Notte prima della finale

“Vi abbraccio tutti, come questo blog ha fatto con me”.
Marco Tardelli

Non ho perso un solo istante della notte prima della finale dei Mondiali del 1982. Ho passato ore a confessarmi con il mio allenatore, Enzo Bearzot, stella polare nel cielo di Madrid. Ho aspettato che le stelle si spegnessero a una a una, ho ascoltato il silenzio, ho sfogliato i miei sogni come le pagine di un libro. Indugiando in un limbo di ricordi, timori e speranze, in bilico tra l’inferno e il Paradiso. Mentre tutti dormivano, a poco a poco si svegliavano le mie emozioni. Nell’intimità del buio riuscivo a viverle fino in fondo.

Ed ecco l’alba. Mi sono avvicinato alla finestra, ho visto riflessa la mia faccia nel vetro e, come facevo da bambino nella mia stanzetta a Pisa, ho recitato la formazione dei miei miti: «Riva, Mazzola, Rivera, Facchetti». Mi mettevo davanti allo specchio appeso all’armadio che dividevo con i miei fratelli, gonfiavo d’aria il mio torace ossuto e cercavo di capire che effetto avrebbe fatto il mio nome pronunciato insieme a quelli di veri campioni: «Riva, Mazzola, Rivera, Tardelli». A quel punto, buttavo fuori tutta l’aria e mi fermavo. Ma come avrebbero fatto le persone a gridare il mio nome? Mi sembrava impronunciabile.

L’ultima volta che la nazionale aveva incontrato la Germania nella fase finale di un Mondiale risaliva all’epica partita Italia-Germania 4 a 3. L’avevo guardata da un piccolo televisore incastrato in un angolo del retrocucina del Grand Hotel Duomo a Pisa, dove facevo il cameriere. E invece, questa volta, in campo andavo io. Ero il numero 14 della Nazionale di calcio italiana. Erano passati 44 anni da quando avevamo vinto l’ultima coppa del Mondo, ed era giunta l’ora di riconquistarla.

La mia testa era allo stadio Bernabeu, affondavo i piedi nudi nella moquette della stanza come per testare la consistenza del campo. Tutto intorno a me era ovattato. I miei sensi, i miei pensieri erano concentrati sulla finale.

Dovevo raggiungere i miei compagni per la colazione, era arrivato il momento di scoprire il mio destino. L’emozione più forte è sempre l’attimo prima della sfida.

Tratto dal libro: “Tutto o niente”
di Marco e Sara Tardelli
ed. Mondadori

L’urlo di mio padre

A(b)Braccio # Sara Tardelli

Posso assicurare che gli urli che mio padre ha dedicato a me e mio fratello sono molto più clamorosi di quello al Bernabeu. L’11 luglio 1982, mentre 36 milioni e 700 mila italiani guardavano la partita, dormivo. Ma quell’urlo è rimasto impigliato anche nelle trame della mia vita.

Fare il calciatore ai massimi livelli, come ha fatto mio padre, costringe anche la sua famiglia a misurarsi con il successo e con i sacrifici necessari per raggiungerlo. Per esempio, quando sono nata, mio padre non c’era, il che si concilia maluccio con l’idea romantica del padre che una primogenita accarezza già nei suoi sogni embrionali.

E comunque, tutte le persone che lo amano davvero devono rassegnarsi a questa sua passione travolgente per il pallone, con la consapevolezza di chi sa che, se è impossibile competere con un grande amore, è possibile invece diventarne complici.

Tratto da: “Tutto o niente”
di Marco e Sara Tardelli
ed. Mondadori