Gli occhi verdi di mia madre

A(b)Braccio # Myriam Giacalone

“Ciao, ci vediamo presto!”. Sono tornata a Roma. Porto con me gli occhi di mia madre. No, non le ho staccato le iridi, i suoi occhi verdi sono ancora ben saldi al suo viso dolce. Li porto con me, dentro di me, impressi come un marchio a fuoco sul cuore e sulla coscienza. Ho provato a prendermi cura di lei e dei suoi occhi nostalgici di un tempo che non c’è più. E li ho visti tristi, curiosi, stanchi, teneri, amorevoli, irritati, impazienti, confusi, assonnati, interroganti, infiniti come il mare. E ditemi voi se non sono occhi pieni di vita, ancora.

Li porto con me perché li ho fissati prima di abbracciarla per un commiato che non è mai abbastanza pieno, che non è mai abbastanza lungo, che dura sempre troppo poco e ci si abbraccia per un decimo del tempo desiderato. E poi un cenno con la mano, io fuori dal cancello, lei sull’uscio della porta, per salutarci ancora che non basta mai. A sottolineare che sono io la vigliacca che va, mentre lei resta. Lei resta a casa, io mi allontano oltre le sbarre. E il senso di abbandono è compiuto.

Ma nel portafogli ho messo una sua fototessera di lei ragazza, con un taglio di capelli improbabile e un’acconciatura voluminosa. E ho preso anche la sua vecchia patente, quella che sembra di stoffa, rosa, con tanti bollini colorati a segnare gli anni dei rinnovi. Così la sua bellezza è tangibile e intatta, anche in uno sguardo più antico e pieno ancora di speranze. E i suoi occhi li ho sempre in quelle foto a portata di mano. Sono verdi e bellissimi e quando mamma si emoziona, cambiano un po’ tonalità e diventano di un verde più chiaro.

A me piace guardarla emozionata, con la boccuccia che si fa stretta e il naso che le diventa rosso. Sembra piccola e mi intenerisce e vorrei regalarle la vita. A lei che me l’ha data e che la guida, a lei che mi ha insegnato l’amore ma anche l’impazienza e la risolutezza, i sogni e la verità, la testardaggine e la fantasia.

Mamma che forse non lo sai, tieni gli occhi verdi accesi e vigili, perché quell’uscio lo varchi sempre con me.

Chiedetemi se sono felice

A(b)Braccio # Francesca Olivieri Massaro

Se mi guardo indietro, non ci credo ancora. Se camminando mi imbatto in uno specchio, cerco conferme osservando la mia ex silhouette, sostituita da una pancia al nono mese. E poi, andando piano piano più su, scorgo il mio volto. E quella – anche se incredibile a dirsi – sono proprio io.

Lo dico. Questa maternità è stata per me un rombo di tuono. Anni e anni di tentativi infruttuosi, con il supporto del mio super paziente marito, fino alla decisione – silenziosa, mai pronunciata, come uno scabrosissimo tabù – di dire: “Adesso basta, è arrivato il momento di farsene una ragione”. 

Da quel doloroso, ma consapevole, istante sono passati esattamente sei mesi per scoprire che dentro di me battevano due cuori: il mio, fortunatamente, e quello di fagiolino, che andando avanti coi mesi abbiamo scoperto essere una fagiolina.

Adesso mi trovo nella fase dell’acchianata, diciamolo chiaro. Sono poche le mamme che vi diranno le cose come stanno veramente. E cioè che oltre al lato festoso, gioioso, petaloso, della nuova vita in arrivo, c’è – eccome se c’è – la fase del torpore che pian piano si trasforma in quell’insonnia che ti fa scoprire in tv, alle quattro del mattino, serie mai viste con Tom Selleck. Per non parlare del tuo maritino che prima ti chiamava amore e adesso ti chiama graziosamente catananna, per la leggiadria che ormai contraddistingue i tuoi movimenti (avete presente la storia dell’elefante nella cristalleria?).

Potrei proseguire parlandovi del fatto che non riesci più ad allacciare quelle scarpe tanto carine prese a Roma, che ti facevano sentire tanto figa, ma forse è il caso di non andare oltre e di stendere un velo pietoso.

A tavola, poi, guardi quella zuppa di cozze fumante, che ti passa sotto al naso e ti ripeti come un mantra: “RINUNCIO”. E così per centinaia di piatti e cibi di cui sconoscevi la pericolosità, manco fossero fatti con la criptonite. Voi conoscete la pericolosità del prosciutto crudo o della soffice e gustosa burrata? Ecco, fino a poco tempo fa nemmeno io.

Beh, adesso questa “nana” scalcia dentro di me e fa sentire tutta la sua presenza, a breve avrò un’altra visita dal ginecologo. Li chiamo “i miei appuntamenti con lei”, perché oggi l’ecografia in 3D mi permette di vederla. Vado avanti così, aspettando quell’incontro tanto desiderato. E che Dio ce la mandi buona, a me e al mio spaventatissimo maritino.