A proposito di giornalisti

A(b)Braccio # Roberto Baldini

Oggi sono andato a farmi una radiografia per una botta che ho preso alla mano e in un flash sono tornato a quel giorno di ben 33 anni fa. Quel 21 novembre 1983, nella redazione de ‘La Nazione’ di Lucca, mano, braccio sinistro e una postura scomposta alla scrivania mi salvarono la vita (purtroppo non un occhio), facendo da scudo alla fucilata di un tale che ce l’aveva con i giornalisti.

I pallini di piombo sono ancora lì. E porca miseria quanti sono. Ormai fanno parte di me e pazienza se le risonanze magnetiche non potrò mai farle. “Un incidente di caccia?” – mi chiedono sempre i radiologi. Macché. E ascoltano stupiti il mio racconto.

Ed io, ogni volta, penso ai tanti colleghi che non avevano un braccio davanti e non stavano seduti scomposti quando sono caduti sotto i colpi di terroristi, dittatori, malviventi, mafiosi o solo pazzi. E penso a questo mestiere, il mestiere di scrivere quello che succede.

Penso a questa professione nobile, dura, spesso rischiosa, e ora mortificata da troppi sedicenti giornalisti e urlatori del web. Penso al muro del Newseum di Washington, dove sono scolpiti i nomi di tutti i giornalisti caduti in servizio, in tutto il mondo, un muro che si allunga ogni anno.

Penso a chi, per un titolo sopra le righe o per un commento provocatorio, vorrebbe tornare alle veline del Minculpop. E penso a tutta la gente che legge i giornali senza rendersi conto di quanto sia difficile raccontare il mondo. E che si illude di trovare la verità solo sfogliando un tablet.

Adesso ti spiego una cosa

A(b)Braccio # Ettore Zanca e Viviana Trifari

Sono ad un tavolo di un ristorante. Sto mangiando con mio figlio. Questi giorni in pizzeria sono per noi delle oasi. Sta crescendo, sta diventando un uomo, a volte creo questa atmosfera di coca cola per lui e birra per me, di Margherita e di Caprese, per farlo parlare di sé. Mi chiedo come sarà quando si innamorerà. Capto due donne al tavolo dietro il mio. Stanno discutendo dei “femminicidi”, mi giro con una scusa, facendo finta di cercare il cameriere. Due belle donne. Ben truccate, una grazia e una delicatezza dei gesti, le loro idee disegnate nell’aria dalle mani e dipinte dalle parole.

“… E mi porto addosso il mio essere donna, mamma, collega e amica e pesa però sulle spalle, come un macigno, l’essere femmina. Essere “femmina” vuol dire saper cambiare il colore degli occhi e mostrare i denti o le labbra a seconda dei casi, significa farsi scivolare i capelli sul viso e tenerseli scompigliati sugli occhi, significa saper marciare a volte e ancheggiare in altre, significa sapere dire di sì a storie di una notte e dire no al proprio marito, dopo tanti anni insieme ”.

Parole. Ma con una grazia in cui la morale non c’entra nulla. Noi uomini che siamo “donnaioli”, se abbiamo più di una storia. Noi uomini che rivendichiamo la mascolinità, esibendo in discorsi al bar, con gesti volgari, la nostra conquista extraconiugale. In quella sorta di omertà, in cui tra di noi ci diciamo cose che tutti immaginano, ma nessuno sa. Loro, se raccontassero come noi, sarebbero “puttane”. Loro non sono nemmeno puttane, se decidono di andare via da uomini violenti, loro non sono, non sono più nulla. Nulla più che carne da omicidio. Forse rimango assorto un momento di troppo, una di loro mi guarda, l’altra sembra quasi approvare di avere un pubblico. Sorride, quasi a rabbonire l’amica che ascoltando ha fatto una espressione di disturbo.

“Essere femmine è un peso, in un paese dove se prendi un bel voto a un esame universitario, ti chiedono se il docente era uomo. Essere femmine è difficile quando diventi mamma, ma hai ancora voglia di restare donna. Essere femmine è atroce, quando l’anima veste in minigonna o ha il rossetto rosso. Non mi hanno mai stuprata, e non perché sia stata attenta o perché non girassi “discinta”, semplicemente non è capitato. A sei anni, in un filobus, un uomo decise che dovevo capire quale fosse la consistenza del suo membro, mia madre non si accorse di nulla, eppure era morbosamente attenta a me, si fidava, forse, di altri padri in quel mezzo di trasporto. Arrivata a scuola, lo dissi alla maestra, mi mandò a lavare le mani spedita e mi disse di non parlarne più. Non sapevo cosa fosse “la vergogna”, lo scoprii in quell’istante”.

Un ladro di parole altrui. Mi chiedo se in questo momento anche io non stia facendo una piccola mancanza, mi dico che no. Ma non perché sia bello ascoltare i discorsi di chi è nella propria bolla di confidenza. Ma è altro, è che in quei discorsi c’è la delicatezza d’acciaio di essere donna. Un ruolo che, già fin da piccole, parte penalizzato. Devi recuperare non sapendo nemmeno cosa. Sei una femmina, per luogo comune non capisci niente, per luogo comune sei deboluccia e fragile. E allora giù muscoli, fisici e mentali, a volte anche giù botte nelle risse da ragazzini, pur di non soccombere. E se soccombi, guai a rivelare la vergogna. Se qualcuno in casa ti picchia, sei tu la troia che non doveva dirlo in giro, che hai rovinato tutto. L’orrore ha molte facce. Ripenso a quello che ho letto tempo fa, mentre la loro gradevole parlata in leggera cantilena mi arriva in sottofondo. Abbiamo il poco invidiabile record di donne uccise, in casa, per strada, bruciate. Da chi? Non da invasori alieni, da noi, noi uomini. Compagni, amici, ex mariti. Siamo diventati armi inesplose? Siamo diventati centri di energia frustrata? Che si attivano con il “no” di una donna?

“Crescendo, ho sviluppato fattezze di femmina, fianchi larghi, seno materno e vita stretta. A 14 anni ero una bambina, ma smisi di mangiare ghiaccioli, perché qualche operaio, mentre ero di ritorno dalla palestra, mi disse che voleva lo “stesso servizio”. All’oratorio c’era un prete che vestiva firmato e aveva sempre belle donne adulte intorno, di quelle “che se la cercano”. Per intenderci, noi bimbette dovevamo accontentarci dell’attenzione di un altro uomo di chiesa, basso, rossiccio e sudato, che ci mandava a casa “col bacetto”, e si intendeva che dovessimo darglielo a fior di labbra. Non mi hanno mai stuprata, ma spesso mi sono sentita ‘violata’”.

Questo, dunque, consentiamo? Una volgarità violante. Mi chiedo quante volte anche io abbia fatto apprezzamenti su qualcuno, forse sì, il cameratesco delle persone dello stesso sesso può essere ancora possibile, ho sentito anche io donne parlare di sesso tra loro, da far arrossire un amatore scafato. Il problema non è quello, ma l’ostentazione di una sessualità non voluta, la presunzione che violare con una battuta fuori luogo e ammiccante un giardino di delicatezza o di sensibilità, sia virile. A me hanno insegnato che chi ama davvero le donne è molto discreto, nel corteggiamento quasi arcaico e nel tenere nascoste le proprie conquiste, nel non farne oggetto di squartamento. Stiamo perdendo l’educazione sentimentale, ma peggio, stiamo consentendo a professionisti da quattro soldi nel campo dell’informazione e della psicologia, di tracciarci come immaturi, falsi, manipolatori. Si sta svilendo tutto. Esaltando la cronaca, si degrada quello che non fa notizia, l’uomo onesto, che mantiene le promesse e che porta avanti il suo amore, o che sceglie di amare un’altra donna perché innamorato, non per sesso.

“Ho letto commenti e avuto dialoghi surreali sugli ultimi pezzi di cronaca, ho sentito con le mie orecchie che a 13 anni, se si ha un corpo di donna, bisogna stare attente, ho letto che se nella tua intimità “giri un video”, sei peggio di una ninfomane e ho visto la morbosità di chi cercava il video della 17enne violentata e ripresa dalle “amiche”. Qualcuno ha parlato di sessismo o maschilismo. Io ho percepito, invece, una totale e completa mancanza di empatia e solidarietà, da entrambi i sessi. Con onestà intellettuale, non posso dire che visivamente Tiziana, la donna che si è uccisa, fosse il genere di donna che io apprezzi, ma non posso condannarla, né giudicarla per la sua intimità, perché io come Tiziana ne ho una, e mi fido del mio partner, se vado a letto con un uomo, si presuppone che mi fidi, che cazzo, voi andate a letto con gente della quale diffidate? E se vi ammazzassero? Sarebbe o no colpa vostra, visto che “non vi fidavate”, ma ci siete state? Perché se è vero che con la “fiducia” si può costruire, la diffidenza diventa un’arma di distruzione”.

La donna che ha ascoltato, ha incrociato il mio sguardo. Io mi sono vergognato. Non per avere ascoltato, ma per aver toccato il degrado che una donna prova a quantificare in una vita in cui cerca solo di vivere amando, provando a essere femmina con un uomo di cui si fida, oppure semplicemente venendo guardata con la stessa ammirazione con cui verrebbe guardato un uomo dagli amici. Invece no, lui è uno stallone, lei una puttana. Mi alzo, sorrido alla donna che con più indulgenza mi ha accolto come ascoltatore, mio figlio torna con un’aria scocciata. Lo accolgo, chiedo che succede.

– Succede che le femmine non capiscono niente e vogliono fare cose che a me non piacciono, il mio amico gli ha detto che devono stare zitte, che le femmine non devono parlare!

Mi risiedo nuovamente, ho gli occhi delle due donne addosso.

Forse è tempo che si educhi ad una educazione sentimentale diversa.

Credo sia proprio questo il momento, almeno per me, che gli metta una mano sulla spalla e dica: “Adesso ti spiego una cosa…”.

La lezione di Alex Zanardi

A(b)Braccio # Lucio Luca

Io quell’incidente me lo ricordo bene. Anche perché l’ho rivisto un sacco di volte su YouTube e continuo ancora a chiedermi come caspita sei uscito vivo da quell’ammasso di lamiere. Davvero, come hai fatto?

Eri morto, irrimediabilmente morto. Penso che nemmeno tua moglie Daniela e tuo figlio Niccolò, che ti strapparono letteralmente alla Signora Nera per riportarti a casa sulle colline bolognesi, credessero in quei terribili momenti che dalle macerie sarebbe nato per la seconda volta un campione più forte di prima, incredibilmente più forte, anche senza gambe, con il corpo martoriato dalle ferite e i segni indelebili di quello schianto.

Io non so dove caspita hai trovato la forza di ricominciare tutto daccapo, allenandoti come un pazzo per dimostrare al mondo, ma soprattutto a te stesso, che l’anima è più forte di una macchina da corsa che ti centra a 200 all’ora e che ti riduce in poltiglia.

Vabbè, uno dice, alla fine ti è andata bene. Sei vivo, sei comunque una persona conosciuta, hai fatto la Formula 1, basta che vai in tv dalle Barbare D’Urso e affini a raccattare un gettone di presenza e puoi serenamente (?) continuare a tirare avanti senza l’affanno di arrivare alla fine del mese. E invece no, tu sei uno corna dure e le comparsate non ti possono bastare. Tu vuoi fare le olimpiadi, ok le paraolimpiadi, va bene lo stesso.

E ti metti a correre in bici, l’hand bike mi pare che si chiami, non usi le gambe che hai regalato al cielo, ma le braccia che improvvisamente sono diventate forti, fortissime, e quel trabiccolo vola, vola che sembra quasi una macchina da corsa, quelle che hai comunque nel cuore. Che poi, io mi chiedo, ma come cazzo si può ancora avere nel cuore una cosa che ti stava spedendo al Campo Santo? Vabbè, tu sei Alex Zanardi da Castel Maggiore… ogni tanto me lo scordo.

E corri, corri, corri… E vinci. Le vinci a Londra, quelle cazzo di Olimpiadi – ok, paraolimpiadi, è uguale – ma siccome sei Alex Zanardi da Castel Maggiore, non ti basta e continui ad allenarti come un pazzo. Anche se non sei più un ragazzino, hai 50 anni e una famiglia che ti vuole bene, potresti rilassarti ma figurati se lo farai mai. E l’altro giorno ti presenti a Rio, fai una rimontona che manco il Liverpool nella finale di Champions contro il Milan e vinci la medaglia d’oro un’altra volta. Che sarà, la seconda? La terza? Non lo so, penso solo che non sarà l’ultima. Perché tu sei Alex Zanardi da Castel Maggiore… senza chiacchiere.

Ai giornalisti dici due o tre cose che ancora mi vengono i brividi a sentirle. “Io vedo dei traguardi dove altri non vedono neppure dei percorsi” – è il tuo inno alla vita, a non mollare mai, a combattere fino alla fine. E vale più di migliaia di trattati sociologici e puttanate da social network. “Io penso che Nostro Signore abbia problemi ben più seri per occuparsi del mio destino, ma stavolta sono sicuro che mi ha spinto lui, altrimenti non ce l’avrei fatta…”. “Se ci impegnassimo di più a essere brave persone, questo paese andrebbe meglio. Molto meglio…”.

E mi viene in mente che due o tre anni fa, animato da sacro furore, scrissi persino una mail a tre o quattro parlamentari amici (oddio, amici… diciamo conoscenti) per suggerire loro di battersi e convincere così il presidente della Repubblica a nominare Zanardi senatore a vita. Qualcuno mi disse che era una cazzata e infatti aspetto ancora una risposta dai parlamentari amici (oddio amici… diciamo conoscenti). Secondo me, però, non è una cazzata, perché se penso che in quei palazzi c’è gente che confonde il Cile col Venezuela, che blatera di scie chimiche, che si dice di sinistra e poi asfalta i diritti dei lavoratori andando a cena con i padroni, o che di giorno incontra la Merkel e la sera si spartisce le aspiranti starlette perché “la patonza deve girare”, e insomma… se in quei palazzi c’è gente del genere, perché non potrebbe starci anche uno che ogni giorno ci insegna cos’è la vita soltanto con il sorriso?

Forse, potrebbe essere la risposta, perché con quelli, effettivamente, ha ben poco da spartire. E comunque sia… in bocca al lupo Alex, ché di Olimpiadi – ok, paraolimpiadi ma è lo stesso – ne hai davanti ancora tante.

Non è colpa di Tiziana

A(b)Braccio # Adolfo Fantaccini

L’orrore del linciaggio online ha mietuto un’altra vittima, sottraendole sogni, speranze, futuro. L’hanno offesa e umiliata, l’hanno esposta a un oltraggio divenuto poi virale, spingendola prima a cambiare casa, poi a cancellare la propria identità. Alla fine, non è alla propria identità che Tiziana Cantone ha rinunciato, ma alla vita, impiccandosi nei sotterranei del palazzo dove viveva con la madre. Il luogo non conta, il male che le hanno fatto si. L’indignazione non aumenta perché a Tiziana hanno stuprato l’anima, ma per la modalità: via web, con un video fatto circolare nella rete delle reti, e pure su whatsapp. Come se i dispositivi di tutto il mondo non fossero pieni di video a luci rosse di chicchessia. Come se lei fosse stata la prima, l’unica, l’ultima.

La colpa non è e non sarà mai di Tiziana, che si è fatta riprendere durante un rapporto sessuale. La colpa è di chi ha fatto circolare le immagini, finché qualcuno non le ha addirittura messe in rete. Far l’amore è un conto, autoriprendersi un altro, mostrare la propria intimità un altro ancora. Il giudizio spetta a chi legge e in particolare agli uomini che, in talune circostanze, sono i promotori di riprese hard core più o meno convenzionali. Un’usanza sempre più diffusa fra i giovani che poi, per esibizionismo, per vanto o per manie di grandezza, mostrano agli amici le proprie prestazioni. Questa volta era diverso, non c’erano teenagers di mezzo, ma persone abbastanza adulte, consapevoli, capaci di distinguere il male dal bene, cattivi e cinici al punto di raggirare una persona che regala una parte di sé con fiducia e ingenuità. Forse troppa. Questa volta c’era l’inganno. Senza minacce o ritorsioni di sorta.

Tiziana, che aveva confidato a un’amica di volersi mettere tutto alle spalle e che in questi giorni aveva ottenuto la rimozione del video da diversi siti, non ce l’ha fatta più e ha deciso di fermarsi. Forse nel momento in cui annodava la sciarpa di seta attorno al collo avrà sentito rimbombare dentro di sé la fatidica frase sulla quale sono state costruite decine di gag: “Stai girando un video? Bravo”.

Tiziana era una donna, molto bella, ma era soprattutto una persona sensibile, era una vita, una storia, aveva tanti sogni. E’ morta perché ancora oggi c’è gente che giudica e punta il dito, come se avesse i titoli per scagliare la prima pietra, magari proprio contro Tiziana, schiacciata dal peso dell’inganno, divenuta icona del peccato e di ogni turbamento. Come se fosse stata una brutta persona di 31 anni, o avesse fatto del male a qualcuno.

La parola vergogna, in casi come questi, chiude il sipario su una vita spezzata dall’ipocrisia. Tiziana era bella, Tiziana amava la vita, Tiziana ha pagato il conto di altri. Tocca sempre agli stessi: alle persone per bene. Che vanno via, magari in un giorno di fine estate, senza far rumore e forse pure senza rancori.

Ci vuole ‘culo’

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia

Nel frigo di Facebook non c’è nulla di appetibile. Sarà per l’orario. Sono appena le 16 di un pomeriggio di Agosto che scivola lento e noioso. Mi metto a giocherellare a burraco on line. Non c’è nulla, ma proprio nulla in palio, solo dei punti che non ti fanno vincere niente.

Un tizio, però, si incazza, perché il server mi ha regalato un bel po’ di jolly e pinelle. Comincia ad imprecare con la sua chat. Per ripicca si mette pure a scartare carte a me favorevoli. Gli scrivo: “Ma che ti incazzi a fare? Che te ne frega, non sei annoiato? Passati il tempo e divertiti”.

Vinco la partita. Mi congedo, col saluto di prammatica. Lui manco mi risponde. Riapre un altro tavolo. Ci clicco su e chiedo se vuole la rivincita. Ha qualche attimo di esitazione, poi accetta. Nella chat preliminare scrivo: “Vinca chi ha più K” – sì, perché l’algoritmo del server non consente di scrivere parolacce terribili come ‘culo’.

Ed è esattamente in quel momento che lo scenario vira di 360°. Dal burraco on line, allo psicodramma. Mi scrive che lui culo nella vita non ne ha mai avuto. Che la vita gli ha rubato due anni fa la cosa più bella che aveva. Una figlia di 22 anni, stroncata da un improvviso malore. Sindrome di Brugada. Mi comincia a raccontare un sacco di cose, di come era sua figlia. Mi parla della sua famiglia, del suo lavoro. Il dialogo in chat si infittisce. Anch’io mi lascio andare. Mentre il server provvede, in automatico, ai rispettivi fagli.

Nessuno di noi ‘cala’ combinazioni di gioco e le carte si allungano in modo impressionante sul virtuale tavolo verde. Ci ridiamo su. Sento, però, un groppo alla gola solo quando lui mi dice: “Ho capito subito che eri una bella persona”. Sì, perché, in fondo, era come se mi stesse aspettando, ma io non lo sapevo, non avevamo preso nessun appuntamento.

E ora vi dico una cosa: noi non lo sappiamo, o forse non ci pensiamo, ma abbiamo tutti un’infinità di appuntamenti di questo tipo. Perché siamo mine vaganti. Ognuno ha un nervo scoperto che prima o poi, nel girovagare, viene toccato. Certo, talvolta si esplode in malo modo, e sono cazzi. Altre volte becchi il Jolly. L’ennesimo, come è capitato a me in quel pomeriggio di Agosto.

Un anno da nonno

A(b)Braccio # Ennio Tinaglia

E così, è passato un anno da quando sei arrivato. Un anno esatto, oggi. Lo sai? Avevo sentito dire che diventare nonno mi avrebbe procurato strane, belle, meravigliose sensazioni. Io non so dirti cosa ho provato. So solo che mi è venuta la voglia improvvisa di gridarlo al mondo intero. Come quando è nata la tua mamma.

Mi ricordo che dopo averla vista, ma proprio un attimo dopo, decisi che dovevo andare a comprarle un vestitino color pesca. Si, color pesca e nient’altro, e avrei girato il mondo pur di trovarlo. Presi la macchina e mi fermai ad un semaforo, un maledetto, interminabile semaforo. Faceva un caldo torrido. Un tizio mi si affiancò, anche lui nella sua auto. I nostri sguardi si incrociarono, ma, te lo giuro, lo avrei chiamato io. “Senta, gli dissi, so che a lei la cosa può non interessare, ma io gliela devo proprio dire, altrimenti muoio. Oggi sono diventato papà, una femmina, ed è bellissima e si chiama Susanna”. Lui mi sorrise. Avevo 23 anni.

Beh, è capitata la stessa cosa con te. Eri nato da appena un giorno ed al mattino presto mentre passeggiavo con Pippo (si, lo “zietto” strano che ti ritrovi, quello peloso e a 4 zampe col quale ti diverti a giocare) alcuni turisti mi chiesero la strada per raggiungere il porto. Stavolta fui meno sfrontato, dissi che dovevo “concentrami” perché ero ubriaco, ubriaco di felicità, si, perché eri arrivato tu ed io ero diventato nonno.

Io, davvero, non lo so cosa si prova e non so neppure se è vero che ai nipoti gli si voglia bene più che ai figli o se si tratta di un amore diverso. Ma che importa? So solo che ti voglio bene come quel nonno nella Promanade Des Anglais. Non sai, non puoi sapere, cosa ha fatto quel nonno. Non fa niente. Col tempo capirai che il mondo è complicato e che dovrai rimboccarti le maniche per renderlo migliore o almeno, per provarci. Te lo spiegheranno mamma e papà. E anch’io conto di darti qualche dritta e di starti al fianco, spero il più a lungo possibile. Tu, però, procura di crescere in fretta, eh?

Sai qual è il momento più bello della giornata? Quando la mamma ti porta a casa. E, a te, in tutta confidenza, posso dirlo. Anche quando viene a riprenderti. Hai superato i 10 Kg e cominci a pesare, lo sai? Buon compleanno, cocciu d’amuri.

In ritardo

A(b)Braccio # Prospero Dente

Oggi ho la sensazione di sentirmi in ritardo. Con la vita, con gli anni, con quel che resta. Anche con le cose che continuo a non comprendere.

La mafia, la cattiveria, l’indifferenza, il silenzio di qualcuno, il binario unico. Sì, anche il binario unico. Quello che, in fondo, rappresenta la vita di molti di noi. Tutti obbligati a viaggiare in un’unica direzione, senza possibilità di scambio. Senza avere l’occasione di guardare, dal finestrino, qualcuno che ti passa accanto sull’altro binario. E magari salutarlo con un cenno della mano.

Quello che, ad un certo punto, può interrompersi improvvisamente. Senza che tu te ne accorga.

In ritardo su alcune occasioni, ormai andate. In ritardo per chiedere scusa, per rincorrere qualcuno. In ritardo per un ultimo sguardo, un’ultima volta. In ritardo per riscrivere la vita di un uomo che hai abbozzato in trenta righe in cronaca.

Sentirsi in ritardo non è una bella sensazione. Ti sale l’ansia perché qualcuno è già arrivato, ha già trovato posto, è riuscito a stringere la mano giusta. E poi, se arrivi in ritardo, siedi inevitabilmente all’ultima fila o peggio, resti in piedi. Oggi ho la sensazione di sentirmi in ritardo con la vita. Con gli anni che sono già andati avanti. Con le cose, tante, che non sono riuscito a fare. Allora devo sbrigarmi, anticipare le lancette della sveglia e provare a riprendere fiato. Correre di più e fare.

Coraggio.

Notte prima della finale

“Vi abbraccio tutti, come questo blog ha fatto con me”.
Marco Tardelli

Non ho perso un solo istante della notte prima della finale dei Mondiali del 1982. Ho passato ore a confessarmi con il mio allenatore, Enzo Bearzot, stella polare nel cielo di Madrid. Ho aspettato che le stelle si spegnessero a una a una, ho ascoltato il silenzio, ho sfogliato i miei sogni come le pagine di un libro. Indugiando in un limbo di ricordi, timori e speranze, in bilico tra l’inferno e il Paradiso. Mentre tutti dormivano, a poco a poco si svegliavano le mie emozioni. Nell’intimità del buio riuscivo a viverle fino in fondo.

Ed ecco l’alba. Mi sono avvicinato alla finestra, ho visto riflessa la mia faccia nel vetro e, come facevo da bambino nella mia stanzetta a Pisa, ho recitato la formazione dei miei miti: «Riva, Mazzola, Rivera, Facchetti». Mi mettevo davanti allo specchio appeso all’armadio che dividevo con i miei fratelli, gonfiavo d’aria il mio torace ossuto e cercavo di capire che effetto avrebbe fatto il mio nome pronunciato insieme a quelli di veri campioni: «Riva, Mazzola, Rivera, Tardelli». A quel punto, buttavo fuori tutta l’aria e mi fermavo. Ma come avrebbero fatto le persone a gridare il mio nome? Mi sembrava impronunciabile.

L’ultima volta che la nazionale aveva incontrato la Germania nella fase finale di un Mondiale risaliva all’epica partita Italia-Germania 4 a 3. L’avevo guardata da un piccolo televisore incastrato in un angolo del retrocucina del Grand Hotel Duomo a Pisa, dove facevo il cameriere. E invece, questa volta, in campo andavo io. Ero il numero 14 della Nazionale di calcio italiana. Erano passati 44 anni da quando avevamo vinto l’ultima coppa del Mondo, ed era giunta l’ora di riconquistarla.

La mia testa era allo stadio Bernabeu, affondavo i piedi nudi nella moquette della stanza come per testare la consistenza del campo. Tutto intorno a me era ovattato. I miei sensi, i miei pensieri erano concentrati sulla finale.

Dovevo raggiungere i miei compagni per la colazione, era arrivato il momento di scoprire il mio destino. L’emozione più forte è sempre l’attimo prima della sfida.

Tratto dal libro: “Tutto o niente”
di Marco e Sara Tardelli
ed. Mondadori

L’urlo di mio padre

A(b)Braccio # Sara Tardelli

Posso assicurare che gli urli che mio padre ha dedicato a me e mio fratello sono molto più clamorosi di quello al Bernabeu. L’11 luglio 1982, mentre 36 milioni e 700 mila italiani guardavano la partita, dormivo. Ma quell’urlo è rimasto impigliato anche nelle trame della mia vita.

Fare il calciatore ai massimi livelli, come ha fatto mio padre, costringe anche la sua famiglia a misurarsi con il successo e con i sacrifici necessari per raggiungerlo. Per esempio, quando sono nata, mio padre non c’era, il che si concilia maluccio con l’idea romantica del padre che una primogenita accarezza già nei suoi sogni embrionali.

E comunque, tutte le persone che lo amano davvero devono rassegnarsi a questa sua passione travolgente per il pallone, con la consapevolezza di chi sa che, se è impossibile competere con un grande amore, è possibile invece diventarne complici.

Tratto da: “Tutto o niente”
di Marco e Sara Tardelli
ed. Mondadori

Metti una sera un trionfo a Berlino

A(b)Braccio # Adolfo Fantaccini

Il 2006 poteva essere un anno come tanti, di quelli che non lasciano ricordi e non hanno storie troppo interessanti da raccontare. Anni senza sapore, né brividi. Anni qualunque, privi di passione o di autentici interrogativi sul dove andremo a finire, magari continuando così.

Dieci anni dopo, a guardare quel 2006 privo di grandi fermenti, tornano alla mente fotogrammi che sono entrati nella nostra storia, perché associati a un’atmosfera, un episodio, un volto, una canzone. La prima che torna alla mente non ha parole, né senso logico: è un “po-po-po-po-poooo”, urlato in tutte le piazze italiane la sera del 9 luglio. Un decennio fa, la Nazionale di calcio tornava sul tetto del mondo, con la coppa in mano, a guardare tutti dall’alto. Metti una sera un trionfo a Berlino, nella capitale del rigore economico, fa impazzire di gioia l’affermazione dal dischetto del…rigore.

In quel 2006 il mondo dello sport è flagellato dallo scandalo passato alla storia come Calciopoli, che mette alla gogna per la prima volta nella storia anche i grandi club (tranne l’Inter). Lo scandalo degli scandali si materializza alla vigilia del Mondiale in Germania, mentre non si erano ancora spenti gli echi e i clamori delle Olimpiadi invernali organizzate da Torino. L’Italia, che su quella Coppa del mondo avrebbe messo il proprio marchio, minaccia addirittura di non partecipare al torneo iridato, ma alla fine si decide e va avanti. Nessuno avrebbe potuto prevedere che gli azzurri arrivassero addirittura fino alla fine.

Nell’anno dell’arresto del boss Bernardo Provenzano, dei primi cinguettii di Twitter e della nascita del dominio WikiLeaks (l’organizzazione che negli anni a venire avrebbe fatto tremare i governi di tutto il mondo), se ne vanno per sempre pezzi di storia della cultura, come il pittore Domenico Rotella o la giornalista Oriana Fallaci, ma anche uomini di sport come Giacinto Facchetti, storico capitano azzurro, il re della sceneggiata napoletana, Mario Merola, l’attore Philippe Noiret, infine il famigerato dittatore Augusto Pinochet.

Di quell’anno resta però quasi solo il ricordo della corsa imbizzarrita di Fabio Grosso, con lo sguardo fra lo stralunato e l’incredulo, dopo il gol dell’1-0 messo a segno nella semifinale contro la Germania, a Dortmund. La prepotenza di Fabio Cannavaro, che esce dalla difesa con il pallone fra i piedi. Ancora la faccia di Fabio Grosso, che si avvicina ansioso al dischetto del rigore, per trasformare il tiro della vittoria nella finale di Berlino contro la Francia (forse, pure lui si, avrà pensato che “non è da questi particolari che si giudica un giocatore…”). Infine l’immagine di un uomo solo al comando, un viareggino doc come Marcello Lippi, che fuma il sigaro in campo a Berlino, mentre i ‘suoi’ ragazzi si passano di mano in mano la Coppa del mondo, impazziti di gioia e non solo.

Sono passati 10 anni, il mondo ha subito altri cambiamenti, ma il ricordo di quella calda sera d’estate è ancora così vivo da poter essere quasi toccato con le mani.