A cinque minuti dal Paradiso

A(b)Braccio # Lucio Luca/

Ciao tesoro, sono appena salito in aereo e non riesco a far altro che pensarti. Poco fa mi passavano davanti alcuni istanti del nostro primo incontro, tanti anni fa, quando nemmeno nel più bello dei miei sogni speravo che un giorno sarei stato qui a poche ore da una partita che mi ripaga dei sacrifici di una vita. Ricordi? Facevo il cretino in quel bar di periferia, le provavo tutte per farmi notare da te. E’ bastato un sorriso per capire che ti stavo cercando da sempre.

“Piacere Marcelo, io sono Rosaluana – mi dicesti – se vuoi una volta possiamo uscire insieme”. Ti raccontai che ero fuggito da una favela, che certi errori non li avrei più commessi, che adesso ero un uomo migliore. “Ti credo – furono le tue uniche parole – ma dimmi, che lavoro fai?”. “Gioco a pallone in quarta serie, sono bravino” e pensavo che saresti caduta ai miei piedi. “Ok, ma io intendevo un lavoro vero” – mi gelasti, e io capii in quel momento che con te un giorno sarei diventato un campione.

Quante ne abbiamo passate insieme, amore mio. I soldi che non bastavano mai, i vestiti dei bambini da comprare e quel maledetto affitto da pagare alla fine di ogni mese. Però l’anno dopo andammo in terza serie e poi ancora più in alto. Mi chiamarono dall’Europa e pensammo che saremmo diventati ricchi e famosi. Sì, ok, ce la passavamo un po’ meglio ma lo sai come siamo noi brasiliani, vero? Senza il nostro sole, il nostro mare, la nostra musica non sappiamo proprio divertirci. Ti giurai che avrei portato la mia squadra, la nostra vecchia squadra, in serie A e saresti diventata la moglie di un giocatore vero, come quelle che si vedono ogni tanto sulle copertine delle riviste.

Ce l’ho fatta, Rosaluana. E se penso che solo pochissimo tempo fa nemmeno mi rimborsavano l’autobus per andare all’allenamento, quasi non ci credo di stare qui, sulla poltroncina di questo aereo insieme ai miei compagni per giocarmi un angolo di Paradiso. Siamo in finale, Rosaluana. Andiamo a Medellin. Ci pensi che favola? Dalla serie D alla finalissima, da brutti anatroccoli a cigni, da spiantati delle favelas a dei del pallone. E poi ci saranno tutti a questa partita: le tv, i giornalisti, i procuratori. Ok, io ho più di 30 anni, per me sarà l’ultima occasione, ma pensa ai tanti giovani che l’altra sera cantavano e ballavano negli spogliatoi dopo l’ennesima impresa.

Ce l’abbiamo fatta, amore mio, mancano cinque minuti all’atterraggio e mi passano davanti le sciarpe verdi dei nostri tifosi, l’inno nazionale – ci pensi, suonano l’inno per me, non ti sembra una cosa meravigliosa? – l’emozione, l’adrenalina. Vinceremo, lo sento, gli angeli sono con noi. Vorrei tanto segnare un gol, correre davanti alla telecamera e gridarti tutto il mio amore. Magari alla fine riuscirei soltanto a dirti grazie, perché senza di te non sarei mai stato qui adesso.

Mancano cinque minuti all’atterraggio, i ragazzi qui in aereo cantano a squarciagola le canzoni dello stadio: “Forza Chape, forza campioni”. Mancano cinque minuti all’atterraggio amore mio, solo cinque minuti. Ciao amore mio, la vita a volte è proprio bastarda…

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