Io, i baci e San Valentino

A(b)Braccio # Francesco Massaro/

San Valentino, ma figuriamoci, che sciocchezza, roba da femminucce e da maschietti in piena tempesta ormonale. Ma noi? Noi uomini già fatti? Volete parlare con noi di San Valentino? Per carità.

Poi però succede qualcosa e nemmeno tu te lo spieghi. Succede che un pomeriggio, per lavoro – il mio lavoro – ti trovi ad allestire l’esposizione di San Valentino. Cuori, baci Perugina, orsacchiotti, peluche, fiori, un tripudio di amore che in condizioni normali mi avrebbe mandato dritto al pronto soccorso per sopraggiunti limiti di zuccheri. Ma ieri no, misteriosamente.

Ieri no perché, come a volte mi capita nelle cose, mi sono lasciato trasportare. Ho messo da parte il mio finto cinismo, ho rinchiuso nell’armadio il mio stupido snobismo verso le cose che rifiuto e non sento mie, e ho provato a guardare questa festa senza giudicare, ragazzi e ragazze che scelgono con entusiasmo la scatola di cioccolatini giusta, il pensiero da scrivere appoggiati alla balaustra del bar, le confezioni da fare avvolgere con cura, quel sorriso scemo e bello sulle facce, e ho provato a pensare a questa cosa dell’amore da dimostrare anche, perché no, con una scatola di cioccolatini. Un bacio, un abbraccio e una scatola di cioccolatini, e tutto mi è subito sembrato inspiegabilmente meraviglioso, almeno per una volta. Per oggi, ho pensato, va bene così.

“Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”
“Perché non lo fa internare?”
“E poi a me le uova chi me le fa?”

Ecco, è questo che penso dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi, ma che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.
(Woody Allen, ‘Io e Annie’)

 

Giustizia non è fatta

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia/

Dite la verità, qual è stato il primo pensiero che avete fatto dopo aver letto la notizia di quell’uomo che a Vasto, ieri, ha sparato a quel giovane di 21 anni? Lo scorso mese di Luglio, quel giovane, gli aveva ucciso la giovane moglie, una donna di 34 anni, in un fottuto incidente stradale.

“Fici buono” (ha fatto bene, per chi non è delle nostre latitudini). Ho indovinato, vero? E se non ho indovinato, ci sono andato molto vicino. Questo non è un omicidio che scuote le nostre coscienze, non provoca sussulti di indignazione. Solo ‘umana comprensione’. Affettuosa ed umana comprensione. Pietà.

E’ curioso, ma questa notizia si sovrappone a quella della strage di Viareggio. Ho letto che i familiari hanno considerato la condanna a 7 anni di reclusione, una vera e propria sconfitta. Il Procuratore della Repubblica aveva chiesto la condanna a 16 anni. A loro, ai familiari, non sarebbe bastata neppure quella.

La verità è che coloro che perdono gli affetti più cari in occasioni di tragici eventi, non vogliono affatto “giustizia”. Vogliono vendetta, vogliono vedere morire coloro che hanno cagionato la morte del figlio, del padre, del marito. Vorrebbero poterli ammazzare con le proprie mani. Forse lo vorrei anch’io se dovessi trovarmi in certe situazioni. E’ una cosa terribilmente umana volerlo, o anche sentire di volerlo.

Una volta ho letto che non bisogna avere paura di confrontarsi con i pensieri più turpi che di tanto in tanto affiorano dai bassifondi del nostro animo. Bisogna guardarli in faccia, per razionalizzarli e governarli. Questo disgraziato non c’è riuscito. Il dolore lo ha destrutturato. Di più, lo ha lacerato.

Io non so se riuscirà, ora, a trovare pace. Una sola cosa so. Questo “fici buono” teniamocelo per noi, non facciamoglielo sentire. C’è il rischio che il farsi giustizia da soli, piuttosto che restare nascosto negli angoli più bui del nostro animo, venga slatentizzato, sdoganato. Una sorta di liberi tutti. Sarebbe davvero la fine.

Palermo, la città di tutti

A(b)Braccio # Dario Ferrante/

Amo Palermo. La amo da sempre. La amavo quando – da emigrante per necessità – mi mancavano i suoi odori e le sue perfette imperfezioni. E quando – da emigrante per scelta – la raccontavo al mondo come fosse la cosa più preziosa.

Da circa 20 anni ho mollato tutto e sono tornato qui. E da qui non mi muovo. Da qui continuo a raccontarla, cercando di coinvolgere quanti più attori possibili in questo splendido teatro a cielo aperto. Un palcoscenico che muta ogni giorno e che racconta una storia antichissima in continuo divenire.

La nostra città sta cambiando. Non si tratta di dare merito a un’amministrazione o fare propaganda. E’ indubbio che questa città stia mutando. Lo dico da imprenditore turistico, ma lo dico prima di tutto da cittadino. Tutti i cambiamenti hanno bisogno di tempo. E i cambiamenti dalle nostre parti, si sa, non sono mai bene accolti. Probabilmente per via di quel pessimismo genetico e di quella rassegnazione cronica che caratterizza molti siciliani.

Ma – seppure a me chiari i meccanismi di quei social network che enfatizzano l’accigliata impenetrabilità di chi è abituato a vedere sempre il buio – non capisco come si possa non gioire nel vedere la propria città – Palermo – insignita del titolo di “Capitale Italiana della Cultura” o sede di una prestigiosa biennale internazionale di arte contemporanea.

Sinceramente, con rispetto parlando, avete rotto le palle. Basta con questa storia che nella democrazia virtuale ognuno sembra libero (e sente quasi l’obbligo) di dovere dire la sua. Rivendico la dittatura dei fatti e l’assolutismo delle parole. Questa è la città di tutti. Essere felici non significa dimenticare i problemi della città o nascondere la polvere sotto il tappeto.

Considerate Palermo come casa Vostra. Trattatela come una madre o una figlia. Nessuno giudicherà la vostra felicità come una presa di posizione a favore di un candidato a sindaco. Non misurate i disagi della vita quotidiana con la straordinaria importanza della sua bellezza. Abbiate fiducia in voi stessi. Altrimenti, poco diplomaticamente e molto prosaicamente, andate pure affanculo!