Onorate quell’eroe

A(b)Braccio # Franco Cascio/

Ci sono quelle notizie che ti arrivano dritte come un pugno nello stomaco. Provocano stupore, indignazione, commozione. Ma tutto dura il tempo di un click, per poi andare a finire dritto nell’archivio dei siti di informazione e nel cestino della nostra memoria. Non c’è il tempo di elaborarla una notizia, che già ce ne sono centinaia di nuove. L’epoca dell’informazione totale, con la sua valanga di notizie e i suoi innumerevoli canali di cui disponiamo, è forse paradossalmente quella in cui si finisce per essere meno informati. Capita poi a volte che quelle notizie riaffiorino, riprendano per pochi istanti vita resuscitando l’interesse, per poi sparire di nuovo. Non ci pensi, insomma, se quei canali, per un motivo o per un altro, non la ripropongono.

Poi ci sono quelle notizie che ti rimangono dentro per sempre, quelle che riaffiorano senza che nessun organo di informazione te le ricordi. Quelle che, con o senza un motivo plausibile, ogni tanto fanno capolino nella mente. E’ quello che personalmente mi capita con la notizia apparsa un anno fa sulla morte di un uomo nel corso di un incendio in un’abitazione di Alimena. Fabio Oddo, un giovane padre, sacrificò la sua vita per salvare quella del figlio. Si lanciò dalla finestra, facendo scudo al piccolo con il suo corpo. Ora, io non riesco proprio ad immaginare, anche se ogni padre sarebbe disposto a sacrificare la propria vita per quella del figlio, la quantità di coraggio che avrà avuto quell’uomo in quei momenti. Mantenere la lucidità in quella situazione critica, mantenerla soprattutto sapendo di andare incontro a una morte quasi certa. Un eroe. Io ci penso sempre a quell’uomo. Penso al suo gesto, penso al suo sacrificio. Mi riesce difficile il solo provare ad immedesimarmi. E penso tra me: che Dio ti abbia sempre in gloria, padre con due palle così!

Ho sempre pensato, poi, che le Istituzioni avessero fatto la loro parte. Che lo Stato – in nome di quel principio sacro che è la tutela della vita – avesse fatto qualcosa per ripagare il sacrificio estremo di quell’uomo. Quello stesso Stato che mette la famiglia al centro della società. Di eroi l’Italia ne ha pianto parecchi. E i familiari di quegli eroi, per quanto non esista risarcimento in grado di restituire un proprio caro, non sono stati mai dimenticati. E’ stato così per le vittime della mafia, del terrorismo, del lavoro. Un familiare di una vittima di mafia, per esempio, gode di un risarcimento a vita e di un posto di lavoro nel pubblico impiego. Così come un testimone di giustizia. Sacrosanto, per carità. Ma se gli uomini che hanno dato la propria vita per lo Stato furono degli eroi, Fabio Oddo eroe lo è stato di più.

Per questo sono rimasto stupito quando il ricordo di quella notizia del novembre scorso non è riaffiorato per caso nella mia mente come spesso accade, ma dopo aver letto che la famiglia di Fabio Oddo in questo momento si trova in gravissime condizioni economiche, che la moglie non ha un lavoro ben pagato, che è costretta a chiedere aiuto. Più che commozione questa volta ho provato indignazione. La solidarietà iniziale dei singoli, la stessa a cui oggi fa appello la moglie di Oddo, non basta. Alla famiglia dell’eroe Oddo deve essere garantita una condizione economica dignitosa, onorando il gesto di quell’uomo che ha sacrificato la propria vita per salvarne un’altra. Bene della vita che lo Stato è chiamato comunque a tutelare. Ed è per questo che lo Stato deve intervenire. Come ha sempre fatto con i suoi eroi.

Loris, due anni dopo

A(b)Braccio # *Mario Barresi  /

Oggi sono due anni senza Loris. Un’infinitesima infinità. Un fulmine al rallentatore. Un attimo lungo una vita. Il corpo di Loris Stival, otto anni, venne trovato in un canalone di contrada Mulino Vecchio, a Santa Croce Camerina, il 29 novembre del 2014. La madre del piccolo, Veronica Panarello, è stata condannata a 30 anni di carcere per omicidio aggravato e occultamento di cadavere. Lui dentro una tomba nella zona dei nuovi loculi del cimitero, nel paese ragusano; lei dentro una cella, in isolamento, nel carcere di piazza Lanza a Catania. In mezzo una famiglia distrutta.

Davide Stival – padre della vittima e marito della carnefice – silenzioso e dignitoso, prova a ricostruire dalle macerie, assieme al figlioletto più piccolo. Che, dopo due anni, ha smesso di chiedere quando tornano Loris e la mamma. Non si fa più domande. Fra poco troverà una risposta, smanettando sul web o ascoltando un innocente spiffero malvagio di un compagno di scuola . Allora sì che ricomincerà a fare tante altre domande. E poi c’è Andrea Stival – nonno della vittima e suocero della carnefice – insozzato dalla doppia accusa di Veronica («eravamo amanti, ha ucciso lui il bambino perché ci aveva scoperti e voleva raccontare tutto»), benché riabilitato dal gip di Ragusa. Che, non credendo alla versione della donna, ha trasmesso gli atti alla Procura per l’ipotesi di calunnia nei confronti di nonno Andrea. Ma il paese è piccolo e la gente mormorava, mormora e mormorerà ancora per chissà quanto. Come dopo ogni nubifragio, anche quando fa capolino il sole, resta il fango.

«Questa storia mette assieme il peggio di Cogne e il peggio di Avetrana», sussurrò un investigatore di trincea già nei primi giorni dopo il delitto. Una verità che in questi due anni s’è materializzata. Giorno dopo giorno. Bugia dopo bugia. Squallore dopo squallore. Perché magari la testa di Veronica (capace di intendere e di volere secondo i periti del tribunale) è una scatola nera che non è ancora stata ritrovata. Ma è anche vero che sull’omicidio di Loris s’è costruito un baraccone allucinante. Popolato da familiari in versione juke-box (che cantavano in diretta tv previo pagamento di obolo, come si legge anche nelle paradigmatiche intercettazioni finite agli atti del processo), ma anche di uno sgangherato codazzo di pseudo-giornalisti disposti a (ri)passare sul cadavere di un bambino pur di avere uno zero virgola in più di share o tre righe di scoop pruriginoso in più. Fra mutandine false e vere cantonate.

Abbiamo raccontato una storia che ha sconvolto tutta Italia. Senza risparmiarci, ma provando a essere corretti e scrupolosi. Eppure alcuni di noi hanno dato il peggio. E nessuno ha mai chiesto scusa. Per gli errori – morali, prima ancora che deontologici – compiuti in quello che era diventato un gioco senza regole. Ma la cosa più grave è che per quasi due anni si è arrivati all’assurdo paradosso di parlare della morte di Loris rimuovendo Loris. Dimenticato, da (quasi) tutti nella folle corsa all’esclusiva.

Per questo oggi – a bocce ferme, aspettando le motivazioni della sentenza prima di rituffarsi nel processo d’appello – è forse il giorno giusto per ricordare la piccola vittima senza altre contaminazioni mediatiche. E recitare, dopo un sincero mea culpa, una preghiera laica sulla lapide con i peluche che fanno la guardia a quello sguardo vispo e triste. Affinché Loris possa trovare pace. Dopo essere stato ammazzato dalla madre e poi sfregiato dalla morbosità.

*giornalista “La Sicilia”