La veglia funebre

di Ennio Tinaglia /

Quante volte ci siamo detti che la vita è un immenso palcoscenico e che un po’ tutti recitiamo la nostra parte? E’ come se ci fosse un copione, con attori principali, comparse, una sceneggiatura. Prendiamo, per esempio, le veglie funebri. Mariti, mogli, figli, padri, madri, insomma i congiunti prossimi del defunto sono gli attori principali, perché è intorno a loro che si stringono tutti. Il dolore conferisce loro una sorta di sacralità. Distribuiscono baci, abbracci, strette di mano, ringraziamenti. Anche gli amici più stretti, i colleghi di lavoro, i compagni di calcetto e tutti coloro che hanno condiviso col defunto pezzi più o meno intensi di esistenza, hanno un ruolo di tutto rispetto. Insomma, più intenso è stato il legame col defunto, più si è padroni della scena.

Come in tutte le pieces che si rispettano, c’è posto anche per il cattivo. Sì, quello che (magari a ragione) aveva litigato col defunto. Se ne sta lì, in un angolo, ad espiare non si sa bene quale colpa, si sente in difetto, avverte, o crede di avvertire su di sé, sguardi carichi di disapprovazione. Naturalmente non mancano le comparse. Quelle hanno un ruolo preciso: devono compiacersi dell’aspetto fisico del de cuius. E’ una cosa che serve a sdrammatizzare: “è sereno, “sembra che sorrida”, “ha i lineamenti distesi”, “manco morto pare”. Conoscono il copione. Sanno bene che, ad un certo punto, devono appartarsi in cucina per commentare il campionato di calcio.

Ma spesso, soprattutto in caso di morti inaspettate o tragiche, irrompe una figura. E’ colui che, per ultimo, ha parlato con “il fu” o che, casualmente, gli era fisicamente vicino nel periodo più immediatamente prossimo all’attimo fatale. E’ un ruolo che può interpretare anche il portiere dello stabile o il barista dell’ultimo caffè gustato dal defunto. Diventa un mattatore, un outsider. E’ intorno a lui che si concentra l’attenzione generale, perché racconta nei minimi dettagli di cosa avevano parlato. Sì, insomma, gli scampoli di vita più vicini al trapasso. I parenti, quelli che erano gli iniziali protagonisti, lo ascoltano quasi con venerazione perché è come se gli ultimi istanti di vita del congiunto rivivessero in lui, si perpetuassero in qualche modo.

Poi, si sa, ogni defunto che si rispetti ha incarnato in vita tutte le virtù possibili e immaginabili (anche se era un maledetto figlio di puttana). E lui, il mattatore, diventa “the one man show”. La scena è tutta sua. Diventa capace di rendersi testimone autentico di tutte le virtù del defunto, anche quelle che gli erano del tutto sconosciute. E il compiacimento che inevitabilmente suscita nei parenti affranti dal dolore, lo carica, gli dà corda e lui arricchisce ogni volta il racconto di nuovi particolari, lo implementa: ”Stava benissimo, però nel suo sguardo c’era qualcosa di strano….come un presentimento”….oppure…”quando mi ha salutato ho avvertito un nonsocché”. Insomma, un’intuizione pre-razionale, un guizzo sensitivo dietro l’altro che lo pongono al centro di una devozione collettiva in questo spazio scenico dove i ruoli risultano completamente invertiti e lo stesso plot stravolto.

A pensarci bene è esattamente quello che capita nelle grandi tragedie che le cronache ormai ci consegnano con impressionante frequenza. I testimoni, i sopravvissuti, quelli che per miracolo o per uno scherzo del destino sono riusciti a non allungare l’elenco delle vittime ma che erano lì, proprio lì, fino a qualche attimo prima della tragedia, anche loro finiscono col rubare la scena. E’ tutto maledettamente vero. La vita è davvero un gigantesco palcoscenico. Ogni giorno può essere quello del debutto e, in fondo, a tutti noi può capitare di vivere un momento di autentica celebrità. Ops, dimenticavo: nelle veglie funebri il defunto fa parte del paesaggio.

La rimpatriata

di Franco Cascio /

Accade più o meno in questo periodo – primavera inoltrata, complici giornate di sole e scampagnate – che a qualcuno, in preda a rigurgiti nostalgici scolastici, venga in mente di organizzare ciò che per indice di pateticità è dietro solo alle cene aziendali di fantozziana memoria: la rimpatriata della classe.

Se una volta era possibile darsi alla macchia e scansarsi il supplizio della rimpatriata, oggi ti stanano facilmente attraverso i social. La tattica consigliata è allora quella di dare subito la propria adesione (anche per evitare di passare per quello snob e per quello che in tanti anni non è cambiato, sempre stronzo è rimasto) e poi accampare una scusa all’ultimo momento, così da non passare per snob ma solo per quello che in tanti anni non è cambiato, sempre stronzo è rimasto.

Se per alcuni, senza dubbio, sarà pure piacevole ritrovare ex compagni del liceo o delle medie (qualche fondamentalista organizza anche rimpatriate con i compagni delle elementari), altri, invece, magari non ce l’hanno tutto questo piacere di rivedere gente la cui esistenza finora era stata completamente rimossa o, peggio, gente che già qualche decennio fa si detestava così tanto, da augurarsi di non averci mai a che fare nella vita.

L’ex compagno di scuola, nonostante tu l’abbia visto l’ultima volta il giorno della maturità, rivendica – secondo chissà quale principio – il diritto di conoscere i cazzi della tua vita, in nome di un non meglio precisato cameratismo che si sarebbe formato tra i banchi di scuola, anche se eravate seduti a distanza di metri. Il compagno di scuola, almeno secondo lui, può prendersi tutta la confidenza che vuole, entrare nella tua intimità, come se alla base vi fosse un giuramento di sangue. E così la rimpatriata diventa una specie di seduta di analisi di gruppo, dove non potrai nascondere nulla, dovrai spiattellare tutto quello che ti è accaduto nella vita – matrimoni falliti, carriere stroncate, debiti e protesti – a un tizio che non è né un prete né il tuo psicologo né il tuo direttore di banca, ma solo il tuo ex compagno. Che magari ti stava sulle palle già ai tempi della scuola.

La tragedia della rimpatriata inizia già al parcheggio del ristorante, quando l’ex compagno posteggia il suo nuovo fiammante SUV accanto alla tua Panda del 2006. Basta questo per cominciare a riflettere sui mezzi fallimenti della propria vita e maturare quella sudditanza psicologica che farà compagnia per tutta la serata – e che aumenterà a dismisura quando via via si scoprirà che quell’idiota, ma come cacchio è possibile, ha fatto fortuna e guadagna in un mese quanto guadagni tu in due vite.

Senza contare le ex compagne, con alle spalle enciclopedie di storie d’amore fallite, oggi attempate e un po’ signorine Silvani, che si mettono in tiro sperando in qualche colpo di fulmine mai nato in classe.

E poi ci sono i buontemponi, che continuano a comportarsi da cazzari come quando avevano diciott’anni, convinti di risultare simpatici. Per non parlare di quelli che citano a memoria tutti gli aneddoti possibili, ricordi di vicende che avevano un senso allora ma che oggi provocano solo sorrisi nostalgici e di circostanza.

Il tempo che scorre cambia inevitabilmente le persone. Cambia le sensazioni, le situazioni, i sogni, i pensieri, il modo di osservare gli altri e la vita. E’ inutile nasconderlo. La storiella del ‘sono rimasto lo stesso dei tempi del liceo’ è una gran puttanata. Perché chi partecipa alle rimpatriate della scuola non ha forse capito una cosa: a mancare non sono le persone, ma i momenti. E quelli non potrà ridarteli nessuno.

Gli amori impossibili

di Daniela Tornatore /

Sminuiti, dissacrati, incompresi, sviliti, umiliati, negati, derisi, smontati. Ancor prima della sofferenza, la condanna per gli amori impossibili è l’inammissibilità. La vita moderna vuole che gli amori impossibili siano considerati fuori moda, fuori stagione, fuori tempo, fuori tutto.

Gli amori impossibili sono impossibili come per due rette parallele è impossibile incontrarsi. E più sono parallele e più è impossibile. Si rincorrono, si guardano, si cercano, si sfiorano e poi, inevitabilmente, si perdono. All’infinito. Anche se ci piace credere che, prima o poi, ci sarà un punto in cui si incontreranno. Per sempre.

Gli amori impossibili sono amori rari, imperfetti, tormentati, struggenti, passionali, folli. Sono amori indimenticabili, fatti di sentimenti ambivalenti, in un alternarsi di botte di adrenalina e sofferenze.

Gli amori impossibili vivono l’ingiustizia come conseguenza di una scelta altrui, si tormentano nel dolore di non poter vivere un sentimento forte e devastante, e subiscono l’illusione di ciò che poteva essere ma non è stato.

Ci sono amori impossibili ovunque, ogni sera. Da qualche parte nel mondo, qualcuno torna a casa e si sente travolto da quei ricordi, dalla nostalgia di una persona, dal rimpianto per qualcosa, dalla malinconia dei ‘non si può tornare indietro’, dall’amarezza dei ‘mai più’ ingannati, dalla rabbia per quell’ultimo miglio, mancato – fatalmente – sempre per un pelo.

Gli amori impossibili non finiscono mai. Sono quelli che durano per sempre.

Io, i baci e San Valentino

A(b)Braccio # Francesco Massaro/

San Valentino, ma figuriamoci, che sciocchezza, roba da femminucce e da maschietti in piena tempesta ormonale. Ma noi? Noi uomini già fatti? Volete parlare con noi di San Valentino? Per carità.

Poi però succede qualcosa e nemmeno tu te lo spieghi. Succede che un pomeriggio, per lavoro – il mio lavoro – ti trovi ad allestire l’esposizione di San Valentino. Cuori, baci Perugina, orsacchiotti, peluche, fiori, un tripudio di amore che in condizioni normali mi avrebbe mandato dritto al pronto soccorso per sopraggiunti limiti di zuccheri. Ma ieri no, misteriosamente.

Ieri no perché, come a volte mi capita nelle cose, mi sono lasciato trasportare. Ho messo da parte il mio finto cinismo, ho rinchiuso nell’armadio il mio stupido snobismo verso le cose che rifiuto e non sento mie, e ho provato a guardare questa festa senza giudicare, ragazzi e ragazze che scelgono con entusiasmo la scatola di cioccolatini giusta, il pensiero da scrivere appoggiati alla balaustra del bar, le confezioni da fare avvolgere con cura, quel sorriso scemo e bello sulle facce, e ho provato a pensare a questa cosa dell’amore da dimostrare anche, perché no, con una scatola di cioccolatini. Un bacio, un abbraccio e una scatola di cioccolatini, e tutto mi è subito sembrato inspiegabilmente meraviglioso, almeno per una volta. Per oggi, ho pensato, va bene così.

“Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”
“Perché non lo fa internare?”
“E poi a me le uova chi me le fa?”

Ecco, è questo che penso dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi, ma che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.
(Woody Allen, ‘Io e Annie’)

 

Giustizia non è fatta

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia/

Dite la verità, qual è stato il primo pensiero che avete fatto dopo aver letto la notizia di quell’uomo che a Vasto, ieri, ha sparato a quel giovane di 21 anni? Lo scorso mese di Luglio, quel giovane, gli aveva ucciso la giovane moglie, una donna di 34 anni, in un fottuto incidente stradale.

“Fici buono” (ha fatto bene, per chi non è delle nostre latitudini). Ho indovinato, vero? E se non ho indovinato, ci sono andato molto vicino. Questo non è un omicidio che scuote le nostre coscienze, non provoca sussulti di indignazione. Solo ‘umana comprensione’. Affettuosa ed umana comprensione. Pietà.

E’ curioso, ma questa notizia si sovrappone a quella della strage di Viareggio. Ho letto che i familiari hanno considerato la condanna a 7 anni di reclusione, una vera e propria sconfitta. Il Procuratore della Repubblica aveva chiesto la condanna a 16 anni. A loro, ai familiari, non sarebbe bastata neppure quella.

La verità è che coloro che perdono gli affetti più cari in occasioni di tragici eventi, non vogliono affatto “giustizia”. Vogliono vendetta, vogliono vedere morire coloro che hanno cagionato la morte del figlio, del padre, del marito. Vorrebbero poterli ammazzare con le proprie mani. Forse lo vorrei anch’io se dovessi trovarmi in certe situazioni. E’ una cosa terribilmente umana volerlo, o anche sentire di volerlo.

Una volta ho letto che non bisogna avere paura di confrontarsi con i pensieri più turpi che di tanto in tanto affiorano dai bassifondi del nostro animo. Bisogna guardarli in faccia, per razionalizzarli e governarli. Questo disgraziato non c’è riuscito. Il dolore lo ha destrutturato. Di più, lo ha lacerato.

Io non so se riuscirà, ora, a trovare pace. Una sola cosa so. Questo “fici buono” teniamocelo per noi, non facciamoglielo sentire. C’è il rischio che il farsi giustizia da soli, piuttosto che restare nascosto negli angoli più bui del nostro animo, venga slatentizzato, sdoganato. Una sorta di liberi tutti. Sarebbe davvero la fine.

Palermo, la città di tutti

A(b)Braccio # Dario Ferrante/

Amo Palermo. La amo da sempre. La amavo quando – da emigrante per necessità – mi mancavano i suoi odori e le sue perfette imperfezioni. E quando – da emigrante per scelta – la raccontavo al mondo come fosse la cosa più preziosa.

Da circa 20 anni ho mollato tutto e sono tornato qui. E da qui non mi muovo. Da qui continuo a raccontarla, cercando di coinvolgere quanti più attori possibili in questo splendido teatro a cielo aperto. Un palcoscenico che muta ogni giorno e che racconta una storia antichissima in continuo divenire.

La nostra città sta cambiando. Non si tratta di dare merito a un’amministrazione o fare propaganda. E’ indubbio che questa città stia mutando. Lo dico da imprenditore turistico, ma lo dico prima di tutto da cittadino. Tutti i cambiamenti hanno bisogno di tempo. E i cambiamenti dalle nostre parti, si sa, non sono mai bene accolti. Probabilmente per via di quel pessimismo genetico e di quella rassegnazione cronica che caratterizza molti siciliani.

Ma – seppure a me chiari i meccanismi di quei social network che enfatizzano l’accigliata impenetrabilità di chi è abituato a vedere sempre il buio – non capisco come si possa non gioire nel vedere la propria città – Palermo – insignita del titolo di “Capitale Italiana della Cultura” o sede di una prestigiosa biennale internazionale di arte contemporanea.

Sinceramente, con rispetto parlando, avete rotto le palle. Basta con questa storia che nella democrazia virtuale ognuno sembra libero (e sente quasi l’obbligo) di dovere dire la sua. Rivendico la dittatura dei fatti e l’assolutismo delle parole. Questa è la città di tutti. Essere felici non significa dimenticare i problemi della città o nascondere la polvere sotto il tappeto.

Considerate Palermo come casa Vostra. Trattatela come una madre o una figlia. Nessuno giudicherà la vostra felicità come una presa di posizione a favore di un candidato a sindaco. Non misurate i disagi della vita quotidiana con la straordinaria importanza della sua bellezza. Abbiate fiducia in voi stessi. Altrimenti, poco diplomaticamente e molto prosaicamente, andate pure affanculo!

 

Rigopiano non è un miracolo

A(b)Braccio # Antonio Iovane (Radio Capital)/

Ci sono stato in vacanza a luglio del 2016 e ci sono tornato, con la testa, il 18 gennaio 2017.

Sul video c’è il marchio Guardia di finanza, la telecamera racconta. Quello che mi colpisce non è la neve penetrata ai bordi della grande vasca della Spa.

È il buio. Il buio che le torce fendono.

C’era una ragazza, allora, a illustrarmi il percorso, in quella giornata radiosa. Qui, a destra, c’è la sauna più grande, all’inizio nascosta dal vapore che poi si dirada e lascia vedere la grande sala circolare… qui in fondo la doccia svedese… poi puoi entrare nella vasca divisa in due dalla vetrata, decidere di stare fuori, all’aperto, a goderti la vallata, oppure dentro. Qui ci sono quattro idromassaggi, ciascuno con funzioni diverse. Dovremmo tornarci in inverno, con la neve – pensammo.

Adesso sono le torce della guardia di finanza a percorrere la stessa strada nel buio.

Qui, a destra, c’era la sauna più grande, all’inizio nascosta dal vapore che poi si diradava e lasciava vedere la grande sala circolare… qui in fondo la doccia svedese… poi potevi entrare nella vasca divisa in due dalla vetrata, decidere di stare fuori, all’aperto, a goderti la vallata, oppure dentro. Qui c’erano quattro idromassaggi, ciascuno con funzioni diverse.

Mi rivedo lì come un fantasma.

E poi li immagino, gli altri me che pensavano di godersela, quella spa. Magari ci avranno provato, ma poi il terremoto, la bufera, la nevicata mai vista.

Andiamocene.

Giampiero Parete non si trovava dentro, in quel momento. Quando la montagna travolge l’hotel è fuori.

Vede.

E quello che vede lo traduce in una telefonata con il titolare del ristorante per cui lavora. Dice: Sono tutti morti.

Anche mia moglie. Anche le mie figlie.

Faccio il giornalista: cerco di capire, chiamo, ascolto Suggestionato da quel Sono tutti morti. E poi ecco le immagini e le ore estenuanti trascorse in attesa dei mezzi pesanti.

Sono tutti morti. Sono tutti morti.

Sono passati due giorni, non si sopravvive a condizioni del genere.

Sono tutti morti.

Poi, da un buco, da un tunnel verticale, eccoli, piano piano.

Madre. Figlia. Uomini. Bambini.

Certo, restano anche i sommersi, ma intanto ci sono i salvati, e il foro non è più il tumulo ma è la rinascita.

Rinascono.

Questo non è un miracolo, questo è il riscatto della nostra coscienza collettiva. Da quel foro risalgono gli Alfredo Rampi che non riuscimmo a salvare.

Parlaci ancora di lui

A(b)Braccio # Costantino Margiotta/

Qualcuno ti ha chiamata, chiedendo il permesso di scrivere di lui. Tu hai risposto: “Fatelo, di mio figlio non si ricorda più nessuno”.

Vorrei dirti che non è così, che il suo esempio, il suo lavoro di cooperante, vive nel cuore di tutti coloro che hanno incrociato il suo cammino. Vorrei dirti che gli sto ancora dedicando una parte della mia vita, forse gli anni più difficili. Vorrei e potrei dirti tante cose, ma so che – in fondo e nonostante tutto – hai ragione tu.

Tu lo chiami Giancarlo, per molti di noi è Giovanni, ma non siamo riusciti a far passare il suo nome di bocca in bocca. Si è fermato sulle labbra di Obama, per questo non siamo stati capaci di fissarlo tra le pagine della Storia della nostra città. Quella da appuntare al petto come una medaglia e che, per una volta, non parla di Mafia.

Non siamo stati degni di salutarlo con un funerale di Stato, come un nostro fratello morto, come solo certi uomini di Sicilia sanno morire. Vittime della loro generosità, della loro fantasia, del loro coraggio, della loro incapacità alla resa.

Ti hanno chiesto, per tre anni, di restare in silenzio, perché solo così lo avrebbero strappato ai suoi rapitori in Pakistan, perché solo così te lo avrebbero riportato vivo. E tu hai ubbidito e hai chiesto ai suoi amici di fare lo stesso. Perché non avevi scelta, perché era tuo figlio. Tuo figlio.

“Quel giorno sarei dovuta essere con lui. E tenerlo per mano”. Parlavi così di Giovanni quando ci siamo conosciuti. Mi hai raccontato di come l’attesa, la speranza e la tua stessa vita siano state spazzate via nei secondi necessari alla furia cieca di un drone americano che emetteva la sua sentenza di morte. Era il 15 gennaio, ma all’inizio te lo hanno taciuto.

Ti chiami Giusy Felice, ma oggi il calendario segna il compleanno del tuo Dolore. Prima aveva marcato solo la distanza tra te e lui, ora ti ha condannata alla separazione. All’assenza che rende fragili e soli, alla disperazione che avvicina le critiche più severe senza essere compresi. E agli anniversari, come questo. Un giorno e poi tornerà il Silenzio.

Vorrei parlarti ancora, dirti che qualcuno si è sentito in colpa. Forse per questo al feretro di Giovanni è stata negata la Bandiera che ci unisce. E vorrei dirti che qualcuno ha avuto vergogna. Forse per questo – da Roma e dai Palazzi a cui si chiede rispetto – non è arrivato nemmeno un messaggio di cordoglio. Chi doveva esserci, ha preferito applaudire la messa in scena di un’Opera Lirica. Chi doveva informare, ha taciuto. Chi doveva chiedere “Perché”, ha avuto paura. E chi doveva ricordare, ha dimenticato.

Hai ragione tu.

“Avete perduto un amico, un collega, un fidanzato. Io ho perso mio figlio”.
Non hai bisogno della nostra memoria.
Siamo noi che abbiamo bisogno della tua.
E che ci parli ancora di lui.
Del tuo Giancarlo.

Adottiamo un figlio, se permettete

A(b)Braccio # Olga Lumia/

“Adesso si metta in equilibrio su un piede, distenda le braccia in avanti. Chiuda gli occhi. Porti il braccio destro verso l’esterno. Poi, con decisione, lo riporti verso di sé e si tocchi la punta del naso con il dito indice”.
“Cosa?”
“La punta del naso”
“Sì, va bene…ma devo rimanere sempre su un piede?”
“Certo!”
“E come?”
“Lo faccia…”
“Ci provo”

Marzo 2015. Le dieci del mattino di un qualsiasi giorno romano. Non per me e mio marito, che siamo nelle mani di una neurologa dell’ASL. La quale, insieme a decine di altri specialisti, dovrà valutare se possiamo essere in grado di intraprendere il lungo e doloroso percorso ad ostacoli che ci farà diventare genitori adottivi. Forse. Tra circa quattro anni.

Sono già trascorsi 13 mesi da quando abbiamo dichiarato la nostra disponibilità all’adozione. Nel frattempo, abbiamo già fatto tutto: decine di colloqui con gli assistenti sociali, esami antitubercolosi, analisi del sangue. Visite psichiatriche. Il pesante faldone contenente le nostre dettagliate storie familiari, le cartelle cliniche, il nostro quadro fisico e mentale, finirà poi sul tavolo di un ufficio del Tribunale dei Minorenni, dove sarà preso in esame da un collegio di giudici. Se tutto andrà bene, in seguito saremo convocati per incontrare un magistrato che ci farà mille domande sui motivi della scelta adottiva, sulla nostra capacità genitoriale. Su quello che siamo in grado di dare. Il giudice relazionerà su ogni cosa che diremo. Poi si riunirà ancora, con il collegio giudicante, per valutare con scrupolo il nostro caso. E saranno loro a decidere se rilasciare o meno il decreto di idoneità all’adozione. La “patente” di genitori, insomma. Ma perché questo accada, dovranno passare ancora molti mesi.

In Italia a decidere se una coppia possa adottare o meno un bambino è un tribunale, quindi. Molti si chiederanno perché mai debba essere un giudice a stabilire se due genitori siano capaci di amare il bambino che vogliono adottare. E perché si debba subire un processo per arrivare all’adozione. Ma le cose stanno in questo modo. E succede solo nel nostro Paese. Soltanto in Italia i tribunali dei minorenni hanno totale potere decisionale sull’idoneità delle coppie. In tutti gli altri Paesi sono i servizi sociali a guidare gli aspiranti genitori verso l’adozione. Da noi, invece, per adottare si deve subire una specie di processo che va avanti attraverso vari gradi di giudizio. E se 10.000 coppie all’anno chiedono di adottare un minore italiano, alla fine solo una su 10 ci riesce. Per questo, molti puntano anche sull’adozione internazionale. Come se non bastasse, il Tribunale per i Minorenni per rilasciare il decreto di idoneità, a volte supera gli 8 mesi previsti per legge. E’ inevitabile che questo accada. I tribunali sono intasati, i magistrati affogano nelle carte e la giustizia rallenta. Nessuno può farci niente.

Mio marito e io ci siamo incontrati quando avevo circa 42 anni. Se gallina vecchia fa buon brodo, seme e ovocita vecchi no. Così, dopo due gravidanze andate male, abbiamo scelto di adottare. Nonostante in Italia, proprio in quel periodo, fosse appena passata la legge sulla fecondazione eterologa. Perché questa cosa dell’accanimento procreativo? Perché volere pance, nausee, corredini, ruttini e pannolini a tutti i costi? Meglio dare amore a una coppia di fratellini russi di circa tre anni, soli al mondo.

Purtroppo, però, ci siamo resi subito conto di come a pensarla come noi fossero davvero in pochi. In Italia, molti guardano ancora all’adozione con diffidenza. I dati parlano chiaro. L’ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie) informa, infatti, che le domande di adozione continuano a diminuire. In Italia ci sono 5.300.000 coppie sposate senza figli. E quelle che hanno iniziato l’iter per un’adozione internazionale, l’anno scorso, sono state soltanto 3.000. Qualcosa vorrà dire. E so bene cosa.

Gennaio 2016, ci viene rilasciato il decreto di idoneità all’adozione. Dopo ben 9 mesi di attesa. Così, diamo mandato a un ente che si occupa di adozione internazionale. Da questo momento, siamo “incinti”. L’adozione diventa qualcosa di reale. Non è più solo un’intenzione. Un tentativo. E’ in questo momento che decine di persone ottuse iniziano a manifestare freddezza, distacco, incredulità, stupore, preoccupazione, compassione. Perfino disgusto, a volte. “Ma perché adottate?”, “Chi ve lo fa fare?”, “E’ pericoloso”, “E’ un rischio”, “E’ una scelta difficile”, “Sono preoccupata”. E poi, la frase più stupida tra tutte, la più classica: “Mettervi estranei in casa…”. Come se conviventi, mogli e mariti fossero consanguinei, invece. Chissà perché tutti sono pronti a mettersi in casa – e nel letto – un estraneo adulto con il quale dividere la vita, ma non un neonato o un bimbo abbandonato.

I commenti più stupidi e crudeli, troppo spesso, arrivano proprio dalle donne con figli. Anziane o giovani. Magari, mentre hanno il proprio figlio in braccio. Stretto a loro come un koala all’eucalipto. Tutto questo perché ci sono molti pregiudizi riguardo all’adozione. Oltre che molta disinformazione, a cominciare dalle scuole. Adottare non è affatto una scelta difficile o pericolosa. Dovrebbe essere un gesto sano e spontaneo, come quello di avere un figlio in qualsiasi altro modo. Naturalmente o con l’inseminazione artificiale. La genitorialità, infatti, è fatta di tante altre cose che non riguardano necessariamente la fecondazione, i test di gravidanza, le culle e i passeggini. E, magari, tutti quelli che guardano all’adozione come una scelta di serie B, dovrebbero pensare alle condizioni terribili in cui tanti, troppi, bambini nel mondo vivono negli istituti.

Gennaio 2017. Da dieci mesi il dossier che contiene i nostri dati medici e familiari e le relazioni dei servizi sociali, è al vaglio degli enti autorizzati nella Federazione Russa. Sospesi nel limbo dell’attesa, però, non sono solo i genitori adottivi. Ma soprattutto i bambini, che aspettano una mamma e un papà.

L’incantesimo del cubo

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia/

Non avevano il coraggio. Mia moglie, i miei figli, mai e poi mai lo avrebbero fatto. Dirmi che, per loro, quel batuffoletto multicolore di due mesi che si agitava spaesato nell’immenso corridoio di casa, arrivato da appena 10 minuti, sarebbe stato bello chiamarlo Pippo.

Pippo, proprio come mio padre, morto già da qualche anno. Io arrivai a casa solo la sera. Era prevista una riunione familiare proprio per decidere come chiamarlo. Ma, appena lo vidi, mi colpirono subito le sue enormi orecchie. Pensai a Pippo di Walt Disney e dissi subito: “Pippo, questo cane non può che chiamarsi Pippo”. E fu standing ovation.

Sono passati quasi 12 anni.. Mi sono ricordato dell’episodio proprio poco fa. Tengo in braccio il mio nipotino, Mattia. E’ incuriosito da uno scaffale della libreria pieno di libri, codici. C’è un cubo. Era di mio padre. Lo utilizzava per i suoi studenti, durante le lezioni di geometria. Mattia allunga il braccio e lo afferra. Comincia ad osservarlo passandolo da una manina all’altra. Lo lascio fare. “Sai, Mattia? Questo era del nonno Pippo”. E’ la prima volta che gliene parlo, del nonno Pippo. Proprio la prima. Ma mi è venuta fuori da sola, quella frase. Qualcosa, forse il cubo, l’ha catapultata fuori. Mi guarda e fa segno che vuole essere messo giù. “Pappo, Pappo” – grida. E di corsa va a cercarlo, tenendo il cubo tra le mani.

“Pappo”. Lui lo chiama così, il cane. Mi seggo sul parquet. Osservo la scena. Pippo annusa il cubo che Mattia gli offre. Ci giocano insieme. D’un tratto, mi sembra di vedere papà, “nonno Pippo”, con loro. “E’ venuto a trovarci – penso – forse perché è Natale”. Per un attimo, solo per un attimo, sono tentato di provare a toccarlo. Ma è un incantesimo. Tante, troppe le suggestioni di quel nome, “Pippo”. Un nome che va e che torna.

Dura poco. Pochissimo, perché Mattia mi riporta il cubo. Non ha compreso, non poteva. Ma sta crescendo. Gli spiegherò che parlavo del nonno Pippo. Gli racconterò chi era. Eccome se lo farò. E gli racconterò pure dell’incantesimo di Natale. L’incantesimo del cubo.