Il coccodrillo può attendere (e Cascio pure…)

di Ennio Tinaglia /

Buongiorno, amici. Io sono Pippo. Molti di voi già mi conoscono perché il mio padrone – si chiama Ennio – si diverte ad essere “social” e vi ha già raccontato un sacco di cose di me.

Oggi, 1 Giugno, è il mio compleanno. Sono 12 anni. Gli esperti dicono che corrispondano, più o meno, agli 80 di un essere umano. Insomma, sono un vecchietto. Del resto, sono pieno di acciacchi, prendo gastro-protettori, pillole per la funzionalità epatica e renale, talvolta pure il cortisone. Ho pure qualche problema di decadimento mentale. Forse è per questo che, ogni tanto, quando mi scappa in casa, mi dimentico di fare la pipì nel faldone messo in balcone, come mi hanno insegnato da cucciolo. Il mio padrone finge di incazzarsi e mi dice “Pippo, ma che minchia combini porca buttana” – ma poi gli passa. Del resto, il veterinario sostiene che è normale che accada alla mia età. Praticamente perdo colpi, ed Ennio, quando lo ha saputo, gli ha detto “e semu chiossai”-  il che vuol dire che anche lui ha qualche problemino.

Complessivamente, però, non mi lamento. Tutti mi vogliono un gran bene. Anche le persone del quartiere, gli abitanti del palazzo, mi fanno sempre le coccole. Si, sono un cane molto conosciuto in giro. Da un paio di anni ho pure un nuovo amico. Volendo, sarebbe mio nipote. Sto parlando di Mattia, un bimbo che ha quasi due anni. Vuole sempre giocare, ma io, dopo un po’, mi stanco e me ne vado nel divano. Lui però, non mi molla e mi si butta addosso, mi tira le orecchie, mi abbraccia. Non che la cosa mi diverta ma, come potete vedere, mi metto lo stesso buono buono e lo lascio fare.

So come sono fatti i bambini. A casa, però, stanno sempre in allerta. Non vogliono che Mattia esageri e non ci lasciano mai giocare da soli perché, così dicono, “sono sempre un cane”. Pensano che potrebbe anche partirmi “l’embolo”, cosa che, spesso, capita a voi uomini. Li capisco. Ma posso garantirvi che, in ogni caso, io a Mattia non farei mai del male. Confesso che all’inizio ero un tantino geloso. Ma tutti sono stati bravi. Coccole per lui e subito dopo per me. O coccole in contemporanea. E poi, ogni volta che Mattia arriva, c’è sempre una crocchetta per me. Anzi, ora è lui stesso a darmela. Li ho sentiti parlare. Dicono che in questo modo io capisco che Mattia è della famiglia e che devo essere felice ogni volta che arriva. A dire il vero, sono cose che ho sempre saputo. Ma contenti loro…

Ormai io e Mattia abbiamo raggiunto una bella intesa. Quando mangia vado a piazzarmi sotto il suo seggiolone e aspetto che lui mi molli qualcosa. C’è solo un problema: i suoi biscotti. Sono buonissimi, ma Ennio non vuole che io li mangi. Non sono adatti per i cani. Mattia se li gusta sgambettando per casa. Io faccio finta di niente, ma lui spesso me li viene a strofinare sotto il naso, per poi provare a scappare. Ed è lì che io glieli sfilo dalla sua manina. Con delicatezza, sia chiaro. Ma glieli fotto. Del resto, in tema di furti, ho una discreta esperienza.

Da giovane, al parco, mi chiamavano Arsenio Lupin per la mia straordinaria abilità di rubare dalle borse delle persone. Non era solo cibo. Ho rubato di tutto. Sigarette, occhiali, fazzolettini, tabacco, tutto ciò che poteva essere a portata di bocca. Non me ne facevo niente, ma era per il piacere. La prima volta che al parco ho rubato, avevo 5 mesi. Era il pennello dell’operaio della villa che stava pitturando la recinzione. Insomma, ero una leggenda. “C’è Pippo, occhio al portafoglio”. Così dicevano. Provate a chiedere in giro. Vedrete che troverete qualcuno che ancora si ricorda di Pippo il ladro.

Tornando ai biscotti di Mattia, lui si mette a piangere e a me tocca essere rimproverato. L’argomento è stato discusso in casa più volte. Il mio padrone ne parla come fosse in Tribunale, sostenendo che ci sono due diritti “di pari dignità”. Quello di Mattia di mangiare il biscotto liberamente e quello mio di provare a rubarglielo, perché è quella la mia natura. Gli ho sentito dire che, tra gli uomini, quando ci sono diritti che configgono, interviene una Corte regolatrice e che comunque è giusto che io rubi il biscotto quando mi viene strofinato sotto il naso, “così Mattia comprende bene la differenza che esiste tra il diritto e l’abuso del diritto. “E’ una cosa che gli servirà nella vita”. Non c’ho capito granché, ma che volete? Ennio la butta sempre in diritto.

Ad ogni modo, oggi mi godo la mia festa. Che altro dirvi? Auguri a me e buona vita a tutti. Ops, dimenticavo: c’è un caro amico del mio padrone. Si chiama Franco Cascio. E’ un mattacchione che non vi dico. A quanto pare ha pronto il mio ‘coccodrillo’, credo che sia quella cosa che i giornalisti scrivono prima e che poi tirano fuori quando qualcuno muore. Compare Cascio, tanti cari saluti anche a te. Lo so, lo so che anche tu mi vuoi bene. Fai una cosa: tu intanto continua a prendere appunti, ma per quanto riguarda il ‘coccodrillo’… “un ti siddiari, anticchia i pacienza, eh?”.

Tra noi possiamo dirlo

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia

Sono dal barbiere quando mi arriva il messaggio di un’amica. “Ma tu le hai viste le immagini del cane estratto vivo dalle macerie del terremoto dopo nove giorni?” – “No, e tu?” – “Io sì, ti mando il link, è bellissimo”. Aspetto il video, mentre il barbiere mi friziona la testa. Siamo allo shampoo. Ma già la mia mente è partita, perché so perfettamente il perché di quel messaggio.

Lei si sente sola, disperatamente sola, e cerca qualcuno che le dica: “Anch’io mi sono commosso, fino quasi a piangere, vedendo quelle immagini”. Funziona così. Ci sono cose che puoi confidare solo a certe persone. Le chiamano “affinità elettive”.

Arriva il bip. Chiedo una pausa al barbiere. Devo inforcare gli occhiali. Guardo il video. Le rispondo e ci vado giù duro, aprendomi come una cozza: “Che ti devo dire? Pensieri inconfessabili. Mi commuove più di una persona salvata. Tra noi possiamo dircelo”. “Esattamente – mi risponde – proprio così”.

Chiedo un’ altra passata di shampoo e mi abbandono ai ricordi. Brutti ricordi. Penso a mia madre. Non ci pensavo due volte a lasciarla a casa, sola e vedova, quando io partivo per le vacanze. Ricordo pure di avere tirato un respiro di sollievo quando lei decise, fortunatamente in modo autonomo, di andare in una casa di riposo. Ora, invece, niente vacanze e niente pensioni per cani. Io, Pippo, il mio cane, non lo lascio. E la cosa non mi pesa affatto. E sono anni che mi interrogo sulle oscure ragioni di questo perverso, mostruoso, meccanismo. Forse non sono abbastanza bravo con Google. Ma non ci credo, non è possibile che non ci siano stati studi di psicologia, sociologia, antropologia che abbiano decodificato la irrazionalità di questo “sentire”, che alberga laggiù, nei bassifondi del nostro animo. Non solo nel mio. So, con certezza, che molti che hanno un cane la pensano come me.

Azzardo una chiave di lettura. Mia madre si incazzava: “Ma come, parti e mi lasci sola?”. Ed io m’incazzavo più di lei ed invocavo il diritto a vivere la mia vita. Oppure ricorreva a tecniche più sofisticate, come il silenzio. E la cosa mi faceva incazzare di più. Prima sempre loquace e poi, guarda un po’, il silenzio. Avrei voluto che mi dicesse: “Vai Ennio, divertitevi e state tranquilli”. Comunque, capivo, interagivo, lottavo, affermavo, negavo, sapevo che soffriva e me ne fottevo, sapevo che soffriva, me ne fottevo e mi lasciavo divorare dai sensi di colpa. In ogni caso sapevo chi e che cosa avevo di fronte.

Il cane no. Il cane ti guarda e no, non c’è un cazzo di modo per sapere cosa sta pensando, mentre lo lasci a casa o lo porti alla pensione. Ti guarda e basta. Non ti fa da sponda, non ti dà un assist, non hai modo di capire se percepisce che si tratta di una cosa momentanea. Niente di niente. Sei solo tu. E i suoi occhi. Tocca solo a te, giocare il pallino. Forse è quella la spiegazione. Forse. Il barbiere mi sta regolando le basette. Romeo si è salvato. Per oggi conta solo questo.