L’amore declassato

A(b)Braccio # Maria Andaloro/

Ci sono persone talmente importanti, centrali nella vita, che pensi mai possa accadere non lo siano più. O che lo siano meno. Quelle che pensi “come farei senza di te?!”, “Come farò senza di te?”. Invece accade! Un giorno ti svegli e capisci che quel grande amore finito da tempo si è “declassato” ad amore (che è già una fortuna amare ed essere amati) e che “grande” era solo la proiezione, la mancanza e il desiderio, o forse il bisogno, che grande lo fosse. Che fosse grande e unico. Ed era solo unico.

E accade così, all’improvviso, in un giorno di freddo quasi invernale, che ti accorgi che qualcuno che hai amato più di te stessa, di quei legami apparentemente indissolubili, di cui ti fidavi ciecamente, a cui credevi, che mai potesse non mantenere la solenne promessa “io ci sarò sempre”, sia scivolato via dalla tua vita. Quasi sparito. Come una barchetta che, preso il largo, sparisce all’orizzonte perché è andata a lambire e a conquistare altre coste. Sai che c’è, altrove. Non lo senti più sulla pelle, dentro, lì dove stava adagiato in quella terra di mezzo sconosciuta al mondo. Lontano anche se vicino. Accade, si. Naturalmente.

Insomma era solo un bell’amore. Ed è stato bellissimo. Ha avuto il suo tempo e il suo spazio. Questa verità, a cui sfuggiamo a volte, quella verità in attesa lì da sempre, tra le altre cose: poggiata sul comodino, fra le pagine dell’ultimo libro e fra le parole della lettera scritta a mano, come una volta, di suo pugno. Privilegio. Sempre e per sempre, a volte, non è per sempre. Il tempo misura anche l’amore. E lo rende per com’è, intangibile, inafferrabile. Evviva l’amore.

Loris, due anni dopo

A(b)Braccio # *Mario Barresi  /

Oggi sono due anni senza Loris. Un’infinitesima infinità. Un fulmine al rallentatore. Un attimo lungo una vita. Il corpo di Loris Stival, otto anni, venne trovato in un canalone di contrada Mulino Vecchio, a Santa Croce Camerina, il 29 novembre del 2014. La madre del piccolo, Veronica Panarello, è stata condannata a 30 anni di carcere per omicidio aggravato e occultamento di cadavere. Lui dentro una tomba nella zona dei nuovi loculi del cimitero, nel paese ragusano; lei dentro una cella, in isolamento, nel carcere di piazza Lanza a Catania. In mezzo una famiglia distrutta.

Davide Stival – padre della vittima e marito della carnefice – silenzioso e dignitoso, prova a ricostruire dalle macerie, assieme al figlioletto più piccolo. Che, dopo due anni, ha smesso di chiedere quando tornano Loris e la mamma. Non si fa più domande. Fra poco troverà una risposta, smanettando sul web o ascoltando un innocente spiffero malvagio di un compagno di scuola . Allora sì che ricomincerà a fare tante altre domande. E poi c’è Andrea Stival – nonno della vittima e suocero della carnefice – insozzato dalla doppia accusa di Veronica («eravamo amanti, ha ucciso lui il bambino perché ci aveva scoperti e voleva raccontare tutto»), benché riabilitato dal gip di Ragusa. Che, non credendo alla versione della donna, ha trasmesso gli atti alla Procura per l’ipotesi di calunnia nei confronti di nonno Andrea. Ma il paese è piccolo e la gente mormorava, mormora e mormorerà ancora per chissà quanto. Come dopo ogni nubifragio, anche quando fa capolino il sole, resta il fango.

«Questa storia mette assieme il peggio di Cogne e il peggio di Avetrana», sussurrò un investigatore di trincea già nei primi giorni dopo il delitto. Una verità che in questi due anni s’è materializzata. Giorno dopo giorno. Bugia dopo bugia. Squallore dopo squallore. Perché magari la testa di Veronica (capace di intendere e di volere secondo i periti del tribunale) è una scatola nera che non è ancora stata ritrovata. Ma è anche vero che sull’omicidio di Loris s’è costruito un baraccone allucinante. Popolato da familiari in versione juke-box (che cantavano in diretta tv previo pagamento di obolo, come si legge anche nelle paradigmatiche intercettazioni finite agli atti del processo), ma anche di uno sgangherato codazzo di pseudo-giornalisti disposti a (ri)passare sul cadavere di un bambino pur di avere uno zero virgola in più di share o tre righe di scoop pruriginoso in più. Fra mutandine false e vere cantonate.

Abbiamo raccontato una storia che ha sconvolto tutta Italia. Senza risparmiarci, ma provando a essere corretti e scrupolosi. Eppure alcuni di noi hanno dato il peggio. E nessuno ha mai chiesto scusa. Per gli errori – morali, prima ancora che deontologici – compiuti in quello che era diventato un gioco senza regole. Ma la cosa più grave è che per quasi due anni si è arrivati all’assurdo paradosso di parlare della morte di Loris rimuovendo Loris. Dimenticato, da (quasi) tutti nella folle corsa all’esclusiva.

Per questo oggi – a bocce ferme, aspettando le motivazioni della sentenza prima di rituffarsi nel processo d’appello – è forse il giorno giusto per ricordare la piccola vittima senza altre contaminazioni mediatiche. E recitare, dopo un sincero mea culpa, una preghiera laica sulla lapide con i peluche che fanno la guardia a quello sguardo vispo e triste. Affinché Loris possa trovare pace. Dopo essere stato ammazzato dalla madre e poi sfregiato dalla morbosità.

*giornalista “La Sicilia”

La scelta di Leonardo e Gustavo

A(b)Braccio # Martino Grasso /

La voce calda di Tulopa Ruiz li ha accompagnati per tutto il tempo. Intonava parole dolci: “Ho sognato che ero proprio qui a guardarti. Tu non lo sai, ma ero proprio qui a guardarti”.

Loro, Leonardo e Gustavo, si tenevano la mano e si guardavano negli occhi, accennando piccoli sorrisi. Hanno scelto la Sicilia e Bagheria per sancire ufficialmente la loro unione. Leonardo di 53 anni e Gustavo di 22 anni. In comune hanno l’amore per il mare e due lunghi baffi. Sono la prima coppia dello stesso sesso che si è unita civilmente al Comune di Bagheria. Leonardo è un dipendente dell’Anas e Gustavo è un barman. I due vivono a Roma e hanno deciso di unirsi civilmente preso la sala Borremans del Comune di Bagheria.

Si conoscono da qualche mese, ma per loro è scattato il classico colpo di fulmine. Hanno scelto la Sicilia perché la considerano la regione più bella d’Italia. Sono stati a Capo Zafferano e Sant’Elia. Hanno indossato entrambi un elegante abito rosso, comprese le scarpe, il cappello e un mazzo di rose.

Come sottofondo la bellissima canzone brasiliana “Giorno dopo giorno, fianco a fianco”, di Tulipa Ruiz, il cui testo è stato distribuito ai presenti. “Bagheria è una scelta magica – gli sposi ascoltano emozionati la celebrazione – e voi entrate di diritto nella storia di questa città.

Dopo lo scambio degli anelli e un romantico bacio, hanno salutato i presenti e brindato con dello spumante, mentre in sottofondo Tulopa Ruiz cantava: “Ho sognato che ero proprio qui a guardarti. Tu non lo sai, ma ero proprio qui a guardarti, sul punto di sapere i perché. Perché cadono i fulmini? Perché il sole tramonta? Come la nube che viene, perché non vieni anche tu? Ho sognato che ero proprio qui a guardati”.

L’amore è un’altra cosa

A(b)Braccio # Silvia Chieppa /

La giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Quella coi dati alla mano. Raccapriccianti. Quella in cui leggiamo nero su bianco di centinaia di donne strangolate, bruciate, sfregiate, picchiate. Spesso da qualcuno a loro vicino, il fidanzato, il marito, il padre dei loro figli. E se tutto questo, per quanto ignobile e terribile, ha un che di “plateale”, c’è di più.

C’è la violenza nascosta, quella subdola, che forse almeno una volta nella vita ognuna di noi ha incrociato, ma soprattutto giustificato. La violenza di chi prova a farti sentire sbagliata. La violenza di chi ti impedisce di fare, di andare, di essere te stessa, per gelosia. La violenza di chi ti controlla il cellulare. La violenza di chi ti chiude le porte del mondo con la scusa dell’amore. La violenza di chi ti chiede di dimostrare un sentimento, rinunciando. Quando amore è solo dare.

La violenza di alcuni “Dove sei? Con chi sei?”. La violenza delle parole. Di un “cretina”, di un “non capisci niente”, di un “non vali niente”. La violenza di chi giudica da un vestito, da un rossetto marcato. E una gonna corta diventa un pretesto per uno “zoccola”. La violenza con cui si viene scaricate se si decide di non spingersi oltre.

Impariamo a dire no. Smettiamo di pensare che solo perché non è un livello che ci mette in pericolo vada assecondato. Impariamo a volerci bene. Noi per prime. Non confondiamo i legami con l’amore. Sono due cose diverse. L’amore non lega, libera.

In cucina, dopo cena

A(b)Braccio # Filippo La Torre

La carta geografica del Sud America srotolata sul tavolo lo coprì per intero. Già da solo, il Brasile sbordava da una parte.

– Ecco, partiremo da qui, da Buenos Aires.
– E poi? Quali sono le tappe successive?
– Non ci sono tappe successive, nulla è programmato e niente è certezza.

Stavo seduto sul divano con lo smart in mano, ma la mia attenzione era rivolta a quello che veniva detto alle mie spalle.

– Dovremmo visitare l’Argentina, il Brasile, la Bolivia, il Perù e qui mi fermo che sei mesi sembrano tanti ma anche le distanze sono notevoli.
– Certo che sei mesi sembrano tanti, ma Einstein non per niente beccò il Premio Nobel dando certezza matematica all’elasticità del tempo e dello spazio.
– E per soldi come siamo combinati? – chiese Oliviero.
– Ma non servono soldi. Viaggeremo utilizzando il movimento wwoof e l’organizzazione del couchsurfing.

Drizzai di più le orecchie.

– Il wwoof è un movimento che ci permette di essere ospitati in cambio del lavoro che offriremo. Si rivolge soprattutto a entità rurali. Ma tu dovresti saperne già qualcosa. Quando ti ho ospitato a Ragusa cosa mi hai dato in cambio? Hai costruito un bancale, hai raccolto le olive e ci hai aiutato nella costruzione della casa di paglia.
– Ah… come hai detto che si chiama questo movimento?
– Si chiama wwoof.
– E il couchsurfing?
– E’ un servizio gratuito di scambio di ospitalità. Utilizzeremo entrambi i servizi a seconda delle disponibilità che si presentano, ma obiettivo primario rimane l’esplorazione di realtà rurali marginali rispetto alle grandi città.

Oliviero si grattò la testa scombinandosi i pochi capelli che gli rimanevano, pochi ma lunghi quanto bastava per annodarli in una treccia.

– Questa però, cara Alessandra, mi sembra un’avventura diciamo un poco arrisicata. Una cosa è scendere da Ancona fino a Ragusa Ibla, al Vallone delle Pezze, altra cosa attraversare l’oceano per inoltrarsi nel nuovo mondo. Un poco d’argent ci vuole.
– Ti ho raccontato della nostra carovanainviaggio? Certo eravamo più giovani, ma con duecento euro in tasca per ogni viaggio abbiamo visitato il Marocco, la Tunisia, la Spagna, l’ex Jugoslavia, la Bulgaria, la Turchia, la Grecia e l ‘Albania. Tutto in autostop e a dormire nei posti più impensati. Eravamo in venti, venticinque, ma nessuno si è mai perso. Mai seguito rotte commerciali, che se vuoi assorbire un poco l’anima dei paesi che visiti devi dormire con i contadini e i pescatori.

Posai lo smartphone sopra il divano e mi girai giusto in tempo per carpire lo sguardo d’invidia di Oliviero. Per quanto mi riguarda, da tempo, non ho la fortuna di trovare un sospiro.

L’amore tatuato di Giallini

A(b)Braccio # Ettore Zanca

Esistono molti amori così diversi quanto diverso è un fiocco di neve dall’altro. Ci sono gli amori abitudinari, sicuri e protettivi come una famiglia di elefanti; gli amori che si incendiano e lasciano terra bruciata, che vanno contro i parenti e gli amici che sconsigliano di proseguire. In ogni caso, nella vasta rosa in cui si ammirano i petali, spesso ne gustiamo l’essenza fino in fondo. Che sia vivere insieme per sempre, che sia recidere tutto quando è il momento.

Alcune storie lasciano il vago sapore di incompiuta. Ci si vive, ci si scruta, si fa una vita insieme, poi, come nel peggior romanzo d’appendice, qualcosa cambia la trama. Quello che è successo a Marco Giallini. L’attore che dopo aver recitato in Romanzo criminale, ha visto decollare la sua carriera con la parte del chirurgo plastico in Perfetti sconosciuti, e adesso interpretando il commissario trasgressivo nato dalla penna di Antonio Manzini, Rocco Schiavone.

La sua vita sembrava quella di un normale predestinato. Qualcuno che avremmo riconosciuto per sempre sugli schermi del cinema e della Tv. La sua vita privata era protetta da una bolla di discrezione come del resto il suo carattere voleva. Marco ha conosciuto mestieri umili, partito dal fare il bibitaro, così ha conosciuto Loredana. Lui totalmente incapace di essere spigliato con una donna, fu lei ad essere intraprendente, dopo tre anni di silenzi da orso, propose a Marco di mettersi insieme. Non si sono lasciati più.

La loro era una vita in cui il cinema entrava dalla porta di servizio. Niente star system, niente lustrini. Si tornava a casa e c’erano gli gnocchi e le tagliatelle fatte con le mani di Loredana. Quando cominciarono ad arrivare i primi riconoscimenti, Loredana non riusciva proprio ad entrare nei panni della “first lady”, per cui quando la macchina della casa di produzione stava arrivando nei luoghi di premiazione, lei scendeva prima e si andava a sistemare in platea, lasciando a Marco lo spazio da solo. Il loro percorso è stato costellato da due figli.

Stavano insieme da 25 anni. Nel 2011 la moglie sta partendo con i bambini per le vacanze estive, poco prima di partire Loredana dice di avere un gran mal di testa. Si siedono un attimo sul divano e Marco le parla all’orecchio per tranquillizzarla. Fino a che non si accorge di parlare da solo. Loredana non c’è più. Emorragia cerebrale. Se la porta via un pomeriggio di vigilia d’estate. Marco potrebbe diventare ancora più chiuso, invece impara che il dolore è condivisione, parla con chi ha avuto la sua stessa esperienza repentina, come l’attrice Kasia Smutniak. Cucinò per venti persone ogni sera, gente che non lo lasciava solo, amici e conoscenti, e fece da guscio ai figli che non capivano perché la madre non ci fosse più.

Adesso Marco ha ripreso a vivere, forse l’occhio è più tagliente, la vita è più difficile da affrontare, ma quel dolore rende sempre meglio sulla scena. Dove quel qualcosa in più da dare per Marco non è così difficile, non dopo quello che ha passato. Adesso ha due motivi per continuare a vivere, anzi tre: i suoi figli e una nuova compagna. Ma a perenne ricordo, ha un cuore tatuato sull’anulare. Perché esistono molti tipi di amore. Marco ha assaporato quello tranciato. E il sapore non era tanto buono. Ma, come la medicina di Pinocchio, tocca mandare giù. Ciak, si gira.

Ma che ne sa Amnesty?

A(b)Braccio # Rosario Roy Orlando

“Ma che ti prende?” – spaventata mi chiede mia madre. Non riesco a parlare, perché mi è rimasta l’ultima sillaba del rapporto di Amnesty International di traverso dopo il machecazzo che ho urlato. Prendo fiato e provo a spiegarglielo. La sua risposta è: “Futtitinni! Questi cercano solo visibilità”. E se lo dice una donna di 76 anni, attentissima telespettatrice di ogni telegiornale, non posso che ascoltarla.

Questa volta però no! Non resto zitto come diplomaticamente faccio, ignorandoli, ogni volta. Dico, ma veramente lo vedete uno di noi che tira per la ciolla un migrante? Sul serio! Chiedo seriamente! Mi ci vedete ad infilare le mani nella patta dei pantaloni di uno di loro e, impugnato il coso, tirarglielo così forte da farlo “urinare sangue per giorni”?

La mia rabbia monta e con essa la voglia di urlare con quale bella e splendida gente sono chiamato a lavorare ogni giorno. In 28 anni di servizio ne ho sentite e viste di tutti i colori. Ogni santo giorno con le mani infilate nella cruda realtà della società ed ogni volta mi si chiede che le mani, una volta uscite, continuino a profumare di essenza di rose. Gli ultimi quasi 20 anni li sto passando immerso, totalmente, in questa immane tragedia che è la migrazione dall’Africa e non è passato un solo giorno in cui io non abbia dato retta alla mia coscienza. Alternando il senso del dovere al mio pretendere (da me stesso e dai miei colleghi) d’essere UMANO. In ogni momento ed in ogni luogo.

La mia meta privilegiata di servizio è sempre stata Lampedusa e non sto qui a ciolliarvi su come sia bella Lampedusa. Lo sapete già. Bella tanto quanto può essere “cruda”. C’e’ una foto nel mio repertorio che mi rappresenta bene. Sono ritratto io seduto, in uniforme operativa, su di un masso di Capo Grecale, intento a scrutare l’orizzonte alla ricerca di un qualche barcone. Per questo i miei amici mi chiamano “Sottotenente Giovanni Drogo”, esattamente come il personaggio centrale de il “Deserto dei tartari”. Così me ne sto sulle mura della fortezza di Bastiani ad attendere un qualcosa che arriva e non arriva. E lo faccio insieme a degli splendidi amici e colleghi che mi accompagnano in questo percorso. Ragazzi che, come me, lasciano a casa i loro affetti per tuffarsi in prima linea senza lesinare sacrifici.

Negli anni, insieme a loro, ho riso, giocato, cantato ed anche pianto. Quando quello che vedi trapassa la corazza che ti sei costruito, arrivandoti dalla pelle al cuore, non resti indifferente. A volte mi è successo di interagire con le scolaresche o con alcuni colleghi sulla mia esperienza “Lampedusa”. Una volta, durante una di queste, incontrai uno di loro piuttosto ostico. Di quelli “convinti” da arcinote ideologie nazionalistiche a cui il “nero” piace solo se indossato. Ricordo che ad un certo punto della conversazione (che si sviluppava pubblicamente davanti a un centinaio di ragazzi) cominciò a pungolarmi sul fatto che “le forze di polizia come le forze armate stiano agevolando un’invasione”. Dovetti raccogliere la mia pazienza. Chè uno come me, siciliano dentro e fuori, ne ha sempre poca.

Mi fermai un attimo prima di rispondergli e gli formulai la stessa domanda che oggi vorrei formulare al relatore di Amnesty International. Una domanda terribile! Una domanda che formulai una volta ad un gruppo di psicologi dipartimentali e che formulai pure al mio amico Daniele studente di psicologia. Lo guardai dritto negli occhi, così come oggi farei con il tizio di Amnesty, e gli chiesi direttamente: “Secondo te quanto può pesare una bambina di 9 anni?”. Mi guardò incredulo, forse chiedendosi che cavolo volevo dire e dove volevo arrivare. Lo incalzai ancora di più: “Quindi? Quanto può pesare una bambina di 9 anni? 10, 15, 20 chili? Quanto?”. Cominciarono a guardarsi in volto passandosi la risposta fino a quando proprio quello mi disse: “Se ha 9 anni non pesa oltre i 20 chili”. Trattenni il respiro e continuai: “Quindi una bambina di 9 anni non pesa oltre i 20 chili?”. Annuì di sì con il capo.

Ricordo che dovetti raccogliere tutta la mia forza per trattenere il dolore di quello che con la successiva domanda gli avrei chiesto. Perché anche un poliziotto navigato come me, che ne ha viste e passate di tutti i colori, ha un’anima. E tornai a chiedergli: “E tu sai quanto pesa il corpo senza vita di una bambina di 9 anni?”. Calò il gelo in quella sala. Lo stesso gelo che mi circola nelle vene dopo ogni giornata martoriata che passo immerso nel dolore di quella gente. E gli chiesi ancora: “Secondo te uno come me, alto, forte, in piena salute ed allenato, perché faticava a tenere in braccio il corpo di una bambina di 9 anni morta durante la navigazione?”.

Tu sai quanto pesa veramente il corpo di una bambina di 9 anni? Bene! Te lo dico io! Pesa TANTISSIMO! Ecco, caro Sig. Amnesty International. Tu non lo sai e non puoi saperlo quanto pesa quel corpo e non puoi saperlo quanto hanno pesato sulle mie forti braccia (e sul mio cuore ferito) tutti i corpi che, insieme ai miei fratelli e colleghi, abbiamo tirato fuori dai barconi o abbiamo raccolto dalle splendide acque di Lampedusa. E sai perché non puoi saperlo? Perché dalla tua bella scrivania, pagata con le donazioni volontarie, non ti sei mai mosso. Ed è questo il beneficio del dubbio che ti concedo, non conoscendo realmente cosa devono attraversare e vivere i poliziotti, come me e come noi, che scelgono di servire il loro Paese in quei tristi luoghi che per te si chiamano Hotspot e che per noi si chiamano UMANITA’.

Realizzammo un video, l’anno scorso. Dovevamo veicolarlo per il passato Natale, ma ci fermammo per pudicizia. Sì, amico mio. Per timidezza. Perché ti sembrerà strano, ma anche se per te siamo capaci di allungare forzatamente il pene di un migrante, proviamo imbarazzo nel far conoscere a te ed al Paese che i poliziotti più a sud d’Italia e di quella Europa che ci ignora, piangono ogni giorno. Per ragioni legali abbiamo dovuto privare il video della cosa più bella che quei bambini ci hanno donato: i loro occhi. E non passa un solo giorno in cui tra di noi non ci si ricordi dei loro sorrisi.

Oltre la metà dei bambini del video sono rimasti orfani durante la traversata. Non avevano giocattoli e noi, con l’aiuto di molti amici, riuscimmo a farcene arrivare centinaia. Nella mia anima rimangono però tutte le volte che in piena notte, talvolta in avverse condizioni meteo, non abbiamo esitato a tuffarci in acqua, a trovare riparo da pioggia e freddo o ad essere quello che siamo sempre stati: UOMINI. Così risuccede anche adesso che il gel mi cola sugli occhi e che riaffiorano in me dolori che Amnesty International non conoscerà mai.

Per vedere il video clicca qui:
https://youtu.be/0lceg1a7k9M

L’abbraccio

A(b)Braccio # Gery Palazzotto

La notizia, nella sua scarna drammaticità, l’ha data con garbo Michela Giuffrida oggi su Repubblica. Marito e moglie sessantenni australiani si sono uccisi nella stanza di un bell’albergo a Taormina: li hanno trovati abbracciati a letto.

Avevano organizzato tutto per bene, e per bene suona beffardo quando ci si appropinqua al male di una morte prematura imposta a se stessi e al contorno degli affetti: il conto già pagato, le valigie chiuse, le medicine da ingurgitare disposte sul comodino, la stanza in ordine, una lettera in cui si spiegava che lei era malata e ci si scusava per il disturbo.

Eppure c’è qualcos’altro che s’intravede in questa storia, o meglio nel suo finale. Ed è qualcosa che mi piace immaginare, poiché nessuno me lo può raccontare.

Un amore che si fonde sino all’estrema conseguenza, nonostante l’orribile atto di egoismo rappresentato dal suicidio, è un amore crudelmente vero. E non è la morte a renderlo meraviglioso, ma il desiderio di condividere l’eternità di un abbraccio. Penso al lungo viaggio di quei due innamorati, dall’Australia alla Sicilia, magari un ritorno nel segno del ricordo, della nostalgia di una vacanza felice. Penso alla serena rassegnazione nel piegare i vestiti che non indosseranno mai più, alla cura per i dettagli che resteranno in un mondo che non è più il loro. Penso a quell’ultima stretta  di amore e consolazione, di forza e vittoria. Penso alla sincerità di due innamorati che si dicono “per sempre” e per sempre sarà.

(Post del 2013)

L’abbraccio