Tra noi possiamo dirlo

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia

Sono dal barbiere quando mi arriva il messaggio di un’amica. “Ma tu le hai viste le immagini del cane estratto vivo dalle macerie del terremoto dopo nove giorni?” – “No, e tu?” – “Io sì, ti mando il link, è bellissimo”. Aspetto il video, mentre il barbiere mi friziona la testa. Siamo allo shampoo. Ma già la mia mente è partita, perché so perfettamente il perché di quel messaggio.

Lei si sente sola, disperatamente sola, e cerca qualcuno che le dica: “Anch’io mi sono commosso, fino quasi a piangere, vedendo quelle immagini”. Funziona così. Ci sono cose che puoi confidare solo a certe persone. Le chiamano “affinità elettive”.

Arriva il bip. Chiedo una pausa al barbiere. Devo inforcare gli occhiali. Guardo il video. Le rispondo e ci vado giù duro, aprendomi come una cozza: “Che ti devo dire? Pensieri inconfessabili. Mi commuove più di una persona salvata. Tra noi possiamo dircelo”. “Esattamente – mi risponde – proprio così”.

Chiedo un’ altra passata di shampoo e mi abbandono ai ricordi. Brutti ricordi. Penso a mia madre. Non ci pensavo due volte a lasciarla a casa, sola e vedova, quando io partivo per le vacanze. Ricordo pure di avere tirato un respiro di sollievo quando lei decise, fortunatamente in modo autonomo, di andare in una casa di riposo. Ora, invece, niente vacanze e niente pensioni per cani. Io, Pippo, il mio cane, non lo lascio. E la cosa non mi pesa affatto. E sono anni che mi interrogo sulle oscure ragioni di questo perverso, mostruoso, meccanismo. Forse non sono abbastanza bravo con Google. Ma non ci credo, non è possibile che non ci siano stati studi di psicologia, sociologia, antropologia che abbiano decodificato la irrazionalità di questo “sentire”, che alberga laggiù, nei bassifondi del nostro animo. Non solo nel mio. So, con certezza, che molti che hanno un cane la pensano come me.

Azzardo una chiave di lettura. Mia madre si incazzava: “Ma come, parti e mi lasci sola?”. Ed io m’incazzavo più di lei ed invocavo il diritto a vivere la mia vita. Oppure ricorreva a tecniche più sofisticate, come il silenzio. E la cosa mi faceva incazzare di più. Prima sempre loquace e poi, guarda un po’, il silenzio. Avrei voluto che mi dicesse: “Vai Ennio, divertitevi e state tranquilli”. Comunque, capivo, interagivo, lottavo, affermavo, negavo, sapevo che soffriva e me ne fottevo, sapevo che soffriva, me ne fottevo e mi lasciavo divorare dai sensi di colpa. In ogni caso sapevo chi e che cosa avevo di fronte.

Il cane no. Il cane ti guarda e no, non c’è un cazzo di modo per sapere cosa sta pensando, mentre lo lasci a casa o lo porti alla pensione. Ti guarda e basta. Non ti fa da sponda, non ti dà un assist, non hai modo di capire se percepisce che si tratta di una cosa momentanea. Niente di niente. Sei solo tu. E i suoi occhi. Tocca solo a te, giocare il pallino. Forse è quella la spiegazione. Forse. Il barbiere mi sta regolando le basette. Romeo si è salvato. Per oggi conta solo questo.

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