto a una piccola chiesa, c’è un abbeveratoio coperto da un tetto in legno. Sopra il debole gettito d’acqua, che riempie la vasca di pietra, leggo le parole più belle che abbia mai letto: AGUA POTABLE.

Dopo pochi secondi arriva anche lei e si mette seduta sopra una grossa pietra liscia, all’ombra. L’aiuto a togliersi lo zaino e con una pezza bagnata le tampono il viso, poi riempio una bottiglietta di acqua e aspetto che beva. Invece di scolarsela tutta d’un fiato, Alessandra mi guarda come se mi stesse svelando il segreto della sua vita. “Lo sai? – mi dice – ho pianto”. Io strofino il dorso della mia mano sulla sua guancia, lo faccio più volte prima di risponderle: “Lo so”.

Quel gran genio del mio amico

A(b)Braccio # Ninni Panzera

Nella mia vita ho potuto assaporare – e una volta soltanto – l’emozione travolgente di passare, in poco tempo, dalla polvere alle stelle. Mi è capitato con un amico: il suo nome è Peppuccio Tornatore.

Dicembre 1988. Da qualche mese è uscito nelle sale il suo secondo film, Nuovo Cinema Paradiso. Un fiasco clamoroso, un insuccesso di quelli che lasciano il segno. A me il film era piaciuto moltissimo. La versione di due ore e mezza. Non nascondo di essermi commosso più volte. Sembrava una parte della mia vita trasportata sullo schermo.

Ma come era possibile che questo film fosse andato così male in tutta Italia? Smontato dopo il primo week-end in tutte le città italiane. Tranne a Messina, dove un esercente innamorato del suo lavoro e del film, inventa uno stratagemma. Non fa pagare l’ingresso. Lo spettatore paga solo all’uscita, se il film piace. E fu un successo senza precedenti. Messina, l’unica città in Italia ad avere accolto Nuovo Cinema Paradiso e avergli assicurato una tenitura e un successo economico.

Telefono a Peppuccio Tornatore per invitarlo a presentare il film nel mio cineclub, la Saletta Milani. Dall’altro capo del telefono sento subito l’interesse dell’interlocutore a venire a Messina a capire perché una sola città in Italia avesse apprezzato il film, si fosse commossa alle vicende di Totò, avesse amato la storia senza resistenze.

Il 26 gennaio del 1989 si consuma un incontro in una saletta piena fino all’inverosimile per sentire il regista trentatreenne a spiegare, a spargere passione, a parlare di pellicola, di proiettori, di film. Fu un incontro magico. A tratti profetico. Un bagno di folla e di ammiratori. “Una carezza in tempo di schiaffi” – definì Peppuccio quell’incontro. Aperto da una sua frase che ancora oggi richiama felicità: “La sera prima di addormentarmi sogno che Messina sia tutto il mondo. E che il successo avuto in questa città sia replicato in tutto il pianeta”.

Un sogno, un devastante sogno di un giovane regista il cui film della vita era andato terribilmente male. E senza che ci fossero delle apparenti ragioni da giustificare un tale insuccesso. E poco più avanti un’altra frase ricolma di profezia: “Non dico che con questo film voglio vincere un Oscar, ma che almeno possa avere un’altra vita”.

Quell’incontro si chiuse tra interminabili applausi. Incoraggiamenti. Consigli. Peppuccio tornò caricato e pronto a difendere la sua creatura fino all’impossibile.

Se a Messina il film ha avuto quell’accoglienza, può accadere anche in altre città. Un successo che può moltiplicarsi. Passa poco tempo. Un giorno ricevo una telefonata da Mario Natale, un importante ufficio stampa e un collaboratore al Festival di Cannes: “Il tuo amico sarà in concorso a Cannes!”. Ma chi? Peppuccio? Possibile? Sono felicissimo.

La nuova opportunità che richiedeva era forse arrivata. Infiniti applausi alla proiezione della stampa e anche dal pubblico. Divoro i quotidiani e i servizi da Cannes. È tutto vero. Applausi, commenti di grande entusiasmo. E alla fine il Gran Premio della Giuria.

Ma come? Fino a tre mesi prima questo film non piaceva a nessuno e adesso vince un premio così importante? Ma è solo il primo passo. Di successo in successo. Viene candidato all’Oscar e alcuni mesi dopo è il trionfo definitivo. Vincitore dell’Oscar quale miglior film straniero. È l’apoteosi. Dal freddo della polvere dell’insuccesso, al calore seducente e inebriante del successo. Il mio telegramma di congratulazioni fu: “Adesso Messina è tutto il mondo”.

Assistere a questo cambiamento straordinario nel volgere di pochi mesi non è una cosa frequente. Io ho avuto questo privilegio e da allora con Peppuccio ci legano tanti fili. Non è solo un caso. Ho anche incontrato un regista con il quale condivido la visione della vita. La nostalgia di cui sono intrisi i film siciliani, i personaggi, gli ambienti, i modi di dire e le atmosfere. Nuovo cinema Paradiso, L’uomo delle stelle, Malèna e quel capolavoro di memoria che è Baarìa. Ma anche quando approda a film non connessi a tematiche ed ambientazioni siciliane, l’essenza viene fuori. Capolavori come Una pura formalità. Un grandissimo affresco sulla perdita della memoria e dell’identità. Frasi che lacerano l’anima.

E poi La leggenda del pianista sull’Oceano, un tormentato ed estatico navigare tra terre, senza mai conoscere la stabilità della terraferma. Un Novecento che dilania l’anima con la sua musica e che impara a conoscere il mondo, le sue bellezze, attraverso gli occhi degli altri. Dei tanti altri che incontra nella sua vita, sempre e solo sulla nave. E poi i più recenti. La sconosciuta, La migliore offerta e La corrispondenza. Tutti film carichi di suggestione, di introspezioni sottili e raffinate, di personaggi sconfitti, spesso solitari testimoni di una vita che scorre con le sue tante insidie, ma che dal fondo fanno affiorare squarci d’amore, di sentimenti repressi o perduti che scaldano l’anima. È questo il nuovo Peppuccio che ricollega i fili alla storia d’amore di Elena di Nuovo Cinema Paradiso. In fondo amori perduti, amori lontani, che si ripresentano, affiorano dal passato.

Ma c’è anche un Peppuccio molto personale che oggi voglio celebrare. Il grande regista per il quale ho curato due libri, alcune retrospettive e mostre in giro per il mondo: Valencia, Taormina, Tirana, Bari, Los Angeles. E sempre trionfi. Ma il momento più intenso l’ho vissuto con Peppuccio in America, a Los Angeles. Dopo la proiezione della versione restaurata di Nuovo Cinema Paradiso si alza dalla sala un applauso caldo, fragoroso, infinito. Da strozzare il fiato. Venticinque anni dopo, il film ancora piace e commuove come allora. Incrocio lo sguardo di Peppuccio, sinceramente emozionato. In sala ci sono tra gli altri, in piedi ad applaudire, Al Pacino, Nastassja Kinsky, Danny De Vito. Capisco che Peppuccio dentro di sé sta proiettando la sua personale copia del film, sta ripercorrendo quei lunghi anni, sta rivivendo il tormento e l’estasi. Non posso resistere. In quei frammenti di vita ripercorsi, ci sono pure io. La Saletta Milani. Le carezze in tempi di schiaffi. Mi avvicino e con Peppuccio ci avvolgiamo in un silenzioso e intenso abbraccio. Lungo, sincero, commosso, in cui sono racchiusi più di venticinque anni di amicizia, di stima, di affetto.

A Peppuccio Tornatore.
Una dedica in occasione del Premio alla Carriera Taobuk Award