Ti ricordi, papà?

A(b)Braccio # Marco Pomar

Ti abbraccio. I tuoi occhi sorridono come se non fosse accaduto niente. O come se non fosse accaduto tutto. È astuto il cervello. Nasconde ciò che vuole. Anzi, ciò che non vuole. Hai ristretto il recinto della tua esistenza, lasciandoci dentro molto meno di quanto avresti potuto. Chissà se alla tua età farò lo stesso.

Qualche volta guardandoti, mi chiedo se davvero vorrei la risposta reale alla domanda più banale: come stai? Come stai quando confondi il giorno e la notte? Come stai quando allunghi una mano in quel letto troppo grande, ma la mamma esiste solo nei tuoi sogni? E almeno lì non soffre. Come stai quando guardi la televisione senza sentirla, o quando leggi il giornale sovrapponendo le notizie? A cosa pensi davvero?

Ti ricordi di quando mi accompagnavi a scuola con la 124 L? E di quella volta che mi vedesti mentre non entravo, ma non dicesti nulla alla mamma? Ti ricordi dell’estate nella quale villeggiammo a San Martino, e tu, dopo il lavoro, te lo scordasti e arrivasti fino ad Aspra? Hai memoria della tana delle cernie? Solo tu la conoscevi, prima del faro, ed era un pranzo sicuro, ogni giorno d’estate.

Una volta comprasti dei libri al Remainders, a metà prezzo, e mi portasti uno splendido fumetto di Dick Tracy, che ancora non conoscevo. Se la felicità è un libro, quella è stata una pagina importante. Non scontata come i volumi che comprasti. Avremmo potuto parlare di più, forse, e scherzare di meno. Ma a me va bene così. Solo che ognuno di noi è un contenitore di cose, di ricordi, di storie, che mi piacerebbe condividere di più, anziché rimpiangerle. Però tu non lo hai fatto prima, adesso la vedo difficile. E le piccole grandi abitudini che hai cambiato? Erano vere quelle di prima o quelle di adesso?

Tra qualche giorno spegnerai le due candeline con i numeri, che a spegnerle tutte diventerebbe dura. Le candeline sono come i desideri: aumentano proprio quando hai meno potenzialità. Saranno 94, come l’anno nel quale morì una parte di te. E di tutti noi. E allora ben vengano le rimozioni, le selezioni, e i sorrisi qui ed ora. Auguri, papà. Ti abbraccio.

Allegria!

A(b)Braccio # Totò Rizzo

A un certo punto, come un intermezzo che smorzava la tensione della gara, a “Rischiatutto” c’era un breve giochino con il pubblico in studio. Una sera venne scelta un’anziana signora, distinta, minuta, stretta in uno di quei tailleurini squadrati che certe signore d’età portano ancora. Unica tinta, ma non pervenuta ché c’era ancora la tv in bianco e nero.

“Da dove arriva?”- le chiese Mike quando le orecchie gli si drizzarono per la cadenza non proprio meneghina. “Da un paesino della Sicilia” – rispose lei timida. “E come si chiama questo paesino? Magari qualcuno la starà guardando, adesso…” – “Ficarazzi” – scandì lei con un certo orgoglio. Montò come un fruscio risolino tra il pubblico della Fiera e lo stesso Mike e anche Sabina – con una smorfia a fior di labbra – fecero trasparire come pure a loro sembrasse “strambo” quel suffisso lì. Ma furono pochi secondi soltanto. La smorfia si smorzò sulle stesse labbra sulle quali era nata e si addomesticò anche il fruscio risolino.

Ipocrisia da benpensanti, pruderie, buon gusto, autocensura, chiamatela come volete ma pensavo a cosa sarebbe successo oggi, invece, stessa allusione servita su un vassoio d’argento ma altri tempi, altre facce, altri toni, altre tendenze sul full color satellitare. E ci pensavo rimpiangendo Mike, ovviamente, che riusciva ad essere garbato anche quando lo facevano andare fuori dai gangheri, vuoi che fosse un concorrente furbino o un ospite un po’ sopra le righe, come quando mamma-papà-nonno-nonna-bimbi abbandonarono indispettiti lo studio di “Giochi in famiglia” per presunti favoritismi nei confronti del nucleo domestico avversario (Mike era correttissimo anche se non lesinava, a favor di spettacolo, simpatie o diffidenze) o Aldo Busi lo apostrofò “venditore di prosciutti” al Festival di Sanremo (“chi è lei?” gli chiese Mike che forse davvero non sapeva chi fosse quel signore tra la pletora dei giornalisti e quando il “venditore di collant” gli rispose garrulo: “Sono Lauretta Masiero” – lui replicò, più che garrulo, stando al gioco – “Oh, ciao, Lauretta!”).

Mike che sapeva anche essere cinico perché “the show must go on” e allora va avanti anche lui, imperterrito, e chi se ne importa se la valletta-presentatrice gli sviene accanto in diretta sul palcoscenico del Casinò per attirare qualche sguardo, foto e commento; Mike che va avanti e però non se la sente di salutare col suo “allegria!” quando la Rai gli dice di continuare Sanremo nonostante la sera prima Tenco si sia sparato. Mike che soffre – in silenzio, sbottonandosi solo anni dopo – quando la Rai non cerca di strapparlo al canto delle sirene berlusconiane, né quando Berlusconi stesso quelle sirene gliele propone, con un silenzio poco riconoscente, per annunciargli il “fine turno”.

Adesso Fazio rifarà “Rischiatutto e magari sarà garbato anche lui, ma di un garbo diverso, come “da scaletta”. Copia rispettosa, ma copia pur sempre. L’originale – di cui sentiamo nostalgia – non c’è più, oggi sono sette anni. “Allegria!”. Boh, ci sforzeremo.