Gli occhi verdi di mia madre

A(b)Braccio # Myriam Giacalone

“Ciao, ci vediamo presto!”. Sono tornata a Roma. Porto con me gli occhi di mia madre. No, non le ho staccato le iridi, i suoi occhi verdi sono ancora ben saldi al suo viso dolce. Li porto con me, dentro di me, impressi come un marchio a fuoco sul cuore e sulla coscienza. Ho provato a prendermi cura di lei e dei suoi occhi nostalgici di un tempo che non c’è più. E li ho visti tristi, curiosi, stanchi, teneri, amorevoli, irritati, impazienti, confusi, assonnati, interroganti, infiniti come il mare. E ditemi voi se non sono occhi pieni di vita, ancora.

Li porto con me perché li ho fissati prima di abbracciarla per un commiato che non è mai abbastanza pieno, che non è mai abbastanza lungo, che dura sempre troppo poco e ci si abbraccia per un decimo del tempo desiderato. E poi un cenno con la mano, io fuori dal cancello, lei sull’uscio della porta, per salutarci ancora che non basta mai. A sottolineare che sono io la vigliacca che va, mentre lei resta. Lei resta a casa, io mi allontano oltre le sbarre. E il senso di abbandono è compiuto.

Ma nel portafogli ho messo una sua fototessera di lei ragazza, con un taglio di capelli improbabile e un’acconciatura voluminosa. E ho preso anche la sua vecchia patente, quella che sembra di stoffa, rosa, con tanti bollini colorati a segnare gli anni dei rinnovi. Così la sua bellezza è tangibile e intatta, anche in uno sguardo più antico e pieno ancora di speranze. E i suoi occhi li ho sempre in quelle foto a portata di mano. Sono verdi e bellissimi e quando mamma si emoziona, cambiano un po’ tonalità e diventano di un verde più chiaro.

A me piace guardarla emozionata, con la boccuccia che si fa stretta e il naso che le diventa rosso. Sembra piccola e mi intenerisce e vorrei regalarle la vita. A lei che me l’ha data e che la guida, a lei che mi ha insegnato l’amore ma anche l’impazienza e la risolutezza, i sogni e la verità, la testardaggine e la fantasia.

Mamma che forse non lo sai, tieni gli occhi verdi accesi e vigili, perché quell’uscio lo varchi sempre con me.

L’urlo di mio padre

A(b)Braccio # Sara Tardelli

Posso assicurare che gli urli che mio padre ha dedicato a me e mio fratello sono molto più clamorosi di quello al Bernabeu. L’11 luglio 1982, mentre 36 milioni e 700 mila italiani guardavano la partita, dormivo. Ma quell’urlo è rimasto impigliato anche nelle trame della mia vita.

Fare il calciatore ai massimi livelli, come ha fatto mio padre, costringe anche la sua famiglia a misurarsi con il successo e con i sacrifici necessari per raggiungerlo. Per esempio, quando sono nata, mio padre non c’era, il che si concilia maluccio con l’idea romantica del padre che una primogenita accarezza già nei suoi sogni embrionali.

E comunque, tutte le persone che lo amano davvero devono rassegnarsi a questa sua passione travolgente per il pallone, con la consapevolezza di chi sa che, se è impossibile competere con un grande amore, è possibile invece diventarne complici.

Tratto da: “Tutto o niente”
di Marco e Sara Tardelli
ed. Mondadori

L’albero di nespole

A(b)Braccio # Filippo La Torre

Un viottolo di campagna lungo poco più di cento metri separa la mia casa dalla loro. L’inverno stava finendo ma in aperta campagna, una campagna sommersa dagli alberi, quella notte era umida e faceva ancora freddo. Misi le calze e sopra il pigiama indossai una vestaglia da camera di lana, ma leggera, e un berretto anch’esso di lana con il pon pon.

Non diedi eccessiva importanza all’abbigliamento che mi faceva sembrare un buffo clown, sapevo che durante il breve tragitto non avrei incontrato nemmeno un cane. Anche loro amano stare al caldo e anche se non stanno al riparo di mura domestiche, un rifugio lo trovano sempre. Camminai velocemente, non dovevo dare tempo al freddo e all’umidità di penetrare nelle mie ossa. Respiravo a piccoli sorsi attraverso un fasciacollo che mi copriva fino agli occhi. Quando arrivai nello spiazzo bianco del baglio percorsi ancora un breve corridoio che dava sul retro della casa, la porta che immetteva in cucina era già aperta. Il freddo della notte aveva divorato il tepore che si era racchiuso dentro le mura. Continua a leggere “L’albero di nespole”

La mia tempesta perfetta

A(b)Braccio # Romina Marceca
giornalista – Palermo

Il giorno che ho scoperto che eri già con me ero concentrata su tutt’altro, su tutte quelle cose che nella vita, raschia raschia, non valgono tutto quel nostro tempo. Sei arrivata come una tempesta improvvisa che stravolge il paesaggio, ma dopo la quale la terra bagnata odora di buono. Sei questo per me: la mia tempesta perfetta. Un amore che mi ha travolta.

Ma essere lavoratrice e mamma non è certo facile. Una donna incinta, oggi, viene spesso considerata quasi uno schiaffo alla corsa per essere sempre più efficienti sul lavoro. Inutile negarlo. C’è chi ti guarda come un mobile vecchio da rottamare. Altri come un intralcio, una donna che in carriera varrà meno delle altre, perché dovrà dedicare parte del suo tempo a quelle entità chiamate “figli”. Che assurdità, vero? Apriti cielo, poi, se, come è per me, stai mettendo al mondo un secondo figlio. Pazzia pura, sei colpevole come un ladro che ritorna a rubare nello stesso supermercato dove è già schedato.

In pochi considerano che la gravidanza dura nove mesi, è essere mamma che dura una vita ed è una condizione che arricchisce. Sveglia!! Io mi sento una forza. Un ciclone in piena evoluzione. Forte, positiva e soprattutto piena di vita perché dentro di me ci sei tu. Al lavoro ho impiegato ben due cuori, il mio e il tuo. Sembra che nessuno se ne sia accorto, ma in realtà ho lavorato con un amore e un’attenzione particolari ai temi che ho affrontato.

Aspetto il parto con timore e curiosità. Sogno il giorno che ti avrò tra le braccia. Ti donerò a questo mondo pieno di bruttezze e cattiveria, a un mondo in cui si può morire per un amore (se così si può definire) malato o per inneggiare a un Dio che chissà se poi esiste davvero. Nonostante questo, resto dell’idea che ne vale la pena di rischiare per vivere.

Il mondo è tuo, figlia mia. Io ti accompagnerò finché potrò. Ti staró accanto, se vorrai, o ti seguirò da lontano quando spiccherai il volo. Lotterò per te ancora e ancora.

Due sedie davanti al mare

A(b)Braccio # Maria Andaloro
libera professionista – Rometta (Me)

Ci siamo io e mia madre sedute su quelle due sedie.
Lei a destra io a sinistra.
Lei mi tiene le mani fra le sue, esattamente come faceva quando da bambina voleva spiegarmi qualcosa ed io non volevo capire.
Come sempre, finché c’è stata.
Come quando sentivo il suo calore.
Ecco perché ieri l’ho vista, mi sono rivista, eravamo sedute li una di fronte all’altra.
Lei mi stringeva le mani, le accucciava nel grembo, mi sorrideva con gli occhi, si avvicinava e mi abbracciava.
Lo faceva.
L’ha fatto.
Come faceva quando continuavo a far finta di non capire e lei rinunciava a spiegare perché sapeva che avevo capito…
Capiva tutto, lei.
E se non capiva non giudicava, ascoltava.
E dato che è da un po’ che non voglio capire (o faccio finta), lei sa come farsi sentire.
E l’ha fatto, c’era.
C’è.
Perché l’amore non si vede.
Si sente.
Perché la morte perde sempre sull’amore.
Da ‪#‎quassud‬, è questo quello che io considero “tutto”.

L’ho tradita

L’ho tradita.
Ecco, ora l’ho detto e mi sento un po’ meglio. Non si può andare avanti portandosi dentro un segreto del genere. Dovevo raccontarlo a qualcuno. Avevo pensato di andare in chiesa, di entrare in un confessionale, di spiegare tutto a un prete. Ma da quando c’è questo Papa, perdonano tutto a tutti. E io non voglio essere perdonato. Perché quello che ho fatto è troppo grave. Da un tradimento del genere non si esce con due avemarie e tre paternoster. No, è una di quelle cose che ti cambiano la vita.


L’ho tradita, e non sono più quello che ero. Non lo sarò mai più. Un tradimento così è una ferita troppo profonda per non sanguinare di continuo. Per non lasciare sulla pelle una lunga cicatrice dolente. Com’è successo non lo so neanch’io. Sì, erano anni che le cose andavano male. Gli entusiasmi si erano spenti. I furori di un tempo ormai svaporati. Certo, a ripensarci ancora mi commuovo.

Quella sera, a Madrid l’aria era inebriante, la gente attorno sembrava tutta agitata dalla stessa euforia eccitante che mi squassava l’anima. Me li ricordo tutti: c’era Josè, il portoghese fascinoso e sbruffone. C’era Javier, l’argentino serio serio. E il suo amico Diego, che quella sera pareva drogato: occhi spiritati, movenze da pantera. Che notte, ragazzi. Un orgasmo, poi un altro. E una felicità assoluta, perfetta, appagata. Poi, nel giro di pochi mesi, è cambiato tutto. Il nero della cupezza ha coperto l’azzurro del cielo. Le delusioni hanno sopravanzato le soddisfazioni. La noia ha stravinto sull’allegria.


Lo so. Non avrei dovuto tradirla. Perché l’amore di una vita non si cambia così, come si sceglie un’auto nuova. Ma lei, l’altra, è così splendidamente sfrontata, così magicamente incantevole, che non sono riuscito a non dirmi: come dev’essere bello amarla. Sentir battere il cuore per le sue effimere incertezze, inorgoglirmi per il suo incedere altero: come di chi è pronto a conquistare il mondo senza neanche voltarsi a dare uno sguardo alle altre, laggiù in basso.

Sì, ho goduto. Sono stato di nuovo felice come non pensavo di potere più essere. Ma ora… Ora mi sento come Raskolnikov. Sento sulla carne i morsi della colpa, non riesco più a guardarmi allo specchio senza provare vergogna, non posso uscire di casa nel timore che chi mi guarda capisca tutto. E perciò a te, solo a te debbo confessarlo. Per non impazzire, per provare a vivere, per non continuare a mentire, per non fingere di essere diverso da quel che sono. L’ho tradita. Non tifo più Inter. Ora sono juventino.