Niente è per sempre, ma tutto è possibile

di Antonella Folgheretti /

Le nostre piccole illusioni d’amore. Come quando, nascoste dietro alle pagine di un libro, sedute su una panchina, al parco, al mare, nel pomeriggio di un caldo maggio, vogliamo credere che là, proprio là, dietro a quell’angolo, mentre i nostri capelli puliti e lucenti svolazzano al vento, sta per spuntare un uomo che, dopo aver combattuto battaglie indicibili, ci guarderà e ci amerà follemente, dedicandoci persino poesie.

Ma l’amore spesso è solo nostalgia, un luogo dell’anima dove abbiamo parcheggiato qualche volta l’idea di qualcuno. Nel momento in cui ci ritroviamo sole, i ricordi non sempre sono benevoli per ristabilire un equilibrio, per cercarne un altro. Sono come quelle case dei centri storici disastrati, che odorano di rancido, costellati di cartacce, di buchi. Case afflosciate sui propri sogni, che ancora vi abitano. Proprio come noi, che ne abbiamo dentro un nugolo infranto.

E allora, forse, se si scioglie il groppo in gola, rimaniamo a goderci la panchina, e il sole, e le illusioni d’amore che fanno spuntare il sorriso. Così, alla rinfusa, incediamo.

Ciao, Palermo. Io vado via.

di Daniela Tornatore

Non ci dobbiamo amare a tutti i costi. E non siamo costretti a restare insieme per sempre.
A tua discolpa, puoi dire che il mio amore non era del tutto sincero. Perché l’amore c’è o non c’è. E se più volte mi sono posta il problema di dover provare ad amarti o di dovermi far piacere i tuoi difetti, evidentemente c’era qualcosa di sbagliato a monte in questa storia.
A mia discolpa, posso dire che, nonostante i miei tentativi, tu non hai fatto davvero nulla per farti amare. Anzi, troppo spesso mi hai dato solo il peggio di te: la tua boria, la tua indifferenza, la tua cattiveria.
Non posso amarti sempre attraverso gli occhi degli altri, cara Palermo. Adesso è davvero finita.

Strabuzzo gli occhi mentre leggo questo post sul profilo Facebook della mia amica Roberta. Ci ero quasi cascata. Ma è evidente che non c’è un uomo sotto. C’è sotto qualcosa di più serio. Le invio subito un messaggio: è vero il post che hai scritto? Che significa?

Significa che mi sono trasferita a Palermo vent’anni fa per studiare, per cercare lavoro, per inseguire un sogno che mi portasse un po’ più lontano. E perché per me Palermo rappresentava la possibilità di avere accesso alla cultura, all’arte e a tante altre cose. Ma ho preso tante di quelle mazzate in questi anni, che sono davvero stanca. Ho rinunciato a lavori all’estero per tornare qua, ma evidentemente non è servito a nulla.

E quindi? Vai via?

A questo punto comincerò a guardarmi attorno. E se mi capiterà un’occasione fuori, questa volta non la rifiuterò più come ho fatto finora. Ho tagliato questo cordone ombelicale che mi faceva sentire in colpa al solo pensiero di spostarmi. Sai, questa idea tutta siciliana che non si deve abbandonare la propria terra per portare il proprio cervello al servizio di altri paesi. Finora ci avevo creduto sul serio, ma tanto non ripaga. Io comunque sono di Messina, pur sempre una siciliana. E tu scusami per lo sfogo.

La felicità è un B&B

A(b)Braccio # Cinzia Zerbini

…Perché succede che le cose belle siano solo il frutto di coincidenze, di appuntamenti mancati e di vite che prendono a calci le scelte del passato e si presentano in modo diverso. E’ un po’ la storia dei giri più o meno lunghi che fanno le cose e poi ritornano. E poi stai lì a guardare e a dirti “guarda un po’, sono passati più di 30 anni e sembra ieri”.

Di ieri, di quel ieri quando andavano a scuola, Tiziana e Maria Grazia hanno quella luce negli occhi accesa dalla gioventù. Ce l’hanno intatta perché a volte la vita la restituisce, anche se non si hanno più 15 anni ma molti di più. Ok ok, proviamo a metterlo da parte, il coinvolgimento emotivo. E raccontiamola questa storia, come un fatto. E il fatto è questo.

Tiziana e Maria Grazia sono due donne di 51 anni. La prima, dopo anni di lavoro in un’agenzia di viaggi, ha fatto scelte lavorative varie. Gli ultimi anni ha lavorato in un call center, lavoro che l’ha aiutata quando s’è accorta di avere un cancro. “Erano tutti più giovani di me e grazie alla loro carica sono riuscita a superare anche questa parentesi” – dice. E lo dice in modo semplice, senza traccia di vittimismo. Poi ho detto basta, dovevo per forza trovare altro – aggiunge -. E qui entrano in ballo le coincidenze e questo mondo moderno di social che allontana o avvicina.

Tiziana si lascia convincere e si iscrive a Facebook. E la prima persona che cerca è Maria Grazia, la sua ex compagna di scuola. Le due si rivedono dopo 30 anni e si danno appuntamento davanti al Teatro Massimo, che diventa il punto di inizio del loro percorso. Perché anche a Maria Grazia la vita era andata in modo diverso. 20 anni a lavorare in un grosso centro commerciale che chiude e deposita lei e il marito in mezzo a quel limbo di chi ha figli e non ha il “27”.

Le due sono determinate, determinate – è bene ripeterlo – a fare qualcosa. Scartano varie ipotesi e poi tutto si chiarisce, ma per caso. Decidono. Vogliono aprire un B&B investendo quello che hanno. E quello che hanno è passione, voglia di riuscire e la capacità di fare tutto ciò che non avevano mai fatto. Stanza dopo stanza la struttura prende corpo, giorno dopo giorno riescono a “sbrigare” tutto ciò che di burocratico ci vuole. “Oggi – dicono – lavoriamo tanto ma torniamo a casa e ridiamo. Finalmente facciamo quello che abbiamo sempre voluto fare”. Cosa? “Le donne felici”.

Una poliziotta in…gambe

A(b)Braccio # Paola Tiziana Fagone

Marilina. Già il nome è vezzoso, evocativo, simile a quello dell’iconica Marilyn. E’ bionda come lei e come Norma Jean è spiritosa. Marilina ama la vita, ama catturare immagini per scarabocchiarci sopra. Marilina scrive versi brevi che raccontano di certi stati d’animo, di alcune giornate storte, dell’amore che fa abbassare ancora lo sguardo. Certe volte è felice, certe volte è nostalgica. In alcuni momenti stringerebbe il mondo intero in un ‘A(b)Braccio’.

Marilina sta su Facebook, come tanti, come il mondo intero. Condivide, chiacchiera, ride – tanto – e scrive poesie. Anche una al giorno. L’amore è la sua costante, l’amore le smuove le viscere. Si arrabbia, sorride, si commuove.

Marilina fa un lavoro speciale, uno di quelli che se sei maschio è meglio, ma se sei femmina è diverso. Marilina è un poliziotto e non lo nasconde, non lo ha mai fatto. Il suo abbraccio più forte è per i bimbi che accoglie al porto, le creature spaventate sopravvissute al mare. Sorride loro per trasmettere tutta la sicurezza di cui hanno bisogno e subito. Infatti, poi la cercano e le si attaccano alla coscia, è questo il loro abbraccio speciale. E lei sente che essere lì, sotto il sole o la pioggia, è la cosa migliore che le sia capitata.

Marilina è un poliziotto speciale. Lei dà gli ordini e normalmente chi dà ordini non deve essere se stesso. Deve essere ciò che rappresenta. Marilina queste cose le sa, ma pensa che non ci sia nulla di male ad essere se stessi, ogni tanto. Per questo certi giorni pubblica le sue facce strane, i suoi capelli cotonati, le smorfie di primo mattino. Marilina è una donna, anzi una femmina. E pensa pure che non ci sia nulla di male ad essere femmine. Essere tante cose, essere tante donne come Marilina è difficile, molti si confondono, diventano intolleranti e trovano volgarità dove non c’è.

La foto che ha recentemente pubblicato sul suo profilo ha infatti scatenato un putiferio, ha sollevato l’indignazione di schiere di moralisti e benpensanti. Venti centimetri di pizzo sulla pelle, uno stacco di coscia che fa impallidire. Ma la foto in bianco e nero è solo bella. Non toglie e non aggiunge nulla al valore di Marilina. E’ una parte di sé, non è la totalità. E ti chiedi cosa ci sia dietro tanta ostilità, dietro tanta avversione per una immagine che sì, trasmette sensualità, ma volgare non è.

Presto detto. Dietro lo scandalo c’è solo sessismo, competizione. Quell’atteggiamento tipico di certi uomini che ti attaccano, ma non lo fanno ad armi pari, con lealtà. Lo fanno utilizzando colpi bassissimi. Ma – visti i risultati – sono diventati miseri autogol, boomerang lanciati e puntualmente ritornati al mittente. Quando parlano del nostro mestiere, spesso mi arrabbio. Lo fanno quasi sempre male, evidenziano solo le fallibilità, quei momenti di debolezza che fanno emergere l’umano che c’è sotto una divisa. Lo so bene, perché è la stessa divisa che indosso anch’io. Ma pazienza, dovrò rassegnarmi.

Non mi rassegno affatto, invece, se tutto questo lo provocano i tuoi stessi colleghi. La foto delle cosce fasciate di pizzo è bellissima, non c’è nulla di cui vergognarsi. Mi vergogno di più se i miei colleghi si rendono protagonisti di orribili pestaggi, macchiando di sangue e sputi il nostro distintivo. Sì, mi vergogno decisamente di più per tutto questo.

Adesso ti spiego una cosa

A(b)Braccio # Ettore Zanca e Viviana Trifari

Sono ad un tavolo di un ristorante. Sto mangiando con mio figlio. Questi giorni in pizzeria sono per noi delle oasi. Sta crescendo, sta diventando un uomo, a volte creo questa atmosfera di coca cola per lui e birra per me, di Margherita e di Caprese, per farlo parlare di sé. Mi chiedo come sarà quando si innamorerà. Capto due donne al tavolo dietro il mio. Stanno discutendo dei “femminicidi”, mi giro con una scusa, facendo finta di cercare il cameriere. Due belle donne. Ben truccate, una grazia e una delicatezza dei gesti, le loro idee disegnate nell’aria dalle mani e dipinte dalle parole.

“… E mi porto addosso il mio essere donna, mamma, collega e amica e pesa però sulle spalle, come un macigno, l’essere femmina. Essere “femmina” vuol dire saper cambiare il colore degli occhi e mostrare i denti o le labbra a seconda dei casi, significa farsi scivolare i capelli sul viso e tenerseli scompigliati sugli occhi, significa saper marciare a volte e ancheggiare in altre, significa sapere dire di sì a storie di una notte e dire no al proprio marito, dopo tanti anni insieme ”.

Parole. Ma con una grazia in cui la morale non c’entra nulla. Noi uomini che siamo “donnaioli”, se abbiamo più di una storia. Noi uomini che rivendichiamo la mascolinità, esibendo in discorsi al bar, con gesti volgari, la nostra conquista extraconiugale. In quella sorta di omertà, in cui tra di noi ci diciamo cose che tutti immaginano, ma nessuno sa. Loro, se raccontassero come noi, sarebbero “puttane”. Loro non sono nemmeno puttane, se decidono di andare via da uomini violenti, loro non sono, non sono più nulla. Nulla più che carne da omicidio. Forse rimango assorto un momento di troppo, una di loro mi guarda, l’altra sembra quasi approvare di avere un pubblico. Sorride, quasi a rabbonire l’amica che ascoltando ha fatto una espressione di disturbo.

“Essere femmine è un peso, in un paese dove se prendi un bel voto a un esame universitario, ti chiedono se il docente era uomo. Essere femmine è difficile quando diventi mamma, ma hai ancora voglia di restare donna. Essere femmine è atroce, quando l’anima veste in minigonna o ha il rossetto rosso. Non mi hanno mai stuprata, e non perché sia stata attenta o perché non girassi “discinta”, semplicemente non è capitato. A sei anni, in un filobus, un uomo decise che dovevo capire quale fosse la consistenza del suo membro, mia madre non si accorse di nulla, eppure era morbosamente attenta a me, si fidava, forse, di altri padri in quel mezzo di trasporto. Arrivata a scuola, lo dissi alla maestra, mi mandò a lavare le mani spedita e mi disse di non parlarne più. Non sapevo cosa fosse “la vergogna”, lo scoprii in quell’istante”.

Un ladro di parole altrui. Mi chiedo se in questo momento anche io non stia facendo una piccola mancanza, mi dico che no. Ma non perché sia bello ascoltare i discorsi di chi è nella propria bolla di confidenza. Ma è altro, è che in quei discorsi c’è la delicatezza d’acciaio di essere donna. Un ruolo che, già fin da piccole, parte penalizzato. Devi recuperare non sapendo nemmeno cosa. Sei una femmina, per luogo comune non capisci niente, per luogo comune sei deboluccia e fragile. E allora giù muscoli, fisici e mentali, a volte anche giù botte nelle risse da ragazzini, pur di non soccombere. E se soccombi, guai a rivelare la vergogna. Se qualcuno in casa ti picchia, sei tu la troia che non doveva dirlo in giro, che hai rovinato tutto. L’orrore ha molte facce. Ripenso a quello che ho letto tempo fa, mentre la loro gradevole parlata in leggera cantilena mi arriva in sottofondo. Abbiamo il poco invidiabile record di donne uccise, in casa, per strada, bruciate. Da chi? Non da invasori alieni, da noi, noi uomini. Compagni, amici, ex mariti. Siamo diventati armi inesplose? Siamo diventati centri di energia frustrata? Che si attivano con il “no” di una donna?

“Crescendo, ho sviluppato fattezze di femmina, fianchi larghi, seno materno e vita stretta. A 14 anni ero una bambina, ma smisi di mangiare ghiaccioli, perché qualche operaio, mentre ero di ritorno dalla palestra, mi disse che voleva lo “stesso servizio”. All’oratorio c’era un prete che vestiva firmato e aveva sempre belle donne adulte intorno, di quelle “che se la cercano”. Per intenderci, noi bimbette dovevamo accontentarci dell’attenzione di un altro uomo di chiesa, basso, rossiccio e sudato, che ci mandava a casa “col bacetto”, e si intendeva che dovessimo darglielo a fior di labbra. Non mi hanno mai stuprata, ma spesso mi sono sentita ‘violata’”.

Questo, dunque, consentiamo? Una volgarità violante. Mi chiedo quante volte anche io abbia fatto apprezzamenti su qualcuno, forse sì, il cameratesco delle persone dello stesso sesso può essere ancora possibile, ho sentito anche io donne parlare di sesso tra loro, da far arrossire un amatore scafato. Il problema non è quello, ma l’ostentazione di una sessualità non voluta, la presunzione che violare con una battuta fuori luogo e ammiccante un giardino di delicatezza o di sensibilità, sia virile. A me hanno insegnato che chi ama davvero le donne è molto discreto, nel corteggiamento quasi arcaico e nel tenere nascoste le proprie conquiste, nel non farne oggetto di squartamento. Stiamo perdendo l’educazione sentimentale, ma peggio, stiamo consentendo a professionisti da quattro soldi nel campo dell’informazione e della psicologia, di tracciarci come immaturi, falsi, manipolatori. Si sta svilendo tutto. Esaltando la cronaca, si degrada quello che non fa notizia, l’uomo onesto, che mantiene le promesse e che porta avanti il suo amore, o che sceglie di amare un’altra donna perché innamorato, non per sesso.

“Ho letto commenti e avuto dialoghi surreali sugli ultimi pezzi di cronaca, ho sentito con le mie orecchie che a 13 anni, se si ha un corpo di donna, bisogna stare attente, ho letto che se nella tua intimità “giri un video”, sei peggio di una ninfomane e ho visto la morbosità di chi cercava il video della 17enne violentata e ripresa dalle “amiche”. Qualcuno ha parlato di sessismo o maschilismo. Io ho percepito, invece, una totale e completa mancanza di empatia e solidarietà, da entrambi i sessi. Con onestà intellettuale, non posso dire che visivamente Tiziana, la donna che si è uccisa, fosse il genere di donna che io apprezzi, ma non posso condannarla, né giudicarla per la sua intimità, perché io come Tiziana ne ho una, e mi fido del mio partner, se vado a letto con un uomo, si presuppone che mi fidi, che cazzo, voi andate a letto con gente della quale diffidate? E se vi ammazzassero? Sarebbe o no colpa vostra, visto che “non vi fidavate”, ma ci siete state? Perché se è vero che con la “fiducia” si può costruire, la diffidenza diventa un’arma di distruzione”.

La donna che ha ascoltato, ha incrociato il mio sguardo. Io mi sono vergognato. Non per avere ascoltato, ma per aver toccato il degrado che una donna prova a quantificare in una vita in cui cerca solo di vivere amando, provando a essere femmina con un uomo di cui si fida, oppure semplicemente venendo guardata con la stessa ammirazione con cui verrebbe guardato un uomo dagli amici. Invece no, lui è uno stallone, lei una puttana. Mi alzo, sorrido alla donna che con più indulgenza mi ha accolto come ascoltatore, mio figlio torna con un’aria scocciata. Lo accolgo, chiedo che succede.

– Succede che le femmine non capiscono niente e vogliono fare cose che a me non piacciono, il mio amico gli ha detto che devono stare zitte, che le femmine non devono parlare!

Mi risiedo nuovamente, ho gli occhi delle due donne addosso.

Forse è tempo che si educhi ad una educazione sentimentale diversa.

Credo sia proprio questo il momento, almeno per me, che gli metta una mano sulla spalla e dica: “Adesso ti spiego una cosa…”.

Non è colpa di Tiziana

A(b)Braccio # Adolfo Fantaccini

L’orrore del linciaggio online ha mietuto un’altra vittima, sottraendole sogni, speranze, futuro. L’hanno offesa e umiliata, l’hanno esposta a un oltraggio divenuto poi virale, spingendola prima a cambiare casa, poi a cancellare la propria identità. Alla fine, non è alla propria identità che Tiziana Cantone ha rinunciato, ma alla vita, impiccandosi nei sotterranei del palazzo dove viveva con la madre. Il luogo non conta, il male che le hanno fatto si. L’indignazione non aumenta perché a Tiziana hanno stuprato l’anima, ma per la modalità: via web, con un video fatto circolare nella rete delle reti, e pure su whatsapp. Come se i dispositivi di tutto il mondo non fossero pieni di video a luci rosse di chicchessia. Come se lei fosse stata la prima, l’unica, l’ultima.

La colpa non è e non sarà mai di Tiziana, che si è fatta riprendere durante un rapporto sessuale. La colpa è di chi ha fatto circolare le immagini, finché qualcuno non le ha addirittura messe in rete. Far l’amore è un conto, autoriprendersi un altro, mostrare la propria intimità un altro ancora. Il giudizio spetta a chi legge e in particolare agli uomini che, in talune circostanze, sono i promotori di riprese hard core più o meno convenzionali. Un’usanza sempre più diffusa fra i giovani che poi, per esibizionismo, per vanto o per manie di grandezza, mostrano agli amici le proprie prestazioni. Questa volta era diverso, non c’erano teenagers di mezzo, ma persone abbastanza adulte, consapevoli, capaci di distinguere il male dal bene, cattivi e cinici al punto di raggirare una persona che regala una parte di sé con fiducia e ingenuità. Forse troppa. Questa volta c’era l’inganno. Senza minacce o ritorsioni di sorta.

Tiziana, che aveva confidato a un’amica di volersi mettere tutto alle spalle e che in questi giorni aveva ottenuto la rimozione del video da diversi siti, non ce l’ha fatta più e ha deciso di fermarsi. Forse nel momento in cui annodava la sciarpa di seta attorno al collo avrà sentito rimbombare dentro di sé la fatidica frase sulla quale sono state costruite decine di gag: “Stai girando un video? Bravo”.

Tiziana era una donna, molto bella, ma era soprattutto una persona sensibile, era una vita, una storia, aveva tanti sogni. E’ morta perché ancora oggi c’è gente che giudica e punta il dito, come se avesse i titoli per scagliare la prima pietra, magari proprio contro Tiziana, schiacciata dal peso dell’inganno, divenuta icona del peccato e di ogni turbamento. Come se fosse stata una brutta persona di 31 anni, o avesse fatto del male a qualcuno.

La parola vergogna, in casi come questi, chiude il sipario su una vita spezzata dall’ipocrisia. Tiziana era bella, Tiziana amava la vita, Tiziana ha pagato il conto di altri. Tocca sempre agli stessi: alle persone per bene. Che vanno via, magari in un giorno di fine estate, senza far rumore e forse pure senza rancori.

Chiedetemi se sono felice

A(b)Braccio # Francesca Olivieri Massaro

Se mi guardo indietro, non ci credo ancora. Se camminando mi imbatto in uno specchio, cerco conferme osservando la mia ex silhouette, sostituita da una pancia al nono mese. E poi, andando piano piano più su, scorgo il mio volto. E quella – anche se incredibile a dirsi – sono proprio io.

Lo dico. Questa maternità è stata per me un rombo di tuono. Anni e anni di tentativi infruttuosi, con il supporto del mio super paziente marito, fino alla decisione – silenziosa, mai pronunciata, come uno scabrosissimo tabù – di dire: “Adesso basta, è arrivato il momento di farsene una ragione”. 

Da quel doloroso, ma consapevole, istante sono passati esattamente sei mesi per scoprire che dentro di me battevano due cuori: il mio, fortunatamente, e quello di fagiolino, che andando avanti coi mesi abbiamo scoperto essere una fagiolina.

Adesso mi trovo nella fase dell’acchianata, diciamolo chiaro. Sono poche le mamme che vi diranno le cose come stanno veramente. E cioè che oltre al lato festoso, gioioso, petaloso, della nuova vita in arrivo, c’è – eccome se c’è – la fase del torpore che pian piano si trasforma in quell’insonnia che ti fa scoprire in tv, alle quattro del mattino, serie mai viste con Tom Selleck. Per non parlare del tuo maritino che prima ti chiamava amore e adesso ti chiama graziosamente catananna, per la leggiadria che ormai contraddistingue i tuoi movimenti (avete presente la storia dell’elefante nella cristalleria?).

Potrei proseguire parlandovi del fatto che non riesci più ad allacciare quelle scarpe tanto carine prese a Roma, che ti facevano sentire tanto figa, ma forse è il caso di non andare oltre e di stendere un velo pietoso.

A tavola, poi, guardi quella zuppa di cozze fumante, che ti passa sotto al naso e ti ripeti come un mantra: “RINUNCIO”. E così per centinaia di piatti e cibi di cui sconoscevi la pericolosità, manco fossero fatti con la criptonite. Voi conoscete la pericolosità del prosciutto crudo o della soffice e gustosa burrata? Ecco, fino a poco tempo fa nemmeno io.

Beh, adesso questa “nana” scalcia dentro di me e fa sentire tutta la sua presenza, a breve avrò un’altra visita dal ginecologo. Li chiamo “i miei appuntamenti con lei”, perché oggi l’ecografia in 3D mi permette di vederla. Vado avanti così, aspettando quell’incontro tanto desiderato. E che Dio ce la mandi buona, a me e al mio spaventatissimo maritino.

L’orgoglio di Valentina

A(b)Braccio # Filippo Corrado
libero professionista – Caltanissetta

Cercavo di cogliere ogni minimo particolare per capire chi fosse. Forse avevo capito che tutto quello che la circondava era a sua disposizione, ma nulla le apparteneva davvero.

Nonostante la sua giovane età, era bravissima a nascondere la sua condizione. Lei voleva solo essere normale, di quella normalità che per molti è scontata. Spesso metteva una “maschera” per convincere tutti e se stessa che non aveva nulla in meno degli altri e non l’avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura. Troppo orgogliosa. Non di un orgoglio innato, ma figlio di una sorte infame che l’ha privata della serenità di una bambina, che doveva per forza riflettere la sua immagine in uno specchio con delle foto incastrate a un lato della cornice che non le appartenevano.

E che diavolo! Lei voleva anche un letto tutto suo, i suoi poster e le sue collezioni, anche lei ogni tanto avrebbe avuto bisogno di rifugiarsi fra le sue mura e non fra quelle della nonna.

Una volta al mese diventava più donna per mano di madre natura, ma diventava anche più forte per mano sua. Lei sapeva che le delusioni erano sempre lì in agguato, dietro l’angolo ad aspettarla con il malefico sorriso di chi avrebbe sussurrato: “te l’avevo detto!”. Ma a lei non importava.

Lei viveva di sogni e frasi che davano voce ai suoi pensieri. Si esprimeva così, con il sorriso in viso e il cuore in gabbia. Lo liberava solo se capiva che il suo domatore aveva le giuste qualità, oggi in canottiera e tatuaggio, domani con la cravatta e il profumo al vento.

Perché Valentina voleva solo AMARE !

Donne di servizio

– A che pensi?
– A niente..
– Non prendermi in giro, hai una faccia che è tutto un programma.
– Ma niente, così. Pensavo a tutte queste donne che mi sfrecciano davanti. Truccate e ben vestite già di buon mattino.
– Vanno a lavorare.
– Si, infatti.
– E cosa c’è di strano?
– Niente. Ma penso a tutte quelle altre che già a quest’ora sono sudate, spettinate, che vorrebbero urlare, ma devono passare l’aspirapolvere, pulire i vetri, lavare i piatti, stirare…
– Stirare?
– Eh si, stirare. Anche se fuori ci sono già 30 gradi.
– Ma perché?
– Perché è il loro lavoro.
– Stai parlando delle donne di servizio?
– Proprio quelle. Le chiamano così, ma non sono cessi di seconda scelta. Anzi, spesso hanno una laurea in tasca. Che non gli serve a niente. Ma loro non si offendono e ringraziano pure per la fortuna di avere uno straccio di lavoro.
– Uno straccio di lavoro è perfetto.
– Già, perfetto.