Attilio era mio figlio

A(b)Braccio # Angela Manca

In Italia ci sono casi di omicidio di cui non si deve parlare e sui quali è opportuno tenere un basso profilo, minimizzare, nascondere, insabbiare. Quello di Attilio appartiene a tutti questi.

Attilio era un figlio affettuoso, protettivo, vicino in ogni momento della nostra vita. E’ stato ucciso l’ 11 Febbraio del 2004 nella sua casa di Viterbo. Mancavano nove giorni al suo 35° compleanno. Lo hanno trovato disteso sul letto con il volto insanguinato, il setto nasale deviato, ecchimosi in tutto il corpo, ma soprattutto ai polsi ed alle caviglie. Il sangue aveva oltrepassato il piumone su cui Attilio era disteso ed era finito per terra formando una pozza di sangue.

Da subito sono iniziati i depistaggi. Il primario del reparto di Urologia dove Attilio lavorava assieme ad Ugo Manca (cugino, figlio dell’unico fratello di mio marito), ci ha impedito (affettuosamente) di vederlo, dicendo che era irriconoscibile, perché aveva il volto deformato dal telecomando su cui era caduto e che aveva lasciato un marchio sul viso. Ci hanno detto che Attilio era morto per aneurisma cerebrale. Ma in seguito, dalle foto della scientifica abbiamo visto che il telecomando era sotto l’avambraccio. Solo il giorno del funerale, il 14 Febbraio, abbiamo appreso che tutta la città di Barcellona Pozzo di Gotto diceva che Attilio era morto per droga. PERCHE’ CI HANNO MENTITO?

Abbiamo saputo che Attilio era morto in seguito a due iniezioni di eroina e che erano state trovate due siringhe. Non abbiamo creduto neanche per un istante che Attilio si fosse iniettato due dosi di eroina, perché non faceva uso di droghe. In seguito abbiamo anche appreso che i due buchi erano nel braccio sinistro, ma Attilio era mancino puro. Il 23 Febbraio siamo partiti per Viterbo per presentare una denuncia, facendo il nome di alcuni personaggi che a noi erano sembrati sospetti e fra questi c’era anche Ugo Manca. Dopo che sono state chiuse le indagini la prima volta, abbiamo appreso che nel bagno di Attilio c’erano le impronte di Ugo Manca e di altri quattro a cui non è stato dato un nome. Non c’erano le impronte di noi familiari che avevamo trascorso l’ultimo Natale con lui, né quelle degli amici che frequentavano la casa di Attilio.

Attilio è stato il primo in Italia, assieme al prof. Ronzoni, ad operare il cancro alla prostata per via laparoscopica, a soli 32 anni, al Policlinico Gemelli di Roma. Proprio a questo tipo di intervento fu sottoposto Bernardo Provenzano a Marsiglia, nell’Ottobre del 2003. Da Marsiglia proprio nel mese di Ottobre Attilio ci fece due telefonate, invitandoci a visitare la Costa Azzurra e dicendo che lui non aveva avuto tempo perché era stato impegnato in un intervento. Abbiamo chiesto alla procura di Viterbo di acquisire i tabulati, ma non lo ha mai fatto. Il giorno della sua morte, mio figlio mi telefonò alle 9.30 del mattino, chiedendo di far aggiustare la moto che si trovava nella casa al mare di Tonnarella (strana richiesta l’11 Febbraio per una moto che avrebbe adoperato ad Agosto). Dopo la sua morte abbiamo fatto controllare la moto: era funzionante, ma la telefonata è sparita dai tabulati.

In questi anni abbiamo subito delusioni, umiliazioni, sconfitte, ma abbiamo avuto anche qualche speranza. Le speranze sono state le dichiarazioni dei pentiti: Pastoia, Setola, Lo Verso, D’Amico, Lo Giudice. Io non so se arriveremo mai alla verità giuridica, ma la verità storica è sotto gli occhi di tutti. Posso solo affermare che non finirò mai di lottare, fino all’ultimo istante della mia vita .

A proposito di giornalisti

A(b)Braccio # Roberto Baldini

Oggi sono andato a farmi una radiografia per una botta che ho preso alla mano e in un flash sono tornato a quel giorno di ben 33 anni fa. Quel 21 novembre 1983, nella redazione de ‘La Nazione’ di Lucca, mano, braccio sinistro e una postura scomposta alla scrivania mi salvarono la vita (purtroppo non un occhio), facendo da scudo alla fucilata di un tale che ce l’aveva con i giornalisti.

I pallini di piombo sono ancora lì. E porca miseria quanti sono. Ormai fanno parte di me e pazienza se le risonanze magnetiche non potrò mai farle. “Un incidente di caccia?” – mi chiedono sempre i radiologi. Macché. E ascoltano stupiti il mio racconto.

Ed io, ogni volta, penso ai tanti colleghi che non avevano un braccio davanti e non stavano seduti scomposti quando sono caduti sotto i colpi di terroristi, dittatori, malviventi, mafiosi o solo pazzi. E penso a questo mestiere, il mestiere di scrivere quello che succede.

Penso a questa professione nobile, dura, spesso rischiosa, e ora mortificata da troppi sedicenti giornalisti e urlatori del web. Penso al muro del Newseum di Washington, dove sono scolpiti i nomi di tutti i giornalisti caduti in servizio, in tutto il mondo, un muro che si allunga ogni anno.

Penso a chi, per un titolo sopra le righe o per un commento provocatorio, vorrebbe tornare alle veline del Minculpop. E penso a tutta la gente che legge i giornali senza rendersi conto di quanto sia difficile raccontare il mondo. E che si illude di trovare la verità solo sfogliando un tablet.

E’ la stampa, bellezza!

A(b)Braccio # Sergio Raimondi

In principio erano un manipolo in camicia nera, stanchi della miseria del Dopoguerra e della corruzione dei governi liberali. Li guidava un maestro di scuola, gli occhi spiritati ma grande carisma. Diventarono sempre più  numerosi e si armarono di olio di ricino e manganelli per convincere gli ostili della bontà delle loro intenzioni. Cominciarono ad assaltare i luoghi di una cultura ancora elementare e popolare, le Case del Popolo appunto. E bruciavano, ridendo e sbeffeggiando, libri e giornali. Marciarono su Roma e la conquistarono, anche se il Capo arrivò in treno. La farsa diventava dramma. Parlamento azzerato senza neppure scomodare lo Statuto Albertino e al suo posto una Camera delle Corporazioni che non decideva nulla. Vennero gli “anni del balcone” in piazza Venezia, che ad ogni adunata si riempiva sempre più di popolo entusiasta e spontaneo. I giornali sparirono tranne uno, il suo Giornale d’Italia. Quelli che sopravvissero fu perché si adeguarono.

Pochi anni dopo, un imbianchino austriaco ricalcò le orme del Capo italiano. E fu peggio. Un popolo era in miseria, alla fame, le camicie questa volta erano brune e i libri e i giornali alimentavano i falò. E il dramma si fece tragedia.

Si sa, è storia dell’altro ieri. Ma è storia e come finì è cosa nota. Nei decenni successivi di pace e di democrazia, le Nuove Conquiste, i rapporti tra Potere e giornali non è mai stato facile, dalle nostre parti. Non da molto abbiamo lasciato un altro Ventennio durante il quale i giornali se non potevano essere zittiti, venivano comprati. I giornalisti scomodi cacciati o condizionati e ridotti al silenzio. I ribelli puniti con l’emarginazione. E nessuno di loro ha mai raccontato l’umiliazione dell’impotenza, la frustrazione delle battaglie combattute e perse per restare liberi e in pace con la propria coscienza. Queste non erano notizie, non avrebbero interessato nessuno. E’ storia di ieri, rischia di essere storia di domani.

I giornalisti non sono vittime né eroi. La stampa è un concetto astratto. Esistono giornali e giornalisti. Ed editori. Si dividono in bravi e asini. Buoni o cattivi è un giudizio etico, non professionale. Liberi o servi, un problema di coscienza dei singoli. Esattamente come per i medici, gli avvocati, gli ingegneri e tutti quelli che si vuole.  Enrico Mattei, grande boss dell’Eni, aveva bisogno di un giornale che sostenesse le sue strategie sulla politica energetica. Ne fondò uno tutto suo. “Il Giorno” – nonostante le sue origini – fu una grande scuola di giornalismo. Gaetano Afeltra è solo uno dei nomi.

Giornali e giornalisti informano, ma possono pure fiancheggiare e questo è un guaio. In certi mestieri l’intimità non è un bene. Indro Montanelli si vantava di non aver mai cenato con un politico. Piace pensare che fosse stato davvero così.

Giornali e giornalisti vivono – o dovrebbero – di notizie, ma anche di inchieste e di retroscena che più sono inconfessabili e meglio è. Qualcuno si ferma mai a riflettere su una verità elementare? Si legge o si sente di scandali e di politici corrotti. Chi li racconta? Strano: giornali e giornalisti. Che per loro natura fanno sistema e da queste parti sistema – piaccia o no –  vuol dire democrazia.

Chi oggi imita dai palcoscenici issati nelle piazze il giullare di ieri in piazza Venezia, chi lancia parole e campagne di odio e di disprezzo, vorrebbe forse ridurre quei rompicoglioni a ciò di cui li accusano: essere venduti. Forse sarebbero felici di comprare. Dove starebbe la differenza? Non è così che funziona. Bisogna fare sempre attenzione ai colori delle camicie: il nero e il bruno. E ricordarsene. La libertà di espressione negli Usa è garantita dal Primo Emendamento e non c’è politico che, almeno in pubblico, osi attaccarlo. In Italia dall’articolo 21 della Costituzione. Lo ripassi ogni tanto chi vuol proteggere la Carta da chi oggi vuole sfigurarla.

Chi fa o ha fatto questo mestiere, gettando sempre il cuore oltre la siepe delle amarezze e delle delusioni e delle fatiche oneste, conserva memoria, forse romantica e forse retorica, della frase famosa recitata da Humphrey Bogart in Deadline: “E’ la stampa, bellezza. E tu non ci puoi far niente”. Niente.