Adottiamo un figlio, se permettete

A(b)Braccio # Olga Lumia/

“Adesso si metta in equilibrio su un piede, distenda le braccia in avanti. Chiuda gli occhi. Porti il braccio destro verso l’esterno. Poi, con decisione, lo riporti verso di sé e si tocchi la punta del naso con il dito indice”.
“Cosa?”
“La punta del naso”
“Sì, va bene…ma devo rimanere sempre su un piede?”
“Certo!”
“E come?”
“Lo faccia…”
“Ci provo”

Marzo 2015. Le dieci del mattino di un qualsiasi giorno romano. Non per me e mio marito, che siamo nelle mani di una neurologa dell’ASL. La quale, insieme a decine di altri specialisti, dovrà valutare se possiamo essere in grado di intraprendere il lungo e doloroso percorso ad ostacoli che ci farà diventare genitori adottivi. Forse. Tra circa quattro anni.

Sono già trascorsi 13 mesi da quando abbiamo dichiarato la nostra disponibilità all’adozione. Nel frattempo, abbiamo già fatto tutto: decine di colloqui con gli assistenti sociali, esami antitubercolosi, analisi del sangue. Visite psichiatriche. Il pesante faldone contenente le nostre dettagliate storie familiari, le cartelle cliniche, il nostro quadro fisico e mentale, finirà poi sul tavolo di un ufficio del Tribunale dei Minorenni, dove sarà preso in esame da un collegio di giudici. Se tutto andrà bene, in seguito saremo convocati per incontrare un magistrato che ci farà mille domande sui motivi della scelta adottiva, sulla nostra capacità genitoriale. Su quello che siamo in grado di dare. Il giudice relazionerà su ogni cosa che diremo. Poi si riunirà ancora, con il collegio giudicante, per valutare con scrupolo il nostro caso. E saranno loro a decidere se rilasciare o meno il decreto di idoneità all’adozione. La “patente” di genitori, insomma. Ma perché questo accada, dovranno passare ancora molti mesi.

In Italia a decidere se una coppia possa adottare o meno un bambino è un tribunale, quindi. Molti si chiederanno perché mai debba essere un giudice a stabilire se due genitori siano capaci di amare il bambino che vogliono adottare. E perché si debba subire un processo per arrivare all’adozione. Ma le cose stanno in questo modo. E succede solo nel nostro Paese. Soltanto in Italia i tribunali dei minorenni hanno totale potere decisionale sull’idoneità delle coppie. In tutti gli altri Paesi sono i servizi sociali a guidare gli aspiranti genitori verso l’adozione. Da noi, invece, per adottare si deve subire una specie di processo che va avanti attraverso vari gradi di giudizio. E se 10.000 coppie all’anno chiedono di adottare un minore italiano, alla fine solo una su 10 ci riesce. Per questo, molti puntano anche sull’adozione internazionale. Come se non bastasse, il Tribunale per i Minorenni per rilasciare il decreto di idoneità, a volte supera gli 8 mesi previsti per legge. E’ inevitabile che questo accada. I tribunali sono intasati, i magistrati affogano nelle carte e la giustizia rallenta. Nessuno può farci niente.

Mio marito e io ci siamo incontrati quando avevo circa 42 anni. Se gallina vecchia fa buon brodo, seme e ovocita vecchi no. Così, dopo due gravidanze andate male, abbiamo scelto di adottare. Nonostante in Italia, proprio in quel periodo, fosse appena passata la legge sulla fecondazione eterologa. Perché questa cosa dell’accanimento procreativo? Perché volere pance, nausee, corredini, ruttini e pannolini a tutti i costi? Meglio dare amore a una coppia di fratellini russi di circa tre anni, soli al mondo.

Purtroppo, però, ci siamo resi subito conto di come a pensarla come noi fossero davvero in pochi. In Italia, molti guardano ancora all’adozione con diffidenza. I dati parlano chiaro. L’ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie) informa, infatti, che le domande di adozione continuano a diminuire. In Italia ci sono 5.300.000 coppie sposate senza figli. E quelle che hanno iniziato l’iter per un’adozione internazionale, l’anno scorso, sono state soltanto 3.000. Qualcosa vorrà dire. E so bene cosa.

Gennaio 2016, ci viene rilasciato il decreto di idoneità all’adozione. Dopo ben 9 mesi di attesa. Così, diamo mandato a un ente che si occupa di adozione internazionale. Da questo momento, siamo “incinti”. L’adozione diventa qualcosa di reale. Non è più solo un’intenzione. Un tentativo. E’ in questo momento che decine di persone ottuse iniziano a manifestare freddezza, distacco, incredulità, stupore, preoccupazione, compassione. Perfino disgusto, a volte. “Ma perché adottate?”, “Chi ve lo fa fare?”, “E’ pericoloso”, “E’ un rischio”, “E’ una scelta difficile”, “Sono preoccupata”. E poi, la frase più stupida tra tutte, la più classica: “Mettervi estranei in casa…”. Come se conviventi, mogli e mariti fossero consanguinei, invece. Chissà perché tutti sono pronti a mettersi in casa – e nel letto – un estraneo adulto con il quale dividere la vita, ma non un neonato o un bimbo abbandonato.

I commenti più stupidi e crudeli, troppo spesso, arrivano proprio dalle donne con figli. Anziane o giovani. Magari, mentre hanno il proprio figlio in braccio. Stretto a loro come un koala all’eucalipto. Tutto questo perché ci sono molti pregiudizi riguardo all’adozione. Oltre che molta disinformazione, a cominciare dalle scuole. Adottare non è affatto una scelta difficile o pericolosa. Dovrebbe essere un gesto sano e spontaneo, come quello di avere un figlio in qualsiasi altro modo. Naturalmente o con l’inseminazione artificiale. La genitorialità, infatti, è fatta di tante altre cose che non riguardano necessariamente la fecondazione, i test di gravidanza, le culle e i passeggini. E, magari, tutti quelli che guardano all’adozione come una scelta di serie B, dovrebbero pensare alle condizioni terribili in cui tanti, troppi, bambini nel mondo vivono negli istituti.

Gennaio 2017. Da dieci mesi il dossier che contiene i nostri dati medici e familiari e le relazioni dei servizi sociali, è al vaglio degli enti autorizzati nella Federazione Russa. Sospesi nel limbo dell’attesa, però, non sono solo i genitori adottivi. Ma soprattutto i bambini, che aspettano una mamma e un papà.

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