La rimpatriata

di Franco Cascio /

Accade più o meno in questo periodo – primavera inoltrata, complici giornate di sole e scampagnate – che a qualcuno, in preda a rigurgiti nostalgici scolastici, venga in mente di organizzare ciò che per indice di pateticità è dietro solo alle cene aziendali di fantozziana memoria: la rimpatriata della classe.

Se una volta era possibile darsi alla macchia e scansarsi il supplizio della rimpatriata, oggi ti stanano facilmente attraverso i social. La tattica consigliata è allora quella di dare subito la propria adesione (anche per evitare di passare per quello snob e per quello che in tanti anni non è cambiato, sempre stronzo è rimasto) e poi accampare una scusa all’ultimo momento, così da non passare per snob ma solo per quello che in tanti anni non è cambiato, sempre stronzo è rimasto.

Se per alcuni, senza dubbio, sarà pure piacevole ritrovare ex compagni del liceo o delle medie (qualche fondamentalista organizza anche rimpatriate con i compagni delle elementari), altri, invece, magari non ce l’hanno tutto questo piacere di rivedere gente la cui esistenza finora era stata completamente rimossa o, peggio, gente che già qualche decennio fa si detestava così tanto, da augurarsi di non averci mai a che fare nella vita.

L’ex compagno di scuola, nonostante tu l’abbia visto l’ultima volta il giorno della maturità, rivendica – secondo chissà quale principio – il diritto di conoscere i cazzi della tua vita, in nome di un non meglio precisato cameratismo che si sarebbe formato tra i banchi di scuola, anche se eravate seduti a distanza di metri. Il compagno di scuola, almeno secondo lui, può prendersi tutta la confidenza che vuole, entrare nella tua intimità, come se alla base vi fosse un giuramento di sangue. E così la rimpatriata diventa una specie di seduta di analisi di gruppo, dove non potrai nascondere nulla, dovrai spiattellare tutto quello che ti è accaduto nella vita – matrimoni falliti, carriere stroncate, debiti e protesti – a un tizio che non è né un prete né il tuo psicologo né il tuo direttore di banca, ma solo il tuo ex compagno. Che magari ti stava sulle palle già ai tempi della scuola.

La tragedia della rimpatriata inizia già al parcheggio del ristorante, quando l’ex compagno posteggia il suo nuovo fiammante SUV accanto alla tua Panda del 2006. Basta questo per cominciare a riflettere sui mezzi fallimenti della propria vita e maturare quella sudditanza psicologica che farà compagnia per tutta la serata – e che aumenterà a dismisura quando via via si scoprirà che quell’idiota, ma come cacchio è possibile, ha fatto fortuna e guadagna in un mese quanto guadagni tu in due vite.

Senza contare le ex compagne, con alle spalle enciclopedie di storie d’amore fallite, oggi attempate e un po’ signorine Silvani, che si mettono in tiro sperando in qualche colpo di fulmine mai nato in classe.

E poi ci sono i buontemponi, che continuano a comportarsi da cazzari come quando avevano diciott’anni, convinti di risultare simpatici. Per non parlare di quelli che citano a memoria tutti gli aneddoti possibili, ricordi di vicende che avevano un senso allora ma che oggi provocano solo sorrisi nostalgici e di circostanza.

Il tempo che scorre cambia inevitabilmente le persone. Cambia le sensazioni, le situazioni, i sogni, i pensieri, il modo di osservare gli altri e la vita. E’ inutile nasconderlo. La storiella del ‘sono rimasto lo stesso dei tempi del liceo’ è una gran puttanata. Perché chi partecipa alle rimpatriate della scuola non ha forse capito una cosa: a mancare non sono le persone, ma i momenti. E quelli non potrà ridarteli nessuno.

Ciao, Palermo. Io vado via.

di Daniela Tornatore

Non ci dobbiamo amare a tutti i costi. E non siamo costretti a restare insieme per sempre.
A tua discolpa, puoi dire che il mio amore non era del tutto sincero. Perché l’amore c’è o non c’è. E se più volte mi sono posta il problema di dover provare ad amarti o di dovermi far piacere i tuoi difetti, evidentemente c’era qualcosa di sbagliato a monte in questa storia.
A mia discolpa, posso dire che, nonostante i miei tentativi, tu non hai fatto davvero nulla per farti amare. Anzi, troppo spesso mi hai dato solo il peggio di te: la tua boria, la tua indifferenza, la tua cattiveria.
Non posso amarti sempre attraverso gli occhi degli altri, cara Palermo. Adesso è davvero finita.

Strabuzzo gli occhi mentre leggo questo post sul profilo Facebook della mia amica Roberta. Ci ero quasi cascata. Ma è evidente che non c’è un uomo sotto. C’è sotto qualcosa di più serio. Le invio subito un messaggio: è vero il post che hai scritto? Che significa?

Significa che mi sono trasferita a Palermo vent’anni fa per studiare, per cercare lavoro, per inseguire un sogno che mi portasse un po’ più lontano. E perché per me Palermo rappresentava la possibilità di avere accesso alla cultura, all’arte e a tante altre cose. Ma ho preso tante di quelle mazzate in questi anni, che sono davvero stanca. Ho rinunciato a lavori all’estero per tornare qua, ma evidentemente non è servito a nulla.

E quindi? Vai via?

A questo punto comincerò a guardarmi attorno. E se mi capiterà un’occasione fuori, questa volta non la rifiuterò più come ho fatto finora. Ho tagliato questo cordone ombelicale che mi faceva sentire in colpa al solo pensiero di spostarmi. Sai, questa idea tutta siciliana che non si deve abbandonare la propria terra per portare il proprio cervello al servizio di altri paesi. Finora ci avevo creduto sul serio, ma tanto non ripaga. Io comunque sono di Messina, pur sempre una siciliana. E tu scusami per lo sfogo.

Abbracciamoci

A(b)Braccio # Silvia Chieppa

Che ci fanno qualche giornalista, un avvocato, un paio di poliziotti, degli addetti al turismo, un barista, una donna incinta, uno scrittore e via dicendo… seduti insieme in riva al mare? Si abbracciano.

Alcuni per la prima volta, altri per la seconda o per l’ennesima. Ma sono tutti accomunati dalla voglia di fare lo sforzo di abbandonare la sicurezza della protezione che ti dà lo schermo per giocare dal vero. E pazienza la ruga, il capello fuori posto, la cellulite.

Basta con l’incrocio di vite e storie ambientate ognuno a casa sua, senza la voce, con l’audio spento e il cuore in stand by. Proviamo a dirlo, quanto ci piace qualcuno. Proviamo a smettere di cacciare pokemon e ad intercettare abbracci e sorrisi veri, calore a cui non serve la batteria per ricaricarsi. E forse questo mondo non sarà perso.