Loris, due anni dopo

A(b)Braccio # *Mario Barresi  /

Oggi sono due anni senza Loris. Un’infinitesima infinità. Un fulmine al rallentatore. Un attimo lungo una vita. Il corpo di Loris Stival, otto anni, venne trovato in un canalone di contrada Mulino Vecchio, a Santa Croce Camerina, il 29 novembre del 2014. La madre del piccolo, Veronica Panarello, è stata condannata a 30 anni di carcere per omicidio aggravato e occultamento di cadavere. Lui dentro una tomba nella zona dei nuovi loculi del cimitero, nel paese ragusano; lei dentro una cella, in isolamento, nel carcere di piazza Lanza a Catania. In mezzo una famiglia distrutta.

Davide Stival – padre della vittima e marito della carnefice – silenzioso e dignitoso, prova a ricostruire dalle macerie, assieme al figlioletto più piccolo. Che, dopo due anni, ha smesso di chiedere quando tornano Loris e la mamma. Non si fa più domande. Fra poco troverà una risposta, smanettando sul web o ascoltando un innocente spiffero malvagio di un compagno di scuola . Allora sì che ricomincerà a fare tante altre domande. E poi c’è Andrea Stival – nonno della vittima e suocero della carnefice – insozzato dalla doppia accusa di Veronica («eravamo amanti, ha ucciso lui il bambino perché ci aveva scoperti e voleva raccontare tutto»), benché riabilitato dal gip di Ragusa. Che, non credendo alla versione della donna, ha trasmesso gli atti alla Procura per l’ipotesi di calunnia nei confronti di nonno Andrea. Ma il paese è piccolo e la gente mormorava, mormora e mormorerà ancora per chissà quanto. Come dopo ogni nubifragio, anche quando fa capolino il sole, resta il fango.

«Questa storia mette assieme il peggio di Cogne e il peggio di Avetrana», sussurrò un investigatore di trincea già nei primi giorni dopo il delitto. Una verità che in questi due anni s’è materializzata. Giorno dopo giorno. Bugia dopo bugia. Squallore dopo squallore. Perché magari la testa di Veronica (capace di intendere e di volere secondo i periti del tribunale) è una scatola nera che non è ancora stata ritrovata. Ma è anche vero che sull’omicidio di Loris s’è costruito un baraccone allucinante. Popolato da familiari in versione juke-box (che cantavano in diretta tv previo pagamento di obolo, come si legge anche nelle paradigmatiche intercettazioni finite agli atti del processo), ma anche di uno sgangherato codazzo di pseudo-giornalisti disposti a (ri)passare sul cadavere di un bambino pur di avere uno zero virgola in più di share o tre righe di scoop pruriginoso in più. Fra mutandine false e vere cantonate.

Abbiamo raccontato una storia che ha sconvolto tutta Italia. Senza risparmiarci, ma provando a essere corretti e scrupolosi. Eppure alcuni di noi hanno dato il peggio. E nessuno ha mai chiesto scusa. Per gli errori – morali, prima ancora che deontologici – compiuti in quello che era diventato un gioco senza regole. Ma la cosa più grave è che per quasi due anni si è arrivati all’assurdo paradosso di parlare della morte di Loris rimuovendo Loris. Dimenticato, da (quasi) tutti nella folle corsa all’esclusiva.

Per questo oggi – a bocce ferme, aspettando le motivazioni della sentenza prima di rituffarsi nel processo d’appello – è forse il giorno giusto per ricordare la piccola vittima senza altre contaminazioni mediatiche. E recitare, dopo un sincero mea culpa, una preghiera laica sulla lapide con i peluche che fanno la guardia a quello sguardo vispo e triste. Affinché Loris possa trovare pace. Dopo essere stato ammazzato dalla madre e poi sfregiato dalla morbosità.

*giornalista “La Sicilia”