Gli amori impossibili

di Daniela Tornatore /

Sminuiti, dissacrati, incompresi, sviliti, umiliati, negati, derisi, smontati. Ancor prima della sofferenza, la condanna per gli amori impossibili è l’inammissibilità. La vita moderna vuole che gli amori impossibili siano considerati fuori moda, fuori stagione, fuori tempo, fuori tutto.

Gli amori impossibili sono impossibili come per due rette parallele è impossibile incontrarsi. E più sono parallele e più è impossibile. Si rincorrono, si guardano, si cercano, si sfiorano e poi, inevitabilmente, si perdono. All’infinito. Anche se ci piace credere che, prima o poi, ci sarà un punto in cui si incontreranno. Per sempre.

Gli amori impossibili sono amori rari, imperfetti, tormentati, struggenti, passionali, folli. Sono amori indimenticabili, fatti di sentimenti ambivalenti, in un alternarsi di botte di adrenalina e sofferenze.

Gli amori impossibili vivono l’ingiustizia come conseguenza di una scelta altrui, si tormentano nel dolore di non poter vivere un sentimento forte e devastante, e subiscono l’illusione di ciò che poteva essere ma non è stato.

Ci sono amori impossibili ovunque, ogni sera. Da qualche parte nel mondo, qualcuno torna a casa e si sente travolto da quei ricordi, dalla nostalgia di una persona, dal rimpianto per qualcosa, dalla malinconia dei ‘non si può tornare indietro’, dall’amarezza dei ‘mai più’ ingannati, dalla rabbia per quell’ultimo miglio, mancato – fatalmente – sempre per un pelo.

Gli amori impossibili non finiscono mai. Sono quelli che durano per sempre.

L’amore tatuato di Giallini

A(b)Braccio # Ettore Zanca

Esistono molti amori così diversi quanto diverso è un fiocco di neve dall’altro. Ci sono gli amori abitudinari, sicuri e protettivi come una famiglia di elefanti; gli amori che si incendiano e lasciano terra bruciata, che vanno contro i parenti e gli amici che sconsigliano di proseguire. In ogni caso, nella vasta rosa in cui si ammirano i petali, spesso ne gustiamo l’essenza fino in fondo. Che sia vivere insieme per sempre, che sia recidere tutto quando è il momento.

Alcune storie lasciano il vago sapore di incompiuta. Ci si vive, ci si scruta, si fa una vita insieme, poi, come nel peggior romanzo d’appendice, qualcosa cambia la trama. Quello che è successo a Marco Giallini. L’attore che dopo aver recitato in Romanzo criminale, ha visto decollare la sua carriera con la parte del chirurgo plastico in Perfetti sconosciuti, e adesso interpretando il commissario trasgressivo nato dalla penna di Antonio Manzini, Rocco Schiavone.

La sua vita sembrava quella di un normale predestinato. Qualcuno che avremmo riconosciuto per sempre sugli schermi del cinema e della Tv. La sua vita privata era protetta da una bolla di discrezione come del resto il suo carattere voleva. Marco ha conosciuto mestieri umili, partito dal fare il bibitaro, così ha conosciuto Loredana. Lui totalmente incapace di essere spigliato con una donna, fu lei ad essere intraprendente, dopo tre anni di silenzi da orso, propose a Marco di mettersi insieme. Non si sono lasciati più.

La loro era una vita in cui il cinema entrava dalla porta di servizio. Niente star system, niente lustrini. Si tornava a casa e c’erano gli gnocchi e le tagliatelle fatte con le mani di Loredana. Quando cominciarono ad arrivare i primi riconoscimenti, Loredana non riusciva proprio ad entrare nei panni della “first lady”, per cui quando la macchina della casa di produzione stava arrivando nei luoghi di premiazione, lei scendeva prima e si andava a sistemare in platea, lasciando a Marco lo spazio da solo. Il loro percorso è stato costellato da due figli.

Stavano insieme da 25 anni. Nel 2011 la moglie sta partendo con i bambini per le vacanze estive, poco prima di partire Loredana dice di avere un gran mal di testa. Si siedono un attimo sul divano e Marco le parla all’orecchio per tranquillizzarla. Fino a che non si accorge di parlare da solo. Loredana non c’è più. Emorragia cerebrale. Se la porta via un pomeriggio di vigilia d’estate. Marco potrebbe diventare ancora più chiuso, invece impara che il dolore è condivisione, parla con chi ha avuto la sua stessa esperienza repentina, come l’attrice Kasia Smutniak. Cucinò per venti persone ogni sera, gente che non lo lasciava solo, amici e conoscenti, e fece da guscio ai figli che non capivano perché la madre non ci fosse più.

Adesso Marco ha ripreso a vivere, forse l’occhio è più tagliente, la vita è più difficile da affrontare, ma quel dolore rende sempre meglio sulla scena. Dove quel qualcosa in più da dare per Marco non è così difficile, non dopo quello che ha passato. Adesso ha due motivi per continuare a vivere, anzi tre: i suoi figli e una nuova compagna. Ma a perenne ricordo, ha un cuore tatuato sull’anulare. Perché esistono molti tipi di amore. Marco ha assaporato quello tranciato. E il sapore non era tanto buono. Ma, come la medicina di Pinocchio, tocca mandare giù. Ciak, si gira.

Ma che ne sa Amnesty?

A(b)Braccio # Rosario Roy Orlando

“Ma che ti prende?” – spaventata mi chiede mia madre. Non riesco a parlare, perché mi è rimasta l’ultima sillaba del rapporto di Amnesty International di traverso dopo il machecazzo che ho urlato. Prendo fiato e provo a spiegarglielo. La sua risposta è: “Futtitinni! Questi cercano solo visibilità”. E se lo dice una donna di 76 anni, attentissima telespettatrice di ogni telegiornale, non posso che ascoltarla.

Questa volta però no! Non resto zitto come diplomaticamente faccio, ignorandoli, ogni volta. Dico, ma veramente lo vedete uno di noi che tira per la ciolla un migrante? Sul serio! Chiedo seriamente! Mi ci vedete ad infilare le mani nella patta dei pantaloni di uno di loro e, impugnato il coso, tirarglielo così forte da farlo “urinare sangue per giorni”?

La mia rabbia monta e con essa la voglia di urlare con quale bella e splendida gente sono chiamato a lavorare ogni giorno. In 28 anni di servizio ne ho sentite e viste di tutti i colori. Ogni santo giorno con le mani infilate nella cruda realtà della società ed ogni volta mi si chiede che le mani, una volta uscite, continuino a profumare di essenza di rose. Gli ultimi quasi 20 anni li sto passando immerso, totalmente, in questa immane tragedia che è la migrazione dall’Africa e non è passato un solo giorno in cui io non abbia dato retta alla mia coscienza. Alternando il senso del dovere al mio pretendere (da me stesso e dai miei colleghi) d’essere UMANO. In ogni momento ed in ogni luogo.

La mia meta privilegiata di servizio è sempre stata Lampedusa e non sto qui a ciolliarvi su come sia bella Lampedusa. Lo sapete già. Bella tanto quanto può essere “cruda”. C’e’ una foto nel mio repertorio che mi rappresenta bene. Sono ritratto io seduto, in uniforme operativa, su di un masso di Capo Grecale, intento a scrutare l’orizzonte alla ricerca di un qualche barcone. Per questo i miei amici mi chiamano “Sottotenente Giovanni Drogo”, esattamente come il personaggio centrale de il “Deserto dei tartari”. Così me ne sto sulle mura della fortezza di Bastiani ad attendere un qualcosa che arriva e non arriva. E lo faccio insieme a degli splendidi amici e colleghi che mi accompagnano in questo percorso. Ragazzi che, come me, lasciano a casa i loro affetti per tuffarsi in prima linea senza lesinare sacrifici.

Negli anni, insieme a loro, ho riso, giocato, cantato ed anche pianto. Quando quello che vedi trapassa la corazza che ti sei costruito, arrivandoti dalla pelle al cuore, non resti indifferente. A volte mi è successo di interagire con le scolaresche o con alcuni colleghi sulla mia esperienza “Lampedusa”. Una volta, durante una di queste, incontrai uno di loro piuttosto ostico. Di quelli “convinti” da arcinote ideologie nazionalistiche a cui il “nero” piace solo se indossato. Ricordo che ad un certo punto della conversazione (che si sviluppava pubblicamente davanti a un centinaio di ragazzi) cominciò a pungolarmi sul fatto che “le forze di polizia come le forze armate stiano agevolando un’invasione”. Dovetti raccogliere la mia pazienza. Chè uno come me, siciliano dentro e fuori, ne ha sempre poca.

Mi fermai un attimo prima di rispondergli e gli formulai la stessa domanda che oggi vorrei formulare al relatore di Amnesty International. Una domanda terribile! Una domanda che formulai una volta ad un gruppo di psicologi dipartimentali e che formulai pure al mio amico Daniele studente di psicologia. Lo guardai dritto negli occhi, così come oggi farei con il tizio di Amnesty, e gli chiesi direttamente: “Secondo te quanto può pesare una bambina di 9 anni?”. Mi guardò incredulo, forse chiedendosi che cavolo volevo dire e dove volevo arrivare. Lo incalzai ancora di più: “Quindi? Quanto può pesare una bambina di 9 anni? 10, 15, 20 chili? Quanto?”. Cominciarono a guardarsi in volto passandosi la risposta fino a quando proprio quello mi disse: “Se ha 9 anni non pesa oltre i 20 chili”. Trattenni il respiro e continuai: “Quindi una bambina di 9 anni non pesa oltre i 20 chili?”. Annuì di sì con il capo.

Ricordo che dovetti raccogliere tutta la mia forza per trattenere il dolore di quello che con la successiva domanda gli avrei chiesto. Perché anche un poliziotto navigato come me, che ne ha viste e passate di tutti i colori, ha un’anima. E tornai a chiedergli: “E tu sai quanto pesa il corpo senza vita di una bambina di 9 anni?”. Calò il gelo in quella sala. Lo stesso gelo che mi circola nelle vene dopo ogni giornata martoriata che passo immerso nel dolore di quella gente. E gli chiesi ancora: “Secondo te uno come me, alto, forte, in piena salute ed allenato, perché faticava a tenere in braccio il corpo di una bambina di 9 anni morta durante la navigazione?”.

Tu sai quanto pesa veramente il corpo di una bambina di 9 anni? Bene! Te lo dico io! Pesa TANTISSIMO! Ecco, caro Sig. Amnesty International. Tu non lo sai e non puoi saperlo quanto pesa quel corpo e non puoi saperlo quanto hanno pesato sulle mie forti braccia (e sul mio cuore ferito) tutti i corpi che, insieme ai miei fratelli e colleghi, abbiamo tirato fuori dai barconi o abbiamo raccolto dalle splendide acque di Lampedusa. E sai perché non puoi saperlo? Perché dalla tua bella scrivania, pagata con le donazioni volontarie, non ti sei mai mosso. Ed è questo il beneficio del dubbio che ti concedo, non conoscendo realmente cosa devono attraversare e vivere i poliziotti, come me e come noi, che scelgono di servire il loro Paese in quei tristi luoghi che per te si chiamano Hotspot e che per noi si chiamano UMANITA’.

Realizzammo un video, l’anno scorso. Dovevamo veicolarlo per il passato Natale, ma ci fermammo per pudicizia. Sì, amico mio. Per timidezza. Perché ti sembrerà strano, ma anche se per te siamo capaci di allungare forzatamente il pene di un migrante, proviamo imbarazzo nel far conoscere a te ed al Paese che i poliziotti più a sud d’Italia e di quella Europa che ci ignora, piangono ogni giorno. Per ragioni legali abbiamo dovuto privare il video della cosa più bella che quei bambini ci hanno donato: i loro occhi. E non passa un solo giorno in cui tra di noi non ci si ricordi dei loro sorrisi.

Oltre la metà dei bambini del video sono rimasti orfani durante la traversata. Non avevano giocattoli e noi, con l’aiuto di molti amici, riuscimmo a farcene arrivare centinaia. Nella mia anima rimangono però tutte le volte che in piena notte, talvolta in avverse condizioni meteo, non abbiamo esitato a tuffarci in acqua, a trovare riparo da pioggia e freddo o ad essere quello che siamo sempre stati: UOMINI. Così risuccede anche adesso che il gel mi cola sugli occhi e che riaffiorano in me dolori che Amnesty International non conoscerà mai.

Per vedere il video clicca qui:
https://youtu.be/0lceg1a7k9M

La felicità è un B&B

A(b)Braccio # Cinzia Zerbini

…Perché succede che le cose belle siano solo il frutto di coincidenze, di appuntamenti mancati e di vite che prendono a calci le scelte del passato e si presentano in modo diverso. E’ un po’ la storia dei giri più o meno lunghi che fanno le cose e poi ritornano. E poi stai lì a guardare e a dirti “guarda un po’, sono passati più di 30 anni e sembra ieri”.

Di ieri, di quel ieri quando andavano a scuola, Tiziana e Maria Grazia hanno quella luce negli occhi accesa dalla gioventù. Ce l’hanno intatta perché a volte la vita la restituisce, anche se non si hanno più 15 anni ma molti di più. Ok ok, proviamo a metterlo da parte, il coinvolgimento emotivo. E raccontiamola questa storia, come un fatto. E il fatto è questo.

Tiziana e Maria Grazia sono due donne di 51 anni. La prima, dopo anni di lavoro in un’agenzia di viaggi, ha fatto scelte lavorative varie. Gli ultimi anni ha lavorato in un call center, lavoro che l’ha aiutata quando s’è accorta di avere un cancro. “Erano tutti più giovani di me e grazie alla loro carica sono riuscita a superare anche questa parentesi” – dice. E lo dice in modo semplice, senza traccia di vittimismo. Poi ho detto basta, dovevo per forza trovare altro – aggiunge -. E qui entrano in ballo le coincidenze e questo mondo moderno di social che allontana o avvicina.

Tiziana si lascia convincere e si iscrive a Facebook. E la prima persona che cerca è Maria Grazia, la sua ex compagna di scuola. Le due si rivedono dopo 30 anni e si danno appuntamento davanti al Teatro Massimo, che diventa il punto di inizio del loro percorso. Perché anche a Maria Grazia la vita era andata in modo diverso. 20 anni a lavorare in un grosso centro commerciale che chiude e deposita lei e il marito in mezzo a quel limbo di chi ha figli e non ha il “27”.

Le due sono determinate, determinate – è bene ripeterlo – a fare qualcosa. Scartano varie ipotesi e poi tutto si chiarisce, ma per caso. Decidono. Vogliono aprire un B&B investendo quello che hanno. E quello che hanno è passione, voglia di riuscire e la capacità di fare tutto ciò che non avevano mai fatto. Stanza dopo stanza la struttura prende corpo, giorno dopo giorno riescono a “sbrigare” tutto ciò che di burocratico ci vuole. “Oggi – dicono – lavoriamo tanto ma torniamo a casa e ridiamo. Finalmente facciamo quello che abbiamo sempre voluto fare”. Cosa? “Le donne felici”.

A proposito di giornalisti

A(b)Braccio # Roberto Baldini

Oggi sono andato a farmi una radiografia per una botta che ho preso alla mano e in un flash sono tornato a quel giorno di ben 33 anni fa. Quel 21 novembre 1983, nella redazione de ‘La Nazione’ di Lucca, mano, braccio sinistro e una postura scomposta alla scrivania mi salvarono la vita (purtroppo non un occhio), facendo da scudo alla fucilata di un tale che ce l’aveva con i giornalisti.

I pallini di piombo sono ancora lì. E porca miseria quanti sono. Ormai fanno parte di me e pazienza se le risonanze magnetiche non potrò mai farle. “Un incidente di caccia?” – mi chiedono sempre i radiologi. Macché. E ascoltano stupiti il mio racconto.

Ed io, ogni volta, penso ai tanti colleghi che non avevano un braccio davanti e non stavano seduti scomposti quando sono caduti sotto i colpi di terroristi, dittatori, malviventi, mafiosi o solo pazzi. E penso a questo mestiere, il mestiere di scrivere quello che succede.

Penso a questa professione nobile, dura, spesso rischiosa, e ora mortificata da troppi sedicenti giornalisti e urlatori del web. Penso al muro del Newseum di Washington, dove sono scolpiti i nomi di tutti i giornalisti caduti in servizio, in tutto il mondo, un muro che si allunga ogni anno.

Penso a chi, per un titolo sopra le righe o per un commento provocatorio, vorrebbe tornare alle veline del Minculpop. E penso a tutta la gente che legge i giornali senza rendersi conto di quanto sia difficile raccontare il mondo. E che si illude di trovare la verità solo sfogliando un tablet.

E’ la stampa, bellezza!

A(b)Braccio # Sergio Raimondi

In principio erano un manipolo in camicia nera, stanchi della miseria del Dopoguerra e della corruzione dei governi liberali. Li guidava un maestro di scuola, gli occhi spiritati ma grande carisma. Diventarono sempre più  numerosi e si armarono di olio di ricino e manganelli per convincere gli ostili della bontà delle loro intenzioni. Cominciarono ad assaltare i luoghi di una cultura ancora elementare e popolare, le Case del Popolo appunto. E bruciavano, ridendo e sbeffeggiando, libri e giornali. Marciarono su Roma e la conquistarono, anche se il Capo arrivò in treno. La farsa diventava dramma. Parlamento azzerato senza neppure scomodare lo Statuto Albertino e al suo posto una Camera delle Corporazioni che non decideva nulla. Vennero gli “anni del balcone” in piazza Venezia, che ad ogni adunata si riempiva sempre più di popolo entusiasta e spontaneo. I giornali sparirono tranne uno, il suo Giornale d’Italia. Quelli che sopravvissero fu perché si adeguarono.

Pochi anni dopo, un imbianchino austriaco ricalcò le orme del Capo italiano. E fu peggio. Un popolo era in miseria, alla fame, le camicie questa volta erano brune e i libri e i giornali alimentavano i falò. E il dramma si fece tragedia.

Si sa, è storia dell’altro ieri. Ma è storia e come finì è cosa nota. Nei decenni successivi di pace e di democrazia, le Nuove Conquiste, i rapporti tra Potere e giornali non è mai stato facile, dalle nostre parti. Non da molto abbiamo lasciato un altro Ventennio durante il quale i giornali se non potevano essere zittiti, venivano comprati. I giornalisti scomodi cacciati o condizionati e ridotti al silenzio. I ribelli puniti con l’emarginazione. E nessuno di loro ha mai raccontato l’umiliazione dell’impotenza, la frustrazione delle battaglie combattute e perse per restare liberi e in pace con la propria coscienza. Queste non erano notizie, non avrebbero interessato nessuno. E’ storia di ieri, rischia di essere storia di domani.

I giornalisti non sono vittime né eroi. La stampa è un concetto astratto. Esistono giornali e giornalisti. Ed editori. Si dividono in bravi e asini. Buoni o cattivi è un giudizio etico, non professionale. Liberi o servi, un problema di coscienza dei singoli. Esattamente come per i medici, gli avvocati, gli ingegneri e tutti quelli che si vuole.  Enrico Mattei, grande boss dell’Eni, aveva bisogno di un giornale che sostenesse le sue strategie sulla politica energetica. Ne fondò uno tutto suo. “Il Giorno” – nonostante le sue origini – fu una grande scuola di giornalismo. Gaetano Afeltra è solo uno dei nomi.

Giornali e giornalisti informano, ma possono pure fiancheggiare e questo è un guaio. In certi mestieri l’intimità non è un bene. Indro Montanelli si vantava di non aver mai cenato con un politico. Piace pensare che fosse stato davvero così.

Giornali e giornalisti vivono – o dovrebbero – di notizie, ma anche di inchieste e di retroscena che più sono inconfessabili e meglio è. Qualcuno si ferma mai a riflettere su una verità elementare? Si legge o si sente di scandali e di politici corrotti. Chi li racconta? Strano: giornali e giornalisti. Che per loro natura fanno sistema e da queste parti sistema – piaccia o no –  vuol dire democrazia.

Chi oggi imita dai palcoscenici issati nelle piazze il giullare di ieri in piazza Venezia, chi lancia parole e campagne di odio e di disprezzo, vorrebbe forse ridurre quei rompicoglioni a ciò di cui li accusano: essere venduti. Forse sarebbero felici di comprare. Dove starebbe la differenza? Non è così che funziona. Bisogna fare sempre attenzione ai colori delle camicie: il nero e il bruno. E ricordarsene. La libertà di espressione negli Usa è garantita dal Primo Emendamento e non c’è politico che, almeno in pubblico, osi attaccarlo. In Italia dall’articolo 21 della Costituzione. Lo ripassi ogni tanto chi vuol proteggere la Carta da chi oggi vuole sfigurarla.

Chi fa o ha fatto questo mestiere, gettando sempre il cuore oltre la siepe delle amarezze e delle delusioni e delle fatiche oneste, conserva memoria, forse romantica e forse retorica, della frase famosa recitata da Humphrey Bogart in Deadline: “E’ la stampa, bellezza. E tu non ci puoi far niente”. Niente.

Una poliziotta in…gambe

A(b)Braccio # Paola Tiziana Fagone

Marilina. Già il nome è vezzoso, evocativo, simile a quello dell’iconica Marilyn. E’ bionda come lei e come Norma Jean è spiritosa. Marilina ama la vita, ama catturare immagini per scarabocchiarci sopra. Marilina scrive versi brevi che raccontano di certi stati d’animo, di alcune giornate storte, dell’amore che fa abbassare ancora lo sguardo. Certe volte è felice, certe volte è nostalgica. In alcuni momenti stringerebbe il mondo intero in un ‘A(b)Braccio’.

Marilina sta su Facebook, come tanti, come il mondo intero. Condivide, chiacchiera, ride – tanto – e scrive poesie. Anche una al giorno. L’amore è la sua costante, l’amore le smuove le viscere. Si arrabbia, sorride, si commuove.

Marilina fa un lavoro speciale, uno di quelli che se sei maschio è meglio, ma se sei femmina è diverso. Marilina è un poliziotto e non lo nasconde, non lo ha mai fatto. Il suo abbraccio più forte è per i bimbi che accoglie al porto, le creature spaventate sopravvissute al mare. Sorride loro per trasmettere tutta la sicurezza di cui hanno bisogno e subito. Infatti, poi la cercano e le si attaccano alla coscia, è questo il loro abbraccio speciale. E lei sente che essere lì, sotto il sole o la pioggia, è la cosa migliore che le sia capitata.

Marilina è un poliziotto speciale. Lei dà gli ordini e normalmente chi dà ordini non deve essere se stesso. Deve essere ciò che rappresenta. Marilina queste cose le sa, ma pensa che non ci sia nulla di male ad essere se stessi, ogni tanto. Per questo certi giorni pubblica le sue facce strane, i suoi capelli cotonati, le smorfie di primo mattino. Marilina è una donna, anzi una femmina. E pensa pure che non ci sia nulla di male ad essere femmine. Essere tante cose, essere tante donne come Marilina è difficile, molti si confondono, diventano intolleranti e trovano volgarità dove non c’è.

La foto che ha recentemente pubblicato sul suo profilo ha infatti scatenato un putiferio, ha sollevato l’indignazione di schiere di moralisti e benpensanti. Venti centimetri di pizzo sulla pelle, uno stacco di coscia che fa impallidire. Ma la foto in bianco e nero è solo bella. Non toglie e non aggiunge nulla al valore di Marilina. E’ una parte di sé, non è la totalità. E ti chiedi cosa ci sia dietro tanta ostilità, dietro tanta avversione per una immagine che sì, trasmette sensualità, ma volgare non è.

Presto detto. Dietro lo scandalo c’è solo sessismo, competizione. Quell’atteggiamento tipico di certi uomini che ti attaccano, ma non lo fanno ad armi pari, con lealtà. Lo fanno utilizzando colpi bassissimi. Ma – visti i risultati – sono diventati miseri autogol, boomerang lanciati e puntualmente ritornati al mittente. Quando parlano del nostro mestiere, spesso mi arrabbio. Lo fanno quasi sempre male, evidenziano solo le fallibilità, quei momenti di debolezza che fanno emergere l’umano che c’è sotto una divisa. Lo so bene, perché è la stessa divisa che indosso anch’io. Ma pazienza, dovrò rassegnarmi.

Non mi rassegno affatto, invece, se tutto questo lo provocano i tuoi stessi colleghi. La foto delle cosce fasciate di pizzo è bellissima, non c’è nulla di cui vergognarsi. Mi vergogno di più se i miei colleghi si rendono protagonisti di orribili pestaggi, macchiando di sangue e sputi il nostro distintivo. Sì, mi vergogno decisamente di più per tutto questo.

La lezione di Alex Zanardi

A(b)Braccio # Lucio Luca

Io quell’incidente me lo ricordo bene. Anche perché l’ho rivisto un sacco di volte su YouTube e continuo ancora a chiedermi come caspita sei uscito vivo da quell’ammasso di lamiere. Davvero, come hai fatto?

Eri morto, irrimediabilmente morto. Penso che nemmeno tua moglie Daniela e tuo figlio Niccolò, che ti strapparono letteralmente alla Signora Nera per riportarti a casa sulle colline bolognesi, credessero in quei terribili momenti che dalle macerie sarebbe nato per la seconda volta un campione più forte di prima, incredibilmente più forte, anche senza gambe, con il corpo martoriato dalle ferite e i segni indelebili di quello schianto.

Io non so dove caspita hai trovato la forza di ricominciare tutto daccapo, allenandoti come un pazzo per dimostrare al mondo, ma soprattutto a te stesso, che l’anima è più forte di una macchina da corsa che ti centra a 200 all’ora e che ti riduce in poltiglia.

Vabbè, uno dice, alla fine ti è andata bene. Sei vivo, sei comunque una persona conosciuta, hai fatto la Formula 1, basta che vai in tv dalle Barbare D’Urso e affini a raccattare un gettone di presenza e puoi serenamente (?) continuare a tirare avanti senza l’affanno di arrivare alla fine del mese. E invece no, tu sei uno corna dure e le comparsate non ti possono bastare. Tu vuoi fare le olimpiadi, ok le paraolimpiadi, va bene lo stesso.

E ti metti a correre in bici, l’hand bike mi pare che si chiami, non usi le gambe che hai regalato al cielo, ma le braccia che improvvisamente sono diventate forti, fortissime, e quel trabiccolo vola, vola che sembra quasi una macchina da corsa, quelle che hai comunque nel cuore. Che poi, io mi chiedo, ma come cazzo si può ancora avere nel cuore una cosa che ti stava spedendo al Campo Santo? Vabbè, tu sei Alex Zanardi da Castel Maggiore… ogni tanto me lo scordo.

E corri, corri, corri… E vinci. Le vinci a Londra, quelle cazzo di Olimpiadi – ok, paraolimpiadi, è uguale – ma siccome sei Alex Zanardi da Castel Maggiore, non ti basta e continui ad allenarti come un pazzo. Anche se non sei più un ragazzino, hai 50 anni e una famiglia che ti vuole bene, potresti rilassarti ma figurati se lo farai mai. E l’altro giorno ti presenti a Rio, fai una rimontona che manco il Liverpool nella finale di Champions contro il Milan e vinci la medaglia d’oro un’altra volta. Che sarà, la seconda? La terza? Non lo so, penso solo che non sarà l’ultima. Perché tu sei Alex Zanardi da Castel Maggiore… senza chiacchiere.

Ai giornalisti dici due o tre cose che ancora mi vengono i brividi a sentirle. “Io vedo dei traguardi dove altri non vedono neppure dei percorsi” – è il tuo inno alla vita, a non mollare mai, a combattere fino alla fine. E vale più di migliaia di trattati sociologici e puttanate da social network. “Io penso che Nostro Signore abbia problemi ben più seri per occuparsi del mio destino, ma stavolta sono sicuro che mi ha spinto lui, altrimenti non ce l’avrei fatta…”. “Se ci impegnassimo di più a essere brave persone, questo paese andrebbe meglio. Molto meglio…”.

E mi viene in mente che due o tre anni fa, animato da sacro furore, scrissi persino una mail a tre o quattro parlamentari amici (oddio, amici… diciamo conoscenti) per suggerire loro di battersi e convincere così il presidente della Repubblica a nominare Zanardi senatore a vita. Qualcuno mi disse che era una cazzata e infatti aspetto ancora una risposta dai parlamentari amici (oddio amici… diciamo conoscenti). Secondo me, però, non è una cazzata, perché se penso che in quei palazzi c’è gente che confonde il Cile col Venezuela, che blatera di scie chimiche, che si dice di sinistra e poi asfalta i diritti dei lavoratori andando a cena con i padroni, o che di giorno incontra la Merkel e la sera si spartisce le aspiranti starlette perché “la patonza deve girare”, e insomma… se in quei palazzi c’è gente del genere, perché non potrebbe starci anche uno che ogni giorno ci insegna cos’è la vita soltanto con il sorriso?

Forse, potrebbe essere la risposta, perché con quelli, effettivamente, ha ben poco da spartire. E comunque sia… in bocca al lupo Alex, ché di Olimpiadi – ok, paraolimpiadi ma è lo stesso – ne hai davanti ancora tante.

La pioggia di Settembre

A(b)Braccio # Costantino Margiotta

La pioggia di Settembre non sempre ti costringeva a stare a casa. A volte, era sufficiente una giacca al vento con cappuccio, quella che avevano tutti. La lasciavi aperta per correre a vivere ancora ciò che, per te, non aveva nessuno.

La pioggia di Settembre era la risacca sulla spiaggia, era una goccia scontornata sulla sabbia, era il bacio più salato, era l’abbraccio che tratteneva. Era il tempo che cambiava, che ti faceva caricare le valigie preparate da tua madre dentro l’automobile guidata da tuo padre. Quella che ti avrebbe riportato in città.

La pioggia di Settembre la fissavi dal finestrino, mentre qualcuno stringeva le spalle e accennava un saluto. Avevi in tasca un indirizzo e un numero di telefono. Avresti scritto ogni giorno. Lo avevi promesso. Avresti atteso la sua risposta e poi riscritto ancora. Avevi una fotografia, ma forse non l’avresti custodita tra le pagine del diario. I tuoi compagni non avrebbero capito. Sapevi che non sarebbe stato lo scherno a ferirti, non ti importava di te. Ma nessuno avrebbe dovuto guardare quella foto e poi passarla, di mano in mano, fino a rovinarne gli angoli o a violarne, con una piega bianca, la perfezione.

La pioggia di Settembre batteva sull’autobus che ti portava a casa di tua nonna. Attendevi che riposasse al pomeriggio, socchiudevi la sua porta e componevi quel numero in teleselezione. Non sapevi ancora quanto avrebbe gravato sulla sua bolletta.

Qualche volta hai pensato di prendere un treno. La pioggia di Settembre aveva già bagnato il tuo vocabolario di latino.
Poi Ottobre ha allungato la tua attesa.
Novembre era il mese più freddo e, a una festa, hai ballato un lento.
A Dicembre non hai ricevuto il regalo che aspettavi.
Poi è arrivato l’anno nuovo.
È piovuto ancora.
Anche a Settembre.

I miei libri

A(b)Braccio # Cinzia Zerbini

Appena lo sfoglio, capto delle parole, capisco che mi piacerà e diventa mio. Me lo porto in giro, magari lo appoggio un attimo per leggere l’incipit di un altro, ma quello non lo cambierò, anche se non c’è ancora scritto il mio nome, il giorno d’acquisto e dove. E’ sempre stato così e credo sia per tutti quelli che amano leggere, che hanno questo rapporto quasi morboso con i propri libri che, come lessi una volta, sono la “materializzazione del tempo che passa”.


Il mio tempo è qui mentre scrivo, davanti a me. Sugli scaffali ordinati a metà ho la mia infanzia, la mia adolescenza, ho le ore passate ad inghiottire le vite e i personaggi e costruirmi, plasmarmi, a seconda di quello che ho ingurgitato. Se è vero che siamo quello che leggiamo, io sono un dubbio, perché leggere ti fa capire quanto si è ignoranti. Chi passa la vita ad incensarsi, non ha mai sfogliato qualcosa oltre se stesso. Leggere è come mangiare. Il verbo leggere non ha sinonimi: bisogna usarlo anche più volte, perché un’altra parola non renderebbe.

Mangiare e contemporaneamente leggere mi è sempre piaciuto. Leggere mette una barriera tra te e gli altri, ma allo stesso tempo unifica. La lettura semina amici, crea quei famosi mondi paralleli che solo la fantasia e le parole offrono. I miei libri parlano di regali, di domeniche passate sul divano a non accorgersi che fuori pioveva. Di amori inutili sconfitti dalla forza delle storie altrui. Parlano di passioni consumate sulle pagine e dentro di me, di voglia di telefonare all’autore (come diceva qualcuno) e dirgli: “Ti prego, cambia il finale”.

Amo la narrativa moderna, quella che racconta la società e che me la fa capire meglio attraverso un simbolo a cui non avevo pensato o un modo di vivere che non è il mio. Ma lo scrittore deve non essere giovane: solo il dolore che porta la vita secerne parole che rimangono. Un libro ti deve dare sensazioni fisiche e non essere solo il frutto di spietate dinamiche commerciali di induzioni all’acquisto. Io rifuggo dai best seller, dai primi in classifica, da testi zeppi di luoghi comuni, dagli scambi di cortesie con recensioni fasulle per volumi chilometrici che nessuno legge mai solo perché noiosi da morire.

Ho quaderni pieni di frasi ricopiate, scrivere sulla prima pagina è una delle sensazioni più intense che neanche l’Iphone 25 potrà mai darci. Io non sono una nativa digitale, probabilmente sarò una defunta digitale, ma in mezzo c’è la carta e la penna, sempre e comunque. Ci torno a quelle frasi che non sono le citazioni ricopiate più volte da chicchessia. E’ una pratica abominevole quella della ricerca delle citazioni ad effetto per condividere. Io le parole che leggo le offro a poche persone, ma s’incastonano in una storia di cui devo ricordare tutto.

Sottolineati, spiegazzati, inumiditi a volte dalle lacrime, dove alloggiano anche molecole di pane o di tabacco di quando fumavo. Li ho sempre portati con me, non li presto mai i libri, piuttosto li regalo nuovi perché non ne ho mai restituito uno (o quasi) proprio per quel senso di possesso che s’impadronisce di me. Leggere per se, contro di se, a favore di se, di giorno, di notte, nell’attesa. Siamo quel che leggiamo, ma siamo anche la pila di fogli sul comodino che non riusciamo a smaltire. Siamo quelli che ricevono la solita domanda da chi entra in casa: ma li hai letti tutti? E a tutti rispondo: sei pazzo? Guardo le figure!