I miei libri

A(b)Braccio # Cinzia Zerbini

Appena lo sfoglio, capto delle parole, capisco che mi piacerà e diventa mio. Me lo porto in giro, magari lo appoggio un attimo per leggere l’incipit di un altro, ma quello non lo cambierò, anche se non c’è ancora scritto il mio nome, il giorno d’acquisto e dove. E’ sempre stato così e credo sia per tutti quelli che amano leggere, che hanno questo rapporto quasi morboso con i propri libri che, come lessi una volta, sono la “materializzazione del tempo che passa”.


Il mio tempo è qui mentre scrivo, davanti a me. Sugli scaffali ordinati a metà ho la mia infanzia, la mia adolescenza, ho le ore passate ad inghiottire le vite e i personaggi e costruirmi, plasmarmi, a seconda di quello che ho ingurgitato. Se è vero che siamo quello che leggiamo, io sono un dubbio, perché leggere ti fa capire quanto si è ignoranti. Chi passa la vita ad incensarsi, non ha mai sfogliato qualcosa oltre se stesso. Leggere è come mangiare. Il verbo leggere non ha sinonimi: bisogna usarlo anche più volte, perché un’altra parola non renderebbe.

Mangiare e contemporaneamente leggere mi è sempre piaciuto. Leggere mette una barriera tra te e gli altri, ma allo stesso tempo unifica. La lettura semina amici, crea quei famosi mondi paralleli che solo la fantasia e le parole offrono. I miei libri parlano di regali, di domeniche passate sul divano a non accorgersi che fuori pioveva. Di amori inutili sconfitti dalla forza delle storie altrui. Parlano di passioni consumate sulle pagine e dentro di me, di voglia di telefonare all’autore (come diceva qualcuno) e dirgli: “Ti prego, cambia il finale”.

Amo la narrativa moderna, quella che racconta la società e che me la fa capire meglio attraverso un simbolo a cui non avevo pensato o un modo di vivere che non è il mio. Ma lo scrittore deve non essere giovane: solo il dolore che porta la vita secerne parole che rimangono. Un libro ti deve dare sensazioni fisiche e non essere solo il frutto di spietate dinamiche commerciali di induzioni all’acquisto. Io rifuggo dai best seller, dai primi in classifica, da testi zeppi di luoghi comuni, dagli scambi di cortesie con recensioni fasulle per volumi chilometrici che nessuno legge mai solo perché noiosi da morire.

Ho quaderni pieni di frasi ricopiate, scrivere sulla prima pagina è una delle sensazioni più intense che neanche l’Iphone 25 potrà mai darci. Io non sono una nativa digitale, probabilmente sarò una defunta digitale, ma in mezzo c’è la carta e la penna, sempre e comunque. Ci torno a quelle frasi che non sono le citazioni ricopiate più volte da chicchessia. E’ una pratica abominevole quella della ricerca delle citazioni ad effetto per condividere. Io le parole che leggo le offro a poche persone, ma s’incastonano in una storia di cui devo ricordare tutto.

Sottolineati, spiegazzati, inumiditi a volte dalle lacrime, dove alloggiano anche molecole di pane o di tabacco di quando fumavo. Li ho sempre portati con me, non li presto mai i libri, piuttosto li regalo nuovi perché non ne ho mai restituito uno (o quasi) proprio per quel senso di possesso che s’impadronisce di me. Leggere per se, contro di se, a favore di se, di giorno, di notte, nell’attesa. Siamo quel che leggiamo, ma siamo anche la pila di fogli sul comodino che non riusciamo a smaltire. Siamo quelli che ricevono la solita domanda da chi entra in casa: ma li hai letti tutti? E a tutti rispondo: sei pazzo? Guardo le figure!

Un pensiero riguardo “I miei libri

  1. Bellissima. Avrei voluto scriverla io. E’ ciò che penso e che sento da sempre sui libri e sulla gioia del leggere e sognare capire interpretare il mondo e forse chi siamo.

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