In cucina, dopo cena

A(b)Braccio # Filippo La Torre

La carta geografica del Sud America srotolata sul tavolo lo coprì per intero. Già da solo, il Brasile sbordava da una parte.

– Ecco, partiremo da qui, da Buenos Aires.
– E poi? Quali sono le tappe successive?
– Non ci sono tappe successive, nulla è programmato e niente è certezza.

Stavo seduto sul divano con lo smart in mano, ma la mia attenzione era rivolta a quello che veniva detto alle mie spalle.

– Dovremmo visitare l’Argentina, il Brasile, la Bolivia, il Perù e qui mi fermo che sei mesi sembrano tanti ma anche le distanze sono notevoli.
– Certo che sei mesi sembrano tanti, ma Einstein non per niente beccò il Premio Nobel dando certezza matematica all’elasticità del tempo e dello spazio.
– E per soldi come siamo combinati? – chiese Oliviero.
– Ma non servono soldi. Viaggeremo utilizzando il movimento wwoof e l’organizzazione del couchsurfing.

Drizzai di più le orecchie.

– Il wwoof è un movimento che ci permette di essere ospitati in cambio del lavoro che offriremo. Si rivolge soprattutto a entità rurali. Ma tu dovresti saperne già qualcosa. Quando ti ho ospitato a Ragusa cosa mi hai dato in cambio? Hai costruito un bancale, hai raccolto le olive e ci hai aiutato nella costruzione della casa di paglia.
– Ah… come hai detto che si chiama questo movimento?
– Si chiama wwoof.
– E il couchsurfing?
– E’ un servizio gratuito di scambio di ospitalità. Utilizzeremo entrambi i servizi a seconda delle disponibilità che si presentano, ma obiettivo primario rimane l’esplorazione di realtà rurali marginali rispetto alle grandi città.

Oliviero si grattò la testa scombinandosi i pochi capelli che gli rimanevano, pochi ma lunghi quanto bastava per annodarli in una treccia.

– Questa però, cara Alessandra, mi sembra un’avventura diciamo un poco arrisicata. Una cosa è scendere da Ancona fino a Ragusa Ibla, al Vallone delle Pezze, altra cosa attraversare l’oceano per inoltrarsi nel nuovo mondo. Un poco d’argent ci vuole.
– Ti ho raccontato della nostra carovanainviaggio? Certo eravamo più giovani, ma con duecento euro in tasca per ogni viaggio abbiamo visitato il Marocco, la Tunisia, la Spagna, l’ex Jugoslavia, la Bulgaria, la Turchia, la Grecia e l ‘Albania. Tutto in autostop e a dormire nei posti più impensati. Eravamo in venti, venticinque, ma nessuno si è mai perso. Mai seguito rotte commerciali, che se vuoi assorbire un poco l’anima dei paesi che visiti devi dormire con i contadini e i pescatori.

Posai lo smartphone sopra il divano e mi girai giusto in tempo per carpire lo sguardo d’invidia di Oliviero. Per quanto mi riguarda, da tempo, non ho la fortuna di trovare un sospiro.

Sotto l’albero di Siddharta

A(b)Braccio # Antonio Ortoleva

Chiedo a un lama vietnamita: come si può introdurre in occidente, nel nostro stile di vita insomma, la gioia e la saggezza buddhista per migliorare la vita? Il monaco anziano, piccolo e rotondetto, sorride, di un sorriso morbido, senza parole. Io ci metto un pò, ma la capisco cosi: stampa questo sorriso sulla tua faccia e vai per la tua strada.

Subito, una ragazza malese con Smart Phone in mano, chiede al vecchio monaco se può scattare un selfie. Il saggio in tonaca zafferano si accosta con il medesimo sorriso e rivolge lo sguardo un attimo verso di me prima di spostarlo verso l’obiettivo, tanto per rafforzare il concetto. Il buddhismo è semplicità, la vita sia semplice.

Sotto l’albero di Siddharta, dove due millenni e mezzo addietro il principe che divenne Dio restò per anni a meditare, l’eco del gong della campana delle meditazioni risuona come un vento carezzevole sulla distesa di tonache arancioni, tabacco, sino al grigio perla giapponese. Ed è veramente piacevole restare lì, sotto la doccia di ioni che scendono giù dall’albero della vita, che protende sinuoso i suoi rami in modo acrobatico, mentre qualcuno raccoglie una foglia caduta dalla punta arcata come una spada, che dicono porti tanta buona sorte.

L’India è il topos globale della spiritualità, nonché la terra promessa dell’high-tech e delle multinazionali all’arrembaggio, le due dimensioni convivono e spesso convergono. Qui è nato e si è rivelato Buddha, qui i più importanti siti buddhisti mondiali, ma il suo pensiero si è diffuso altrove: Cina, Thailandia, Giappone, sud-est asiatico. Gli indiani che erano induisti da un millennio divennero buddhisti per poi tornare alle origini. Ma ora puntano sui templi e gli stupa (giganteschi contenitori delle ceneri dei santi) del Buddha che nessuno possiede, per costruire certo un circuito, quindi turismo, quindi business, e in pari per accreditare più che una città una zona santa all’unica religione monoteista che ne è priva, dopo Roma, La Mecca, Gerusalemme, Benares.

Ecco perché l’Indiatourism ha invitato qui giornalisti di viaggio e di scrivania, studiosi, tour operator e monaci da tutto il mondo. Induismo e buddhismo hanno molto in comune, a cominciare dal rapporto con la sofferenza. Entrambe la considerano una prova verso mete supreme, i cristiani un castigo.

Una parabola indiana dice così: “Se una brutta notizia bussa alla porta, vai ad aprire e falla accomodare con un sorriso”.