Parlaci ancora di lui

A(b)Braccio # Costantino Margiotta/

Qualcuno ti ha chiamata, chiedendo il permesso di scrivere di lui. Tu hai risposto: “Fatelo, di mio figlio non si ricorda più nessuno”.

Vorrei dirti che non è così, che il suo esempio, il suo lavoro di cooperante, vive nel cuore di tutti coloro che hanno incrociato il suo cammino. Vorrei dirti che gli sto ancora dedicando una parte della mia vita, forse gli anni più difficili. Vorrei e potrei dirti tante cose, ma so che – in fondo e nonostante tutto – hai ragione tu.

Tu lo chiami Giancarlo, per molti di noi è Giovanni, ma non siamo riusciti a far passare il suo nome di bocca in bocca. Si è fermato sulle labbra di Obama, per questo non siamo stati capaci di fissarlo tra le pagine della Storia della nostra città. Quella da appuntare al petto come una medaglia e che, per una volta, non parla di Mafia.

Non siamo stati degni di salutarlo con un funerale di Stato, come un nostro fratello morto, come solo certi uomini di Sicilia sanno morire. Vittime della loro generosità, della loro fantasia, del loro coraggio, della loro incapacità alla resa.

Ti hanno chiesto, per tre anni, di restare in silenzio, perché solo così lo avrebbero strappato ai suoi rapitori in Pakistan, perché solo così te lo avrebbero riportato vivo. E tu hai ubbidito e hai chiesto ai suoi amici di fare lo stesso. Perché non avevi scelta, perché era tuo figlio. Tuo figlio.

“Quel giorno sarei dovuta essere con lui. E tenerlo per mano”. Parlavi così di Giovanni quando ci siamo conosciuti. Mi hai raccontato di come l’attesa, la speranza e la tua stessa vita siano state spazzate via nei secondi necessari alla furia cieca di un drone americano che emetteva la sua sentenza di morte. Era il 15 gennaio, ma all’inizio te lo hanno taciuto.

Ti chiami Giusy Felice, ma oggi il calendario segna il compleanno del tuo Dolore. Prima aveva marcato solo la distanza tra te e lui, ora ti ha condannata alla separazione. All’assenza che rende fragili e soli, alla disperazione che avvicina le critiche più severe senza essere compresi. E agli anniversari, come questo. Un giorno e poi tornerà il Silenzio.

Vorrei parlarti ancora, dirti che qualcuno si è sentito in colpa. Forse per questo al feretro di Giovanni è stata negata la Bandiera che ci unisce. E vorrei dirti che qualcuno ha avuto vergogna. Forse per questo – da Roma e dai Palazzi a cui si chiede rispetto – non è arrivato nemmeno un messaggio di cordoglio. Chi doveva esserci, ha preferito applaudire la messa in scena di un’Opera Lirica. Chi doveva informare, ha taciuto. Chi doveva chiedere “Perché”, ha avuto paura. E chi doveva ricordare, ha dimenticato.

Hai ragione tu.

“Avete perduto un amico, un collega, un fidanzato. Io ho perso mio figlio”.
Non hai bisogno della nostra memoria.
Siamo noi che abbiamo bisogno della tua.
E che ci parli ancora di lui.
Del tuo Giancarlo.