Una poliziotta in…gambe

A(b)Braccio # Paola Tiziana Fagone

Marilina. Già il nome è vezzoso, evocativo, simile a quello dell’iconica Marilyn. E’ bionda come lei e come Norma Jean è spiritosa. Marilina ama la vita, ama catturare immagini per scarabocchiarci sopra. Marilina scrive versi brevi che raccontano di certi stati d’animo, di alcune giornate storte, dell’amore che fa abbassare ancora lo sguardo. Certe volte è felice, certe volte è nostalgica. In alcuni momenti stringerebbe il mondo intero in un ‘A(b)Braccio’.

Marilina sta su Facebook, come tanti, come il mondo intero. Condivide, chiacchiera, ride – tanto – e scrive poesie. Anche una al giorno. L’amore è la sua costante, l’amore le smuove le viscere. Si arrabbia, sorride, si commuove.

Marilina fa un lavoro speciale, uno di quelli che se sei maschio è meglio, ma se sei femmina è diverso. Marilina è un poliziotto e non lo nasconde, non lo ha mai fatto. Il suo abbraccio più forte è per i bimbi che accoglie al porto, le creature spaventate sopravvissute al mare. Sorride loro per trasmettere tutta la sicurezza di cui hanno bisogno e subito. Infatti, poi la cercano e le si attaccano alla coscia, è questo il loro abbraccio speciale. E lei sente che essere lì, sotto il sole o la pioggia, è la cosa migliore che le sia capitata.

Marilina è un poliziotto speciale. Lei dà gli ordini e normalmente chi dà ordini non deve essere se stesso. Deve essere ciò che rappresenta. Marilina queste cose le sa, ma pensa che non ci sia nulla di male ad essere se stessi, ogni tanto. Per questo certi giorni pubblica le sue facce strane, i suoi capelli cotonati, le smorfie di primo mattino. Marilina è una donna, anzi una femmina. E pensa pure che non ci sia nulla di male ad essere femmine. Essere tante cose, essere tante donne come Marilina è difficile, molti si confondono, diventano intolleranti e trovano volgarità dove non c’è.

La foto che ha recentemente pubblicato sul suo profilo ha infatti scatenato un putiferio, ha sollevato l’indignazione di schiere di moralisti e benpensanti. Venti centimetri di pizzo sulla pelle, uno stacco di coscia che fa impallidire. Ma la foto in bianco e nero è solo bella. Non toglie e non aggiunge nulla al valore di Marilina. E’ una parte di sé, non è la totalità. E ti chiedi cosa ci sia dietro tanta ostilità, dietro tanta avversione per una immagine che sì, trasmette sensualità, ma volgare non è.

Presto detto. Dietro lo scandalo c’è solo sessismo, competizione. Quell’atteggiamento tipico di certi uomini che ti attaccano, ma non lo fanno ad armi pari, con lealtà. Lo fanno utilizzando colpi bassissimi. Ma – visti i risultati – sono diventati miseri autogol, boomerang lanciati e puntualmente ritornati al mittente. Quando parlano del nostro mestiere, spesso mi arrabbio. Lo fanno quasi sempre male, evidenziano solo le fallibilità, quei momenti di debolezza che fanno emergere l’umano che c’è sotto una divisa. Lo so bene, perché è la stessa divisa che indosso anch’io. Ma pazienza, dovrò rassegnarmi.

Non mi rassegno affatto, invece, se tutto questo lo provocano i tuoi stessi colleghi. La foto delle cosce fasciate di pizzo è bellissima, non c’è nulla di cui vergognarsi. Mi vergogno di più se i miei colleghi si rendono protagonisti di orribili pestaggi, macchiando di sangue e sputi il nostro distintivo. Sì, mi vergogno decisamente di più per tutto questo.

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