Chiedetemi se sono felice

A(b)Braccio # Francesca Olivieri Massaro

Se mi guardo indietro, non ci credo ancora. Se camminando mi imbatto in uno specchio, cerco conferme osservando la mia ex silhouette, sostituita da una pancia al nono mese. E poi, andando piano piano più su, scorgo il mio volto. E quella – anche se incredibile a dirsi – sono proprio io.

Lo dico. Questa maternità è stata per me un rombo di tuono. Anni e anni di tentativi infruttuosi, con il supporto del mio super paziente marito, fino alla decisione – silenziosa, mai pronunciata, come uno scabrosissimo tabù – di dire: “Adesso basta, è arrivato il momento di farsene una ragione”. 

Da quel doloroso, ma consapevole, istante sono passati esattamente sei mesi per scoprire che dentro di me battevano due cuori: il mio, fortunatamente, e quello di fagiolino, che andando avanti coi mesi abbiamo scoperto essere una fagiolina.

Adesso mi trovo nella fase dell’acchianata, diciamolo chiaro. Sono poche le mamme che vi diranno le cose come stanno veramente. E cioè che oltre al lato festoso, gioioso, petaloso, della nuova vita in arrivo, c’è – eccome se c’è – la fase del torpore che pian piano si trasforma in quell’insonnia che ti fa scoprire in tv, alle quattro del mattino, serie mai viste con Tom Selleck. Per non parlare del tuo maritino che prima ti chiamava amore e adesso ti chiama graziosamente catananna, per la leggiadria che ormai contraddistingue i tuoi movimenti (avete presente la storia dell’elefante nella cristalleria?).

Potrei proseguire parlandovi del fatto che non riesci più ad allacciare quelle scarpe tanto carine prese a Roma, che ti facevano sentire tanto figa, ma forse è il caso di non andare oltre e di stendere un velo pietoso.

A tavola, poi, guardi quella zuppa di cozze fumante, che ti passa sotto al naso e ti ripeti come un mantra: “RINUNCIO”. E così per centinaia di piatti e cibi di cui sconoscevi la pericolosità, manco fossero fatti con la criptonite. Voi conoscete la pericolosità del prosciutto crudo o della soffice e gustosa burrata? Ecco, fino a poco tempo fa nemmeno io.

Beh, adesso questa “nana” scalcia dentro di me e fa sentire tutta la sua presenza, a breve avrò un’altra visita dal ginecologo. Li chiamo “i miei appuntamenti con lei”, perché oggi l’ecografia in 3D mi permette di vederla. Vado avanti così, aspettando quell’incontro tanto desiderato. E che Dio ce la mandi buona, a me e al mio spaventatissimo maritino.

Se fossi madre

Se avessi una figlia femmina, le insegnerei a non cadere nei luoghi comuni e a non credere mai al concetto di ‘impossibile’. Che non è scritto da nessuna parte cosa lo è e cosa no. Le insegnerei a sperare, perché la speranza è un sentimento bellissimo. E nessuno ha il diritto di togliertela. Mai.

Se avessi un figlio maschio, gli insegnerei a esternare i suoi sentimenti. Gli insegnerei a dire, piuttosto che negare. Soprattutto quelli belli, che sono i più difficili da esprimere. Che gli uomini veri sanno anche piangere. Che non è vero che è segno di debolezza.


Se fossi una madre, potrei dire quanto è bello esserlo e avrei il diritto di parlare di maternità. Ma si può essere madri anche senza avere figli e avere qualcosa da insegnare lo stesso. Perché si può essere madri dentro, per costituzione. E quella di oggi è anche la loro festa. La festa delle madri che non lo sono mai state.