Ma voi lo sapete cos’è un poetuber?

di Franco Cascio /

Ma voi lo sapete cos’è un poetuber? E’ un “coltivatore diretto” della poesia che offre i suoi versi a chilometro zero sul web. Se all’amore per la poesia e alla consapevolezza che la vita moderna impone ritmi sempre più vertiginosi unisci le nuove tecniche di comunicazione, il gioco è fatto. D’altronde, non è forse vero che viviamo in un’epoca in cui ogni momento libero ci sembra rubato ai nostri impegni quotidiani (chissà quali poi)? Prendi l’informazione, per esempio. Testi brevi e sintetici, video di pochi secondi. Chi lo trova più il tempo per leggere un giornale o guardare un Tg?

E allora Angelo Vitale, che con l’informazione ci paga il mutuo a Milano e che da sempre ne segue le continue trasformazioni, è riuscito a coniugare la sua competenza in quel campo lì con la sua snaturata passione per la poesia. E si è inventato la definizione poetuber. Ha aperto un canale YouTube e lo ha riempito con i suoi versi, raggiungibili da chiunque e da qualsiasi dispositivo. Non è come sfogliare le pagine di un libro, certo, ma trascinare con tatto la poesia all’interno delle nuove tecnologie, adattarla al mondo 3.0, è già qualcosa di poeticamente coraggioso.

Chissà se altri seguiranno il suo esempio, chissà quanti altri poetuber partorirà la rete. Intanto abbraccio il mio amico Angelo e le sue web-poesie. Ma anche voi che non sapevate cosa fosse un poetuber, provate a regalarvi un momento di poesia all’indirizzo https://www.youtube.com/channel/UCxs3i7pVQJE2jAHPfsF4keg

P.S. A prestare la voce alle poesie di Angelo è l’attore e regista Vincenzo Pirrotta, mica bau bau micio micio…

Il venditore di fiori

di Filippo La Torre /

Una voce rauca e incomprensibile attraversa ogni santa mattinata la lunga strada che porta a Mondello. E’ il mio orecchio sinistro a percepirla di più, sempre tra le dieci e mezzogiorno. E’ sgradevole ma non cacofonica, rimanda alla memoria note che arrizzano la pelle e testimoniano brandelli di vite dolorose. Mi ricorda la voce di Rosa Balistreri e i canti solitari dei carrettieri.

E’ la quinta settimana che prendo posto di fronte a questo computer e ancora non ho chiesto alla mia amica che cosa abbannìa l’uomo che tra le dieci e mezzogiorno transita sotto il nostro balcone. Cos’era? – mi chiedevo. La paura della verità? Di quali verità? Nemmeno mi affaccio. Ho paura che la voce dell’uomo si accompagni a una deformità che somma sfortuna a sfortuna. Ogni tanto sento anche voci di donna, soltanto di donne, che richiamano l’attenzione dell’uomo. A me cinque, ti calo il paniere. Un’altra dice: A me sette ma ne pago sei perché l’ultima volta uno l’ho buttato. Donne, soltanto donne e mai una replica.

L’altro giorno ha sostato sotto il balcone, lentamente sentivo la voce avvicinarsi, passo passo e con pause sempre più crescenti, come se prendesse fiato. Poi l’esplosione, forte, come di vulcano attuppato. La voce era da baritono ma mi era arrivato soltanto un grido prolungato quasi da bestia ferita e poi più nulla. Ho atteso solo pochi secondi prima di scostare la tenda. In quel momento la strada era piena di gente, riuscii a mettere a fuoco alcuni uomini che transitavano sui marciapiedi ma nessuno somigliava a un venditore ambulante e nessuno teneva mercanzia tra le mani. Altri già mi davano le spalle mentre si allontanavano.

La notte scorsa ho dormito poco, ho avuto i primi incubi appena chiuso occhio. Dal profondo di un pozzo si liberava la voce cavernosa e rauca dell’uomo che abbannìa. Mi affacciavo ma il buio mi permise soltanto odore di pelli umide. E poi la notte successiva nuovamente il pozzo, nero e umido, e la voce disperata di un’anima del Purgatorio. Devo conoscerlo, non occorre certo dargli confidenza. Devo sapere. Forse che la mercanzia offerta si sposa con la sua voce rauca e sconosciuta? La mente esplora, disarticola, salgono a galla solo mantelli neri.

Il sole oggi è troppo forte, l’acqua di Mondello sarà come il brodo. Questo è il mio pensiero già alle otto di mattina. Me ne sto al computer a scrivere minchiate. La voce, puntuale, arriva alle dieci. Mi alzo dalla sedia, scosto la tenda, alzo la zanzariera e mi affaccio sulla strada. Lui è lì. Un tuareg senza turbante, la pelle colore dell’ebano, età indefinita. Trenta, quaranta, cinquantanni? Il sole di luglio lo aveva pennellato di nero lasciando in bella mostra – anzi, a risaltare – due occhi colore del mare, azzurri come quando il cielo gli fa da coperta. Attiro la sua attenzione. A me una dozzina. Freschi, mi raccomando, me li dia freschi. Garofani e tulipani, di tutti i colori.