La solitudine dei numeri innamorati

A(b)Braccio # Franco Cascio

Ce l’aveva a morte con gli arabi. “È tutta colpa loro e della loro fottuta numerazione” – diceva sempre tra sé. Il numero tre passava tutto il giorno a dannarsi l’anima. “Un solo posto, uno solo. Che sfiga, che rabbia”.

Era innamorato del cinque. Un amore pazzesco, indefinibile. Avrebbe voluto passare l’esistenza accanto al cinque. Avrebbe voluto offrigli tutto il suo amore. Ma la serie dei numeri lo aveva condannato a stare lontano – per poco, appena un posto – da chi amava. C’era il quattro a tenerli separati. Quel quattro, dalle spalle curve, che veniva subito dopo di lui e subito prima dell’amato cinque. “Maledetto gobbo” – diceva. Ma poi se ne pentiva. Lo invidiava, sicuro, ma non ne era affatto geloso.

Al quattro del cinque non importava nulla. E al quattro il cinque non aveva mai fatto nemmeno un sorriso. Se ne stava a guardare in su, distratto, il quattro. Era un sempliciotto, privo di qualsiasi ambizione. A differenza del tre, il numero tra i numeri, il numero perfetto. Sbirciava ogni tanto, cercava di farsi notare dal cinque, provava invano a stabilire un contatto. Niente, quello stupido quattro non si rendeva nemmeno conto, con la sua ingombrante presenza, di quale fastidio procurasse.

Ma una notte il tre non ce la fece davvero più. Approfittò di un momento di distrazione del quattro e – tac! – prese il suo posto e finalmente era lì, accanto a chi amava. “Eccomi, sono qui, ti ho aspettato per tutta la vita!”. Il cinque non si fece pregare e fecero l’amore già quella stessa notte.

“Uno, due, quattro, tre, cinque, sei, sette…”, eccola la nuova serie dei numeri. E il tre era felice, e il cinque sembrava esserlo pure. Ma il tre non aveva tenuto conto di ciò che sarebbe potuto accadere. E la felicità durò ben poco.

Mentre lui finalmente sfogava il suo amore, tra gli uomini invece avvenne il caos. La temperatura del pianeta impazzì e nessuno fu più in grado di controllarla, le borse di tutto il mondo crollarono, nessuno fu più in grado di garantire trasporti, cibo, acqua. Tutti i sistemi informatici che gestivano le cose più semplici andarono in tilt. Così come il fuso orario: in alcune parti del pianeta era notte con il sole, in altre giorno con il buio. In poche ore fu un’ecatombe. La razza umana in pochi attimi si trovò a un passo dal rischio estinzione. Fu così che tra gli dei si scatenò il panico.

Il Dio dei Numeri convocò d’urgenza il Dio dell’Amore e insieme convocarono il tre. “Ti rendi conto di cosa hai combinato?”, tuonò il Dio dei Numeri, mentre il Dio dell’Amore, un po’ imbarazzato, se ne stava in disparte. “Che ho fatto?”, rispose il tre come se cadesse dalle nuvole. “Hai combinato un inferno. Il tuo gesto ha prodotto catastrofi su catastrofi”. “Non è possibile”. “Sì invece. E tutto questo solo per soddisfare un tuo stupido bisogno”. “Andiamoci piano”, intervenne stizzito il Dio dell’Amore, ma che presto se ne tornò in disparte dopo un’occhiataccia del Dio dei Numeri. Il tre balbettò: “Io davvero non volevo…non sapevo…non credevo…”.

“Come ti è venuto in mente di fare una cosa del genere?”, urlò il Dio dei Numeri. “L’ho fatto per amore…”, disse timidamente il tre. “Per cosa??”, gridò ancora più forte il Dio dei Numeri. “Per amore!”, sentenziò fiero il Dio dell’Amore, incurante dell’imminente altra occhiataccia del collega. “L’ho capito! Ma ti pare normale creare il caos solo per le tue smanie d’amore?”, disse il Dio dei Numeri. “Ma l’amore può tutto! L’amore giustifica tutto!”, rispose il tre cercando lo sguardo di approvazione del Dio dell’Amore, che invece lo sguardo lo teneva basso.

Stavolta fu il Dio dei Numeri a interrogare con lo sguardo quello dell’Amore: “Allora?”. “Beh – farfugliò – sarebbe così…in effetti…però…”. “Però – intervenne il Dio dei Numeri per togliere dall’imbarazzo l’amico con il quale fino a quel momento non era stato affatto tenero – non si può distruggere tutto, giocare con la vita altrui, condizionare l’esistenza degli altri, nascondendosi dietro la scusa dell’amore. Ma chi l’ha detto? E poi che amore è quando il prezzo da pagare è procurare dolore?”. Il Dio dell’Amore non sapeva che dire. In realtà avrebbe voluto dire tanto, ma non sapeva da dove iniziare. La razionalità del Dio dei Numeri e la gravità di quanto accaduto lo avevano completamente spiazzato.

Il tre capì e obbedì. Guardò un’ultima volta il cinque, che mai come in quel momento gli sembrava così diverso da come l’aveva sempre immaginato. Si chiese se davvero ne valesse la pena, se il cinque l’avesse davvero amato. Magari sì o magari no. Tornò al suo posto, il tre. Continuò ad amare il cinque da lontano. Pensò allora che aveva ragione lui, che l’amore davvero può tutto, visto che continua a esistere anche da lontano.

Poi però pensò che forse il vero amore è solo quello che fa soffrire chi ama o forse che è tutto un’illusione, che l’amore in realtà non esiste e che ogni sacrificio non sarebbe servito comunque a niente. Che il Dio dei Numeri, in fondo, non aveva torto. Che quello dell’Amore, tra gli dei, è quello che conta meno, che nelle scelte per l’Umanità è l’ultimo ad avere la voce in capitolo. Perché l’Amore, irrazionale com’è, non è per niente affidabile nel garantire l’ordine, nel mantenere l’armonia tra gli uomini. Non è l’amore, ma i tanti suoi contrari a tenere in vita l’Umanità. Pensava a tutto questo, mentre osservava il quattro – anche lui di nuovo al suo posto – che non si era accorto praticamente di nulla.