Ma che ne sa Amnesty?

A(b)Braccio # Rosario Roy Orlando

“Ma che ti prende?” – spaventata mi chiede mia madre. Non riesco a parlare, perché mi è rimasta l’ultima sillaba del rapporto di Amnesty International di traverso dopo il machecazzo che ho urlato. Prendo fiato e provo a spiegarglielo. La sua risposta è: “Futtitinni! Questi cercano solo visibilità”. E se lo dice una donna di 76 anni, attentissima telespettatrice di ogni telegiornale, non posso che ascoltarla.

Questa volta però no! Non resto zitto come diplomaticamente faccio, ignorandoli, ogni volta. Dico, ma veramente lo vedete uno di noi che tira per la ciolla un migrante? Sul serio! Chiedo seriamente! Mi ci vedete ad infilare le mani nella patta dei pantaloni di uno di loro e, impugnato il coso, tirarglielo così forte da farlo “urinare sangue per giorni”?

La mia rabbia monta e con essa la voglia di urlare con quale bella e splendida gente sono chiamato a lavorare ogni giorno. In 28 anni di servizio ne ho sentite e viste di tutti i colori. Ogni santo giorno con le mani infilate nella cruda realtà della società ed ogni volta mi si chiede che le mani, una volta uscite, continuino a profumare di essenza di rose. Gli ultimi quasi 20 anni li sto passando immerso, totalmente, in questa immane tragedia che è la migrazione dall’Africa e non è passato un solo giorno in cui io non abbia dato retta alla mia coscienza. Alternando il senso del dovere al mio pretendere (da me stesso e dai miei colleghi) d’essere UMANO. In ogni momento ed in ogni luogo.

La mia meta privilegiata di servizio è sempre stata Lampedusa e non sto qui a ciolliarvi su come sia bella Lampedusa. Lo sapete già. Bella tanto quanto può essere “cruda”. C’e’ una foto nel mio repertorio che mi rappresenta bene. Sono ritratto io seduto, in uniforme operativa, su di un masso di Capo Grecale, intento a scrutare l’orizzonte alla ricerca di un qualche barcone. Per questo i miei amici mi chiamano “Sottotenente Giovanni Drogo”, esattamente come il personaggio centrale de il “Deserto dei tartari”. Così me ne sto sulle mura della fortezza di Bastiani ad attendere un qualcosa che arriva e non arriva. E lo faccio insieme a degli splendidi amici e colleghi che mi accompagnano in questo percorso. Ragazzi che, come me, lasciano a casa i loro affetti per tuffarsi in prima linea senza lesinare sacrifici.

Negli anni, insieme a loro, ho riso, giocato, cantato ed anche pianto. Quando quello che vedi trapassa la corazza che ti sei costruito, arrivandoti dalla pelle al cuore, non resti indifferente. A volte mi è successo di interagire con le scolaresche o con alcuni colleghi sulla mia esperienza “Lampedusa”. Una volta, durante una di queste, incontrai uno di loro piuttosto ostico. Di quelli “convinti” da arcinote ideologie nazionalistiche a cui il “nero” piace solo se indossato. Ricordo che ad un certo punto della conversazione (che si sviluppava pubblicamente davanti a un centinaio di ragazzi) cominciò a pungolarmi sul fatto che “le forze di polizia come le forze armate stiano agevolando un’invasione”. Dovetti raccogliere la mia pazienza. Chè uno come me, siciliano dentro e fuori, ne ha sempre poca.

Mi fermai un attimo prima di rispondergli e gli formulai la stessa domanda che oggi vorrei formulare al relatore di Amnesty International. Una domanda terribile! Una domanda che formulai una volta ad un gruppo di psicologi dipartimentali e che formulai pure al mio amico Daniele studente di psicologia. Lo guardai dritto negli occhi, così come oggi farei con il tizio di Amnesty, e gli chiesi direttamente: “Secondo te quanto può pesare una bambina di 9 anni?”. Mi guardò incredulo, forse chiedendosi che cavolo volevo dire e dove volevo arrivare. Lo incalzai ancora di più: “Quindi? Quanto può pesare una bambina di 9 anni? 10, 15, 20 chili? Quanto?”. Cominciarono a guardarsi in volto passandosi la risposta fino a quando proprio quello mi disse: “Se ha 9 anni non pesa oltre i 20 chili”. Trattenni il respiro e continuai: “Quindi una bambina di 9 anni non pesa oltre i 20 chili?”. Annuì di sì con il capo.

Ricordo che dovetti raccogliere tutta la mia forza per trattenere il dolore di quello che con la successiva domanda gli avrei chiesto. Perché anche un poliziotto navigato come me, che ne ha viste e passate di tutti i colori, ha un’anima. E tornai a chiedergli: “E tu sai quanto pesa il corpo senza vita di una bambina di 9 anni?”. Calò il gelo in quella sala. Lo stesso gelo che mi circola nelle vene dopo ogni giornata martoriata che passo immerso nel dolore di quella gente. E gli chiesi ancora: “Secondo te uno come me, alto, forte, in piena salute ed allenato, perché faticava a tenere in braccio il corpo di una bambina di 9 anni morta durante la navigazione?”.

Tu sai quanto pesa veramente il corpo di una bambina di 9 anni? Bene! Te lo dico io! Pesa TANTISSIMO! Ecco, caro Sig. Amnesty International. Tu non lo sai e non puoi saperlo quanto pesa quel corpo e non puoi saperlo quanto hanno pesato sulle mie forti braccia (e sul mio cuore ferito) tutti i corpi che, insieme ai miei fratelli e colleghi, abbiamo tirato fuori dai barconi o abbiamo raccolto dalle splendide acque di Lampedusa. E sai perché non puoi saperlo? Perché dalla tua bella scrivania, pagata con le donazioni volontarie, non ti sei mai mosso. Ed è questo il beneficio del dubbio che ti concedo, non conoscendo realmente cosa devono attraversare e vivere i poliziotti, come me e come noi, che scelgono di servire il loro Paese in quei tristi luoghi che per te si chiamano Hotspot e che per noi si chiamano UMANITA’.

Realizzammo un video, l’anno scorso. Dovevamo veicolarlo per il passato Natale, ma ci fermammo per pudicizia. Sì, amico mio. Per timidezza. Perché ti sembrerà strano, ma anche se per te siamo capaci di allungare forzatamente il pene di un migrante, proviamo imbarazzo nel far conoscere a te ed al Paese che i poliziotti più a sud d’Italia e di quella Europa che ci ignora, piangono ogni giorno. Per ragioni legali abbiamo dovuto privare il video della cosa più bella che quei bambini ci hanno donato: i loro occhi. E non passa un solo giorno in cui tra di noi non ci si ricordi dei loro sorrisi.

Oltre la metà dei bambini del video sono rimasti orfani durante la traversata. Non avevano giocattoli e noi, con l’aiuto di molti amici, riuscimmo a farcene arrivare centinaia. Nella mia anima rimangono però tutte le volte che in piena notte, talvolta in avverse condizioni meteo, non abbiamo esitato a tuffarci in acqua, a trovare riparo da pioggia e freddo o ad essere quello che siamo sempre stati: UOMINI. Così risuccede anche adesso che il gel mi cola sugli occhi e che riaffiorano in me dolori che Amnesty International non conoscerà mai.

Per vedere il video clicca qui:
https://youtu.be/0lceg1a7k9M

L’albero di nespole

A(b)Braccio # Filippo La Torre

Un viottolo di campagna lungo poco più di cento metri separa la mia casa dalla loro. L’inverno stava finendo ma in aperta campagna, una campagna sommersa dagli alberi, quella notte era umida e faceva ancora freddo. Misi le calze e sopra il pigiama indossai una vestaglia da camera di lana, ma leggera, e un berretto anch’esso di lana con il pon pon.

Non diedi eccessiva importanza all’abbigliamento che mi faceva sembrare un buffo clown, sapevo che durante il breve tragitto non avrei incontrato nemmeno un cane. Anche loro amano stare al caldo e anche se non stanno al riparo di mura domestiche, un rifugio lo trovano sempre. Camminai velocemente, non dovevo dare tempo al freddo e all’umidità di penetrare nelle mie ossa. Respiravo a piccoli sorsi attraverso un fasciacollo che mi copriva fino agli occhi. Quando arrivai nello spiazzo bianco del baglio percorsi ancora un breve corridoio che dava sul retro della casa, la porta che immetteva in cucina era già aperta. Il freddo della notte aveva divorato il tepore che si era racchiuso dentro le mura. Continua a leggere “L’albero di nespole”

Un filo appeso al cielo

A(b)Braccio # Andrea Tomasi
giornalista – Trento

Un giorno stai giocando con i tuoi bambini. Il giorno dopo ti ritrovi al buio, vieni tirato giù da un peso enorme. Guardi tuo figlio e non capisci più niente. Non hai più le certezze che pensavi di avere.

Oncoematologia: una parola fredda, buia. Una parola ancor più fredda, glaciale, quando si trova in coppia con “infantile”. Un reparto, un posto, che non pensavi di dover vedere, vivere. Una serie di parole piano piano ti diventeranno familiari, malattie a cui riconduci piccoli volti, storie e occhi di altri genitori. Occhi stanchi, gonfi.

Leucemie acute, tumori cerebrali, neuroblastomi, linfomi e altri sarcomi delle parti molli. Quante volte ti sei chiesto “perché non a me, perché lui?”. Ed eccovi lì. Un’intera famiglia “appesa ad un filo”. A sperare con cautela, senza facili illusioni. L’80% guarisce, ti dicono. E non vuoi neanche pensare a quel 20%. Hai imparato i nomi dei medicinali, hai nelle orecchie il rumore dell’infusore che pompa la chemio: la sua, la tua, la vostra migliore amica. Segui ogni istruzione del personale sanitario, non si deve sbagliare nulla. E mentre tu sei in preda alla paura e alla rabbia, è tuo figlio – in cura a due anni e mezzo – a darti la forza.

E se non fosse per il personale, umano e “allenato”, nonostante i turni massacranti, non fosse per i dottori, fra i migliori del mondo (non d’Italia, del mondo!), se non fosse per le buone anime dei privati e delle fondazioni che tengono in piedi alcuni servizi, il reparto di Padova non sarebbe un’eccellenza. E non potrebbero seguire 1500 bambini e ragazzi ogni anno. E allora, voi, voi che avete il potere di aiutare con le donazioni o anche solo con il tam tam, sentitevi speciali. Perché per ogni bambino curato il merito può essere anche un po’ vostro. È tornato a giocare, a suonare o studiare, grazie anche a quel vostro piccolo gesto. Che di piccolo non c’è niente. Quindi sentitevi partecipi di tutte quelle speranze e vite attaccate ad un filo.

Il docufilm “Un filo appeso al cielo”, (20 minuti da guardare tutti d’un fiato) che ho girato insieme ai colleghi e videomaker Leonardo Fabbri, Franco Delli Guanti, Jacopo Salvi e Mirko Lamberti, serve per raccogliere donazioni a favore della onlus Team for Children (www.teamforchildren.it), che sostiene le attività del reparto di Oncoematologia infantile di Padova. E’ un docufilm nato da un’esperienza personale. Si tratta di un invito a sostenere chi, ogni giorno, si prende cura di piccoli guerrieri e delle loro famiglie, nonostante i tagli alla sanità. Un invito a “noi”, perché la malattia si sconfigge insieme.

https://youtu.be/lMLVHoDd5lc

Tu non sei

A(b)Braccio # Barbara Accardo Palumbo

Non ci siamo mai conosciute, mai un Collegio o un Consiglio di Classe condiviso. Da una vita normale sei arrivata alla ribalta dei riflettori, nell’unico modo in cui mai avresti pensato.

Sai, potrei dirti tanto. Potrei dirti che spesso in classe la pazienza, che ci dovrebbe contraddistinguere, viene messa a dura prova. Potrei dirti che insegnare oggi non ha nulla di romantico o vocazionale. Potrei dirti che hai minato i processi di costruzione dell’Io dei tuoi piccoli alunni. Potrei dirti che hai tradito il futuro di un intero Paese. Potrei dirti che non meriti quel ‘posto fisso’ a cui tanti preparatissimi docenti precari aspirano con dignità. Potrei dirti che hai danneggiato un’intera categoria professionale, che si barcamena fra pessima e ‘Buona Scuola’, con pochi mezzi e una retribuzione misera.

Potrei dirti questo e tanto altro ancora, ma non lo farò. Mi limiterò a raccontarti un momento di vita reale, come reali sono stati i tuoi schiaffi e i tuoi pugni.

Il primo giorno di scuola dello scorso settembre vengo avvicinata da una mamma che si presenta, comunicandomi che il figlio sarebbe stato in classe con me. Dopo aver ricambiato il saluto con una stretta di mano, la mamma in questione si rivolge al figlio, che era al suo fianco, e con un gesto gentile gli sfiora la spalla, spingendolo verso di me. Il ragazzo passa dal suo fianco al mio. Dal suo al mio.

In questo impercettibile movimento c’è tutto il senso del mio essere una docente, a cui viene affidato un ragazzino con tutto il suo mondo di emozioni, aspettative, paure e sogni. C’è tutto questo e molto altro ancora.

Ora vorrei congedarmi da te chiamandoti ‘collega’, ma non lo farò perché per me non lo sei. Tu che hai insultato e alzato le mani su un bambino, indifeso in quanto tale, tu non sai, non sai nulla perché tu non sei. Il mio giudizio è esplicito, la mia non è disapprovazione, è una condanna ed è definitiva.

Lo ribadisco senza violenza, ma con fermezza: Tu non sei.

Bambini

A(b)Braccio # Adolfo Fantaccini
giornalista – Roma

Ci sono storie tristi e altre a lieto fine. Destini gonfi di speranza e altri calpestati dalla malvagità. E, naturalmente, ci sono bambini e bambini. Sono loro, in un mondo sempre più avaro di fatti e personaggi che si contraddistinguono per la propria autenticità, a regalarci le storie più accattivanti, che vale davvero la pena di raccontare.

Le ultime due – fra le tante – arrivano dagli antipodi del mondo: una dall’Argentina e l’altra dalla Sicilia. La prima parla di una rivalsa contro la ‘malasuerte’ e di un ragazzino che la madre immortala in un lampo fotografico mentre assiste con un amichetto alla partita d’addio di Diego Alberto Milito, l’ex bomber dell’Inter e del Genoa, il cui nome resta sospeso fra il Diego di Maradona e l’Alberto di Mario Alberto Kempes, eroe del Mundial 1978.

Sembra un’immagine d’altri tempi, rubata all’innocenza di un sogno, invece è lo specchio del dramma che Santiago Freres (così si chiama il ragazzino) vive quotidianamente, gestendolo attimo dopo attimo e trasformandolo in un trionfo della volontà, del bene sul male. Della vita. Santiago, a causa di una malformazione genetica, è nato senza una gamba, vive con la stampella da quando provò a camminare con l’unica che il destino gli ha lasciato.

Il piccolo Santiago tifa per il Racing Avellaneda, dove Milito, il suo idolo, ha deciso di chiudere la carriera: darebbe l’altra gamba pur di assistere al commiato del ‘Principe’. Gli viene un’idea: sale sulla stampella, dopo avere ceduto l’altra all’amico, si appoggia al muretto e riesce a vedere la partita. Naturalmente lo stesso fa l’amico. Un miracolo di fantasia e forza di volontà. La foto dei due gauchos appoggiati al muretto, mentre guardano ammirati l’ultima partita di Milito, diventa virale, e non solo sul web, scuotendo le coscienze, ma soprattutto regalando più di una speranza.

L’altra (speranza) la regala il visino di cioccolato della bimba sbarcata in Sicilia, dopo un crudele e drammatico viaggio della speranza, durante il quale perde per sempre la mamma. La piccola, forse, non si è ancora resa conto della tragedia che l’ha colpita, o forse si. I suoi occhi luminosi, tristi e colmi di malinconia, fanno il giro del mondo, destando commozione a ogni latitudine. Lei è una delle tante bimbe che hanno diritto a un futuro e, soprattutto, a una dose sempre minore di bugie e di crudeltà, ma soprattutto invocano – anche solo con quegli guardi così intensi – una qualsiasi speranza.