Quel Natale del ’95

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia

Eravamo al balcone, io e mia moglie. Assaporavamo, facendoci una birretta, la insolita frescura di una sera di Agosto. Consueto interno famiglia. Ma io ero un tantino preoccupato per le condizioni di salute di mio padre. Niente di particolarmente allarmante, almeno allora. Ma non mi piaceva. Non mi piaceva per niente. Lo vedevo sfiorire giorno dopo giorno.

“Giò – le dissi – immagini quanto sarebbe bello se papà potesse rivedere tutti i suoi fratelli, le sorelle, i nipoti, sparsi lungo tutta la penisola? Non li vede da anni, chissà che faccia farebbe”. Una frase buttata così, come quando uno dice: “mi piacerebbe vincere al totocalcio”. “E allora? Dove sta il problema? Facciamolo, per Natale, a casa nostra” – così mi rispose. Io le feci subito presente che era una follia. Sette, tra fratelli e sorelle (papà era il maggiore), trenta, o giù di lì, persone, molte delle quali residenti chi a Milano, chi a Firenze, chi a Modena. “Dove le mettiamo? E poi, il giorno di Natale, tutte queste persone, a casa nostra, ma dove pensi di farle sedere?” – “Non preoccuparti. Tu lo vuoi fare? Dimmi solo un sì o un no e al resto ci penso io”.

Erano passati 2-3 minuti da quando avevo dato voce ad una sorta di sogno, ed al mio “sì, lo voglio fare, il tempo corre”, cominciò una girandola di telefonate, urbane ed interurbane. No, non credo proprio che allora disponessimo di un cellulare, non ne ho ricordo. Erano le 9 di sera. La cosa strana è che le prime telefonate le fece proprio mia moglie. Sarebbe stato naturale, inevitabile, che fossi io a farle. I parenti erano i miei. Invece no. Era così forte, così intenso il legame che Patty aveva con mio padre (papà, lo ha sempre chiamato papà. Quando lo aveva conosciuto, già due giorni dopo gli aveva dato sfacciatamente e meravigliosamente del “papà”) e con la sua famiglia, che le veniva naturale chiamare uno zio che magari aveva visto una, due volte. “Ciao zio, sono Patrizia, scusa l’ora, come va? Senti abbiamo in mente questo progetto, tu ci verresti a Natale qui, a Palermo, a casa nostra?”.

Io non posso dimenticarla quella telefonata. Era lo zio Giulio. Il fratello più piccolo di papà. Andato via da Palermo, giovanissimo. Una carriera nell’esercito, all’Accademia Militare di Modena. Gli si illuminavano gli occhi, a papà, quando parlava di lui: “Il Generale Giulio Tinaglia”. “Certo che ci verrei, ma ho il problema del cane”. Già, il cane. Ai tempi ne aveva terrore, dei cani, mia moglie. Un nanosecondo di esitazione, ve lo giuro, non di più: “Porta anche quello”. “Ma guarda che è un dobermann”. “Non fa niente”.

I mesi a seguire furono costellati da una frenetica attività, materiale ed organizzativa, che vide la partecipazione corale di tutta la famiglia, dei miei figli, allora adolescenti o poco più, dei parenti di Palermo. Chi avrebbe dormito a casa nostra, chi da questo o quel cugino. Smontammo la casa, ricavammo posti letto ovunque ci fosse un minimo di spazio. Un pulsare di idee, suggerimenti, confronti. I soli che nulla sapevano di tutto questo erano i miei genitori e mio fratello, si, “il gioiello di famiglia” di cui vi ho già parlato in altre occasioni. Nei giorni immediatamente precedenti al Natale, l’autostrada per Punta Raisi venne battuta in lungo e in largo. E poi, il menù, gli antipasti, il vino, l’acqua, le bibite, i posti a sedere con i nomi, le decorazioni, le tovaglie per gli ospiti, la loro colazione. Gli appunti che prendeva mia moglie, la pianta dei posti, l’ottimizzazione degli spazi. Un cantiere, un’orchestra e, a dirigere il tutto, sempre lei: Patty. Calma, lucida, razionale, entusiasta, mai confusa, sempre con un’idea, sempre con una soluzione.

Io, eterno imbranato, mi sentivo a disagio, volevo fare qualcosa, rendermi utile, ma sbandavo, sbandavo paurosamente, combinavo guai, confondevo gli orari degli arrivi. “Amore, ascoltami. Tu hai avuto l’idea, una magnifica idea. E per questo ti meriti una statua. Ma per il resto lascia stare, non sei cosa. Anzi, sai che fai? Vedi di organizzarti una briscola in cinque con gli amici stasera, ma non a casa, eh! Mancano quattro sedie e non so dove trovarle, mi mancano ancora dei cuscini e delle coperte, e poi non c’è più spazio nel frigo. Devo riflettere”. Così mi diceva.

E venne il giorno. Il programma prevedeva che tutti dovessero arrivare ad una certa ora, per farsi trovare lì, in silenzio, nella stanza da pranzo, non appena sarebbe arrivato papà, ancora all’oscuro di tutto. Andai io a prenderli a casa, perché già papà aveva problemi nella guida. Fu lì che, di nascosto, lo dissi a mia madre. E fu lì che mi prese la paura che papà potesse non resistere, che gli venisse un infarto o un colpo. 75 anni aveva. A questo non avevamo pensato e, stavolta, al timone ero da solo. Decisi di prepararlo. “Sai papà, preparati perché a casa troverai una sorpresa”. E gli schiacciai un occhio. “Una sorpresa? Per me”? – così mi disse, guardandomi con quegli occhi da bambino che ora, mentre scrivo e li rivedo, mi squartano il cuore.

Andò tutto come previsto. Cosa accadde quando papà entrò nella stanza da pranzo e vide quel popolo, non lo posso descrivere. Non esistono parole. Non sono state inventate. Non è affatto vero che, con le parole, si possa descrivere tutto ciò che accadde. Forse è un mio limite, ma proprio non ci riesco. Emozioni per chi ha vissuto quel momento. Immaginazione per chi legge. No, papà non ebbe nessun infarto. Se ne sarebbe andato un paio d’anni dopo. E, prima di lui e dopo lui, tanti altri. Naturalmente se n’è andato anche Vadim, il dobermann di zio Giulio. Dovevate vederlo mentre, seduto ed immobile come un soldato, ascoltava papà e la sua metafora della vecchia quercia.

“Il vento che spinge le foglie verso il nord e poi le fa ritornare al sud, sotto la stessa vecchia quercia, e tutte le foglie si stringono intorno a quella più gialla”. Deve essergli piaciuta moltissimo. Forse è per questo che, tra i tanti che c’erano e che non aveva mai visto, scelse proprio papà, le sue gambe, per accucciarsi. Era il Natale del 1995. Quando si dice i cani.

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