L’amore è un’altra cosa

A(b)Braccio # Silvia Chieppa /

La giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Quella coi dati alla mano. Raccapriccianti. Quella in cui leggiamo nero su bianco di centinaia di donne strangolate, bruciate, sfregiate, picchiate. Spesso da qualcuno a loro vicino, il fidanzato, il marito, il padre dei loro figli. E se tutto questo, per quanto ignobile e terribile, ha un che di “plateale”, c’è di più.

C’è la violenza nascosta, quella subdola, che forse almeno una volta nella vita ognuna di noi ha incrociato, ma soprattutto giustificato. La violenza di chi prova a farti sentire sbagliata. La violenza di chi ti impedisce di fare, di andare, di essere te stessa, per gelosia. La violenza di chi ti controlla il cellulare. La violenza di chi ti chiude le porte del mondo con la scusa dell’amore. La violenza di chi ti chiede di dimostrare un sentimento, rinunciando. Quando amore è solo dare.

La violenza di alcuni “Dove sei? Con chi sei?”. La violenza delle parole. Di un “cretina”, di un “non capisci niente”, di un “non vali niente”. La violenza di chi giudica da un vestito, da un rossetto marcato. E una gonna corta diventa un pretesto per uno “zoccola”. La violenza con cui si viene scaricate se si decide di non spingersi oltre.

Impariamo a dire no. Smettiamo di pensare che solo perché non è un livello che ci mette in pericolo vada assecondato. Impariamo a volerci bene. Noi per prime. Non confondiamo i legami con l’amore. Sono due cose diverse. L’amore non lega, libera.

E’ la stampa, bellezza!

A(b)Braccio # Sergio Raimondi

In principio erano un manipolo in camicia nera, stanchi della miseria del Dopoguerra e della corruzione dei governi liberali. Li guidava un maestro di scuola, gli occhi spiritati ma grande carisma. Diventarono sempre più  numerosi e si armarono di olio di ricino e manganelli per convincere gli ostili della bontà delle loro intenzioni. Cominciarono ad assaltare i luoghi di una cultura ancora elementare e popolare, le Case del Popolo appunto. E bruciavano, ridendo e sbeffeggiando, libri e giornali. Marciarono su Roma e la conquistarono, anche se il Capo arrivò in treno. La farsa diventava dramma. Parlamento azzerato senza neppure scomodare lo Statuto Albertino e al suo posto una Camera delle Corporazioni che non decideva nulla. Vennero gli “anni del balcone” in piazza Venezia, che ad ogni adunata si riempiva sempre più di popolo entusiasta e spontaneo. I giornali sparirono tranne uno, il suo Giornale d’Italia. Quelli che sopravvissero fu perché si adeguarono.

Pochi anni dopo, un imbianchino austriaco ricalcò le orme del Capo italiano. E fu peggio. Un popolo era in miseria, alla fame, le camicie questa volta erano brune e i libri e i giornali alimentavano i falò. E il dramma si fece tragedia.

Si sa, è storia dell’altro ieri. Ma è storia e come finì è cosa nota. Nei decenni successivi di pace e di democrazia, le Nuove Conquiste, i rapporti tra Potere e giornali non è mai stato facile, dalle nostre parti. Non da molto abbiamo lasciato un altro Ventennio durante il quale i giornali se non potevano essere zittiti, venivano comprati. I giornalisti scomodi cacciati o condizionati e ridotti al silenzio. I ribelli puniti con l’emarginazione. E nessuno di loro ha mai raccontato l’umiliazione dell’impotenza, la frustrazione delle battaglie combattute e perse per restare liberi e in pace con la propria coscienza. Queste non erano notizie, non avrebbero interessato nessuno. E’ storia di ieri, rischia di essere storia di domani.

I giornalisti non sono vittime né eroi. La stampa è un concetto astratto. Esistono giornali e giornalisti. Ed editori. Si dividono in bravi e asini. Buoni o cattivi è un giudizio etico, non professionale. Liberi o servi, un problema di coscienza dei singoli. Esattamente come per i medici, gli avvocati, gli ingegneri e tutti quelli che si vuole.  Enrico Mattei, grande boss dell’Eni, aveva bisogno di un giornale che sostenesse le sue strategie sulla politica energetica. Ne fondò uno tutto suo. “Il Giorno” – nonostante le sue origini – fu una grande scuola di giornalismo. Gaetano Afeltra è solo uno dei nomi.

Giornali e giornalisti informano, ma possono pure fiancheggiare e questo è un guaio. In certi mestieri l’intimità non è un bene. Indro Montanelli si vantava di non aver mai cenato con un politico. Piace pensare che fosse stato davvero così.

Giornali e giornalisti vivono – o dovrebbero – di notizie, ma anche di inchieste e di retroscena che più sono inconfessabili e meglio è. Qualcuno si ferma mai a riflettere su una verità elementare? Si legge o si sente di scandali e di politici corrotti. Chi li racconta? Strano: giornali e giornalisti. Che per loro natura fanno sistema e da queste parti sistema – piaccia o no –  vuol dire democrazia.

Chi oggi imita dai palcoscenici issati nelle piazze il giullare di ieri in piazza Venezia, chi lancia parole e campagne di odio e di disprezzo, vorrebbe forse ridurre quei rompicoglioni a ciò di cui li accusano: essere venduti. Forse sarebbero felici di comprare. Dove starebbe la differenza? Non è così che funziona. Bisogna fare sempre attenzione ai colori delle camicie: il nero e il bruno. E ricordarsene. La libertà di espressione negli Usa è garantita dal Primo Emendamento e non c’è politico che, almeno in pubblico, osi attaccarlo. In Italia dall’articolo 21 della Costituzione. Lo ripassi ogni tanto chi vuol proteggere la Carta da chi oggi vuole sfigurarla.

Chi fa o ha fatto questo mestiere, gettando sempre il cuore oltre la siepe delle amarezze e delle delusioni e delle fatiche oneste, conserva memoria, forse romantica e forse retorica, della frase famosa recitata da Humphrey Bogart in Deadline: “E’ la stampa, bellezza. E tu non ci puoi far niente”. Niente.

Una poliziotta in…gambe

A(b)Braccio # Paola Tiziana Fagone

Marilina. Già il nome è vezzoso, evocativo, simile a quello dell’iconica Marilyn. E’ bionda come lei e come Norma Jean è spiritosa. Marilina ama la vita, ama catturare immagini per scarabocchiarci sopra. Marilina scrive versi brevi che raccontano di certi stati d’animo, di alcune giornate storte, dell’amore che fa abbassare ancora lo sguardo. Certe volte è felice, certe volte è nostalgica. In alcuni momenti stringerebbe il mondo intero in un ‘A(b)Braccio’.

Marilina sta su Facebook, come tanti, come il mondo intero. Condivide, chiacchiera, ride – tanto – e scrive poesie. Anche una al giorno. L’amore è la sua costante, l’amore le smuove le viscere. Si arrabbia, sorride, si commuove.

Marilina fa un lavoro speciale, uno di quelli che se sei maschio è meglio, ma se sei femmina è diverso. Marilina è un poliziotto e non lo nasconde, non lo ha mai fatto. Il suo abbraccio più forte è per i bimbi che accoglie al porto, le creature spaventate sopravvissute al mare. Sorride loro per trasmettere tutta la sicurezza di cui hanno bisogno e subito. Infatti, poi la cercano e le si attaccano alla coscia, è questo il loro abbraccio speciale. E lei sente che essere lì, sotto il sole o la pioggia, è la cosa migliore che le sia capitata.

Marilina è un poliziotto speciale. Lei dà gli ordini e normalmente chi dà ordini non deve essere se stesso. Deve essere ciò che rappresenta. Marilina queste cose le sa, ma pensa che non ci sia nulla di male ad essere se stessi, ogni tanto. Per questo certi giorni pubblica le sue facce strane, i suoi capelli cotonati, le smorfie di primo mattino. Marilina è una donna, anzi una femmina. E pensa pure che non ci sia nulla di male ad essere femmine. Essere tante cose, essere tante donne come Marilina è difficile, molti si confondono, diventano intolleranti e trovano volgarità dove non c’è.

La foto che ha recentemente pubblicato sul suo profilo ha infatti scatenato un putiferio, ha sollevato l’indignazione di schiere di moralisti e benpensanti. Venti centimetri di pizzo sulla pelle, uno stacco di coscia che fa impallidire. Ma la foto in bianco e nero è solo bella. Non toglie e non aggiunge nulla al valore di Marilina. E’ una parte di sé, non è la totalità. E ti chiedi cosa ci sia dietro tanta ostilità, dietro tanta avversione per una immagine che sì, trasmette sensualità, ma volgare non è.

Presto detto. Dietro lo scandalo c’è solo sessismo, competizione. Quell’atteggiamento tipico di certi uomini che ti attaccano, ma non lo fanno ad armi pari, con lealtà. Lo fanno utilizzando colpi bassissimi. Ma – visti i risultati – sono diventati miseri autogol, boomerang lanciati e puntualmente ritornati al mittente. Quando parlano del nostro mestiere, spesso mi arrabbio. Lo fanno quasi sempre male, evidenziano solo le fallibilità, quei momenti di debolezza che fanno emergere l’umano che c’è sotto una divisa. Lo so bene, perché è la stessa divisa che indosso anch’io. Ma pazienza, dovrò rassegnarmi.

Non mi rassegno affatto, invece, se tutto questo lo provocano i tuoi stessi colleghi. La foto delle cosce fasciate di pizzo è bellissima, non c’è nulla di cui vergognarsi. Mi vergogno di più se i miei colleghi si rendono protagonisti di orribili pestaggi, macchiando di sangue e sputi il nostro distintivo. Sì, mi vergogno decisamente di più per tutto questo.

Le favole del commissario

A(b)Braccio # Alessia Franco
giornalista – Palermo

Una storia bellissima, che purtroppo non ha un lieto fine. Ho capito che avrei scritto di quest’uomo straordinario quando ho incrociato il suo sguardo: prima attraverso una foto, poi durante le chiacchierate con sua figlia, Selima, che ha ereditato da lui lo stesso modo di guardare intelligente, attento, di una bontà che non sfocia mai nella sdolcinatezza.

Il mio commissario. Di lui sapevo poco, ma di certo non avrei voluto raccontarne le vicende storiche. Ci sono molti più preparati di me, per farlo. E altri che scrivono di mafia perché va di moda e allora seguono la scia e improvvisano. Nel libro che ho scritto ci sono, certo, perché hanno rappresentato una parte importantissima e dolorosa della vita collettiva e di quella del protagonista. Ma il taglio è decisamente un altro.

Parlando con la famiglia, che non ringrazierò mai abbastanza per il tempo che mi ha dedicato, ho scoperto quello che sospettavo. Anche Giorgio Boris Giuliano raccontava storie ai suoi figli. Anzi, faceva di più: ne cambiava il finale. E questo è un atto veramente rivoluzionario. Cambiare il finale, mettere in discussione, volere un epilogo migliore: lui lo ha fatto ogni giorno e ha continuato a farlo con i suoi figli.

Ha immaginato una storia diversa per Palermo e ha mantenuto l’incanto e la meraviglia in quel suo sguardo, anche se la quotidianità di quel lavoro pionieristico, massacrante, avrebbe potuto portarlo al cinismo.
Alla fine ha vinto lui.
Il mio commissario.

‘Raccontami l’ultima favola’
di Alessia Franco, edizioni Mohicani
Orto Botanico (Palermo) – 9 giugno 2016, ore 19.30

La solitudine dei numeri innamorati

A(b)Braccio # Franco Cascio

Ce l’aveva a morte con gli arabi. “È tutta colpa loro e della loro fottuta numerazione” – diceva sempre tra sé. Il numero tre passava tutto il giorno a dannarsi l’anima. “Un solo posto, uno solo. Che sfiga, che rabbia”.

Era innamorato del cinque. Un amore pazzesco, indefinibile. Avrebbe voluto passare l’esistenza accanto al cinque. Avrebbe voluto offrigli tutto il suo amore. Ma la serie dei numeri lo aveva condannato a stare lontano – per poco, appena un posto – da chi amava. C’era il quattro a tenerli separati. Quel quattro, dalle spalle curve, che veniva subito dopo di lui e subito prima dell’amato cinque. “Maledetto gobbo” – diceva. Ma poi se ne pentiva. Lo invidiava, sicuro, ma non ne era affatto geloso.

Al quattro del cinque non importava nulla. E al quattro il cinque non aveva mai fatto nemmeno un sorriso. Se ne stava a guardare in su, distratto, il quattro. Era un sempliciotto, privo di qualsiasi ambizione. A differenza del tre, il numero tra i numeri, il numero perfetto. Sbirciava ogni tanto, cercava di farsi notare dal cinque, provava invano a stabilire un contatto. Niente, quello stupido quattro non si rendeva nemmeno conto, con la sua ingombrante presenza, di quale fastidio procurasse.

Ma una notte il tre non ce la fece davvero più. Approfittò di un momento di distrazione del quattro e – tac! – prese il suo posto e finalmente era lì, accanto a chi amava. “Eccomi, sono qui, ti ho aspettato per tutta la vita!”. Il cinque non si fece pregare e fecero l’amore già quella stessa notte.

“Uno, due, quattro, tre, cinque, sei, sette…”, eccola la nuova serie dei numeri. E il tre era felice, e il cinque sembrava esserlo pure. Ma il tre non aveva tenuto conto di ciò che sarebbe potuto accadere. E la felicità durò ben poco.

Mentre lui finalmente sfogava il suo amore, tra gli uomini invece avvenne il caos. La temperatura del pianeta impazzì e nessuno fu più in grado di controllarla, le borse di tutto il mondo crollarono, nessuno fu più in grado di garantire trasporti, cibo, acqua. Tutti i sistemi informatici che gestivano le cose più semplici andarono in tilt. Così come il fuso orario: in alcune parti del pianeta era notte con il sole, in altre giorno con il buio. In poche ore fu un’ecatombe. La razza umana in pochi attimi si trovò a un passo dal rischio estinzione. Fu così che tra gli dei si scatenò il panico.

Il Dio dei Numeri convocò d’urgenza il Dio dell’Amore e insieme convocarono il tre. “Ti rendi conto di cosa hai combinato?”, tuonò il Dio dei Numeri, mentre il Dio dell’Amore, un po’ imbarazzato, se ne stava in disparte. “Che ho fatto?”, rispose il tre come se cadesse dalle nuvole. “Hai combinato un inferno. Il tuo gesto ha prodotto catastrofi su catastrofi”. “Non è possibile”. “Sì invece. E tutto questo solo per soddisfare un tuo stupido bisogno”. “Andiamoci piano”, intervenne stizzito il Dio dell’Amore, ma che presto se ne tornò in disparte dopo un’occhiataccia del Dio dei Numeri. Il tre balbettò: “Io davvero non volevo…non sapevo…non credevo…”.

“Come ti è venuto in mente di fare una cosa del genere?”, urlò il Dio dei Numeri. “L’ho fatto per amore…”, disse timidamente il tre. “Per cosa??”, gridò ancora più forte il Dio dei Numeri. “Per amore!”, sentenziò fiero il Dio dell’Amore, incurante dell’imminente altra occhiataccia del collega. “L’ho capito! Ma ti pare normale creare il caos solo per le tue smanie d’amore?”, disse il Dio dei Numeri. “Ma l’amore può tutto! L’amore giustifica tutto!”, rispose il tre cercando lo sguardo di approvazione del Dio dell’Amore, che invece lo sguardo lo teneva basso.

Stavolta fu il Dio dei Numeri a interrogare con lo sguardo quello dell’Amore: “Allora?”. “Beh – farfugliò – sarebbe così…in effetti…però…”. “Però – intervenne il Dio dei Numeri per togliere dall’imbarazzo l’amico con il quale fino a quel momento non era stato affatto tenero – non si può distruggere tutto, giocare con la vita altrui, condizionare l’esistenza degli altri, nascondendosi dietro la scusa dell’amore. Ma chi l’ha detto? E poi che amore è quando il prezzo da pagare è procurare dolore?”. Il Dio dell’Amore non sapeva che dire. In realtà avrebbe voluto dire tanto, ma non sapeva da dove iniziare. La razionalità del Dio dei Numeri e la gravità di quanto accaduto lo avevano completamente spiazzato.

Il tre capì e obbedì. Guardò un’ultima volta il cinque, che mai come in quel momento gli sembrava così diverso da come l’aveva sempre immaginato. Si chiese se davvero ne valesse la pena, se il cinque l’avesse davvero amato. Magari sì o magari no. Tornò al suo posto, il tre. Continuò ad amare il cinque da lontano. Pensò allora che aveva ragione lui, che l’amore davvero può tutto, visto che continua a esistere anche da lontano.

Poi però pensò che forse il vero amore è solo quello che fa soffrire chi ama o forse che è tutto un’illusione, che l’amore in realtà non esiste e che ogni sacrificio non sarebbe servito comunque a niente. Che il Dio dei Numeri, in fondo, non aveva torto. Che quello dell’Amore, tra gli dei, è quello che conta meno, che nelle scelte per l’Umanità è l’ultimo ad avere la voce in capitolo. Perché l’Amore, irrazionale com’è, non è per niente affidabile nel garantire l’ordine, nel mantenere l’armonia tra gli uomini. Non è l’amore, ma i tanti suoi contrari a tenere in vita l’Umanità. Pensava a tutto questo, mentre osservava il quattro – anche lui di nuovo al suo posto – che non si era accorto praticamente di nulla.

Destino

Credo nel destino.
Credo nei suoi messaggi.
Non è una scienza esatta,
non è una scienza,
ma è la mia.
Credo nei segni e nei disegni.
Li trovo in qualche canzone che parte alla radio
in quel momento e non in un altro,
che è quella e solo quella.
Li trovo in un sogno fatto di notte,
in un incontro avvenuto per caso,
nel fondo di una vecchia borsa
o in una frase scritta sul muro di qualche città.
Messaggi che arrivano chiari e precisi.
E tu sei lì.
Ed io sorrido, felice.

La formula dell’amore

A(b)Braccio # Alessandra Verzera
giornalista – Palermo

Si erano incontrati per caso, a metà strada tra i sogni di lei e le formule di lui. E così, quasi per caso, lei aveva portato qualche sogno nella vita di lui e lui qualche regola in quella di lei.

Non era passato troppo tempo quando entrambi capirono che erano due cariche opposte che, per questo, si fondevano alla perfezione. Yin e Yang, positivo e negativo, maschio e femmina. Un pensiero da uno iniziato era un pensiero dall’altro completato. Lei parlava di Schopenhauer e lui di Einstein: un incredibile pasticcio, ma che era, in realtà, un ordito perfetto, uno scambio incessante, un sistema di vasi comunicanti incredibilmente perfetto.

Versavano l’uno nell’altra gocce di vita, di conoscenza, di esperienza. Ma erano sempre state gocce d’amore, camuffate da altro. E così fecero per molti e molti anni e senza che le pelli mai si sfiorassero: non serviva, lo facevano le loro menti. Passarono anni e si ritrovarono. Avevano imparato dai reciproci silenzi e dai reciproci distacchi. Ed avevano imparato una cosa meravigliosa. Avevano imparato ad amarsi, con la pelle e con tutti e cinque i sensi. Per poco, per troppo poco tempo, rimpiangendo il tempo rubato alla vita e a sé stessi.

Lui le fece conoscere le galassie, le mostrò le stelle più luminose, suonò per lei il sax, le dedicò canzoni che parlavano di lui. Lei lo accolse e gli regalò carezze che non aveva mai ricevuto. Lui la strinse e lei lo cinse. Lui era lei e lei era lui. Lui uno scienziato, rigido, incuneato dentro le sue formule, gli algoritmi, e lei una scrittrice, una pensatrice, un’idealista. Lui era fatto di azione, lei di parole. Ma erano infinitamente complementari, in un modo talmente acuto da averne paura.

Un giorno lei gli disse: “Dimmi una cosa meravigliosa che io non possa più scordare”. Lui le prese la mano sinistra e rivolse il palmo verso l’alto. Poi tirò fuori la sua stilografica e scrisse, sul polso di lei. Una formula. Lei si corrucciò: voleva frasi d’amore, non certo formule. “Sai – disse lui – questa è l’equazione di Dirac. E credo che poche persone possano identificarsi in essa e viverla nel presente, nella vita reale. Dice che due sistemi che siano stati posti in relazione, non possono essere considerati come sistemi distinti, ma come un sistema unico. E così continueranno ad interagire. Ed anche se separati e poi distanti anni luce l’uno dall’altro, essi continueranno ad influenzarsi reciprocamente. In altre parole, amore mio, ovunque io andrò e dovunque tu sarai non smetteremo mai di essere insieme, di svegliarci la notte, di impappinarci mentre parliamo. Non smetterò di essere te e tu non smetterai di essere me. Noi saremo per sempre quel sistema unico e perfetto. L’amore supremo”.

Lei pianse lacrime silenziose, come silenziose sono solo le lacrime di gioia. E sparì nel suo abbraccio, lungo una vita. E fu così che quando, solo pochi mesi dopo, lui lasciò la vita terrena strappato via dal caso, dal destino, da un karma avverso, lei capì in quello stesso istante che non sarebbe mai più stata sola e che sarebbe stata amata. Per sempre.

Due sedie davanti al mare

A(b)Braccio # Maria Andaloro
libera professionista – Rometta (Me)

Ci siamo io e mia madre sedute su quelle due sedie.
Lei a destra io a sinistra.
Lei mi tiene le mani fra le sue, esattamente come faceva quando da bambina voleva spiegarmi qualcosa ed io non volevo capire.
Come sempre, finché c’è stata.
Come quando sentivo il suo calore.
Ecco perché ieri l’ho vista, mi sono rivista, eravamo sedute li una di fronte all’altra.
Lei mi stringeva le mani, le accucciava nel grembo, mi sorrideva con gli occhi, si avvicinava e mi abbracciava.
Lo faceva.
L’ha fatto.
Come faceva quando continuavo a far finta di non capire e lei rinunciava a spiegare perché sapeva che avevo capito…
Capiva tutto, lei.
E se non capiva non giudicava, ascoltava.
E dato che è da un po’ che non voglio capire (o faccio finta), lei sa come farsi sentire.
E l’ha fatto, c’era.
C’è.
Perché l’amore non si vede.
Si sente.
Perché la morte perde sempre sull’amore.
Da ‪#‎quassud‬, è questo quello che io considero “tutto”.

Mia sorella

Lo so, mi diresti: “Non farlo, mi vergogno”. Ed io, ironica, ti direi: “Tu vergognarti? Ma dai!”. Dicono la stessa cosa anche a me, sai? Me lo dicono, e non so con quanta ironia, quando confesso di essere timida. Ma non ci crede nessuno perché un aspetto come il nostro, a quanto pare, inganna. Come se quegli occhi scuri e profondi, quella bocca importante, quei capelli neri avvolgenti e quel piglio che, a volte, questo è vero, rasenta l’aggressività, escludessero a priori un sentimento come la timidezza. Ma non è così, anzi.

Sono passati dodici anni ed io ti scrivo solo adesso. Non crederai mica che sia stato facile, no? Dodici anni senza di te sono lunghissimi, te lo dico io. Ho dovuto prima addomesticare i fantasmi della paura, che sono sempre lì, da quel giorno.

Mi rivedo ancora senza un filo di fiato a correre per quelle scale, verso l’aeroporto, verso un aereo che mi portasse da te il più presto possibile, prima che fosse troppo tardi. Confusa, sperduta, in cerca di un abbraccio, di uno sguardo, di una pacca sulla spalla, del sostegno di qualcuno, di una parola di conforto. Ma non c’era tempo, correvo da te, pregavo e invocavo che tu mi aspettassi.

L’hai fatto, mi hai aspettata. Ed io non lo dimenticherò mai. Credo di essere sopravvissuta a quel dolore atroce proprio grazie a te, alle tue parole sussurrate, al tuo abbraccio fragile, al tuo sguardo liquido, ormai spento dagli effetti della morfina. Quel “grazie” che ci siamo scambiate è scolpito dentro di me. Perché in quella parola c’era tutto, noi due lo sappiamo.

Cerco di dimenticare le immagini più brutte, quelle della sofferenza. Ma è difficile, non sempre ci riesco. Basta guardarmi allo specchio per rivedere te. E’ sempre stato così. Sei mia sorella. Ma più passano gli anni, più ti assomiglio in maniera imbarazzante. Spesso mi chiamano con il tuo nome, loro si mortificano, ma a me fa piacere. Convinta come sono che anche questo serva per mantenerti ancora viva. Perché, in fondo, sei solo più lontana.

Ti rivedo nei tuoi momenti di incazzatura, quando non ce n’era per nessuno. Nei tuoi momenti di dolcezza, che a me non hai mai lesinato. Nella tua malinconia, che serpeggia spesso anche nei miei occhi. Ma ti rivedo soprattutto nei tuoi momenti di allegria e mi sembra ancora di sentire la tua risata fragorosa, rischiarata dai tuoi denti bianchi. Le tue lentiggini, quel naso perfetto che ti ho sempre invidiato, quel collo seducente, la tua pelle, i tuoi piedi. I tuoi “Non ho niente da mettermi”, le tue telefonate per chiedermi: “Ci vieni con me?”, i tuoi “Togliti le scarpe prima di entrare, che ho pulito”, la nostra sigaretta a fine pasto, la tua paura dell’aereo e i conseguenti viaggi in treno, i tuoi tiramisù, i tuoi: “Che cosa mi regali per il compleanno”?

Mi hai mandata a quel paese un sacco di volte, l’ho fatto anch’io con te. Ma mi hai salvato la vita molto più spesso, tirandomi su, senza dire niente, solo con la tua presenza. Ho sempre pensato di dover fare qualcosa di importante per te, qualcosa di cui si parlasse per un pò, qualcosa che potesse renderti quello che avresti meritato. Non escludo che prima o poi ci riuscirò. Questo, forse, è un primo passo.

Tu, intanto, stai tranquilla. Qui ce la caviamo, più o meno. E non farti riconoscere anche lì, evita di dare dello stronzo al primo che ti capita. Perché dalle tue parti, il primo che capita non sai mai chi potrebbe essere.

Ciao, Piera. ❤️