Adesso ti spiego una cosa

A(b)Braccio # Ettore Zanca e Viviana Trifari

Sono ad un tavolo di un ristorante. Sto mangiando con mio figlio. Questi giorni in pizzeria sono per noi delle oasi. Sta crescendo, sta diventando un uomo, a volte creo questa atmosfera di coca cola per lui e birra per me, di Margherita e di Caprese, per farlo parlare di sé. Mi chiedo come sarà quando si innamorerà. Capto due donne al tavolo dietro il mio. Stanno discutendo dei “femminicidi”, mi giro con una scusa, facendo finta di cercare il cameriere. Due belle donne. Ben truccate, una grazia e una delicatezza dei gesti, le loro idee disegnate nell’aria dalle mani e dipinte dalle parole.

“… E mi porto addosso il mio essere donna, mamma, collega e amica e pesa però sulle spalle, come un macigno, l’essere femmina. Essere “femmina” vuol dire saper cambiare il colore degli occhi e mostrare i denti o le labbra a seconda dei casi, significa farsi scivolare i capelli sul viso e tenerseli scompigliati sugli occhi, significa saper marciare a volte e ancheggiare in altre, significa sapere dire di sì a storie di una notte e dire no al proprio marito, dopo tanti anni insieme ”.

Parole. Ma con una grazia in cui la morale non c’entra nulla. Noi uomini che siamo “donnaioli”, se abbiamo più di una storia. Noi uomini che rivendichiamo la mascolinità, esibendo in discorsi al bar, con gesti volgari, la nostra conquista extraconiugale. In quella sorta di omertà, in cui tra di noi ci diciamo cose che tutti immaginano, ma nessuno sa. Loro, se raccontassero come noi, sarebbero “puttane”. Loro non sono nemmeno puttane, se decidono di andare via da uomini violenti, loro non sono, non sono più nulla. Nulla più che carne da omicidio. Forse rimango assorto un momento di troppo, una di loro mi guarda, l’altra sembra quasi approvare di avere un pubblico. Sorride, quasi a rabbonire l’amica che ascoltando ha fatto una espressione di disturbo.

“Essere femmine è un peso, in un paese dove se prendi un bel voto a un esame universitario, ti chiedono se il docente era uomo. Essere femmine è difficile quando diventi mamma, ma hai ancora voglia di restare donna. Essere femmine è atroce, quando l’anima veste in minigonna o ha il rossetto rosso. Non mi hanno mai stuprata, e non perché sia stata attenta o perché non girassi “discinta”, semplicemente non è capitato. A sei anni, in un filobus, un uomo decise che dovevo capire quale fosse la consistenza del suo membro, mia madre non si accorse di nulla, eppure era morbosamente attenta a me, si fidava, forse, di altri padri in quel mezzo di trasporto. Arrivata a scuola, lo dissi alla maestra, mi mandò a lavare le mani spedita e mi disse di non parlarne più. Non sapevo cosa fosse “la vergogna”, lo scoprii in quell’istante”.

Un ladro di parole altrui. Mi chiedo se in questo momento anche io non stia facendo una piccola mancanza, mi dico che no. Ma non perché sia bello ascoltare i discorsi di chi è nella propria bolla di confidenza. Ma è altro, è che in quei discorsi c’è la delicatezza d’acciaio di essere donna. Un ruolo che, già fin da piccole, parte penalizzato. Devi recuperare non sapendo nemmeno cosa. Sei una femmina, per luogo comune non capisci niente, per luogo comune sei deboluccia e fragile. E allora giù muscoli, fisici e mentali, a volte anche giù botte nelle risse da ragazzini, pur di non soccombere. E se soccombi, guai a rivelare la vergogna. Se qualcuno in casa ti picchia, sei tu la troia che non doveva dirlo in giro, che hai rovinato tutto. L’orrore ha molte facce. Ripenso a quello che ho letto tempo fa, mentre la loro gradevole parlata in leggera cantilena mi arriva in sottofondo. Abbiamo il poco invidiabile record di donne uccise, in casa, per strada, bruciate. Da chi? Non da invasori alieni, da noi, noi uomini. Compagni, amici, ex mariti. Siamo diventati armi inesplose? Siamo diventati centri di energia frustrata? Che si attivano con il “no” di una donna?

“Crescendo, ho sviluppato fattezze di femmina, fianchi larghi, seno materno e vita stretta. A 14 anni ero una bambina, ma smisi di mangiare ghiaccioli, perché qualche operaio, mentre ero di ritorno dalla palestra, mi disse che voleva lo “stesso servizio”. All’oratorio c’era un prete che vestiva firmato e aveva sempre belle donne adulte intorno, di quelle “che se la cercano”. Per intenderci, noi bimbette dovevamo accontentarci dell’attenzione di un altro uomo di chiesa, basso, rossiccio e sudato, che ci mandava a casa “col bacetto”, e si intendeva che dovessimo darglielo a fior di labbra. Non mi hanno mai stuprata, ma spesso mi sono sentita ‘violata’”.

Questo, dunque, consentiamo? Una volgarità violante. Mi chiedo quante volte anche io abbia fatto apprezzamenti su qualcuno, forse sì, il cameratesco delle persone dello stesso sesso può essere ancora possibile, ho sentito anche io donne parlare di sesso tra loro, da far arrossire un amatore scafato. Il problema non è quello, ma l’ostentazione di una sessualità non voluta, la presunzione che violare con una battuta fuori luogo e ammiccante un giardino di delicatezza o di sensibilità, sia virile. A me hanno insegnato che chi ama davvero le donne è molto discreto, nel corteggiamento quasi arcaico e nel tenere nascoste le proprie conquiste, nel non farne oggetto di squartamento. Stiamo perdendo l’educazione sentimentale, ma peggio, stiamo consentendo a professionisti da quattro soldi nel campo dell’informazione e della psicologia, di tracciarci come immaturi, falsi, manipolatori. Si sta svilendo tutto. Esaltando la cronaca, si degrada quello che non fa notizia, l’uomo onesto, che mantiene le promesse e che porta avanti il suo amore, o che sceglie di amare un’altra donna perché innamorato, non per sesso.

“Ho letto commenti e avuto dialoghi surreali sugli ultimi pezzi di cronaca, ho sentito con le mie orecchie che a 13 anni, se si ha un corpo di donna, bisogna stare attente, ho letto che se nella tua intimità “giri un video”, sei peggio di una ninfomane e ho visto la morbosità di chi cercava il video della 17enne violentata e ripresa dalle “amiche”. Qualcuno ha parlato di sessismo o maschilismo. Io ho percepito, invece, una totale e completa mancanza di empatia e solidarietà, da entrambi i sessi. Con onestà intellettuale, non posso dire che visivamente Tiziana, la donna che si è uccisa, fosse il genere di donna che io apprezzi, ma non posso condannarla, né giudicarla per la sua intimità, perché io come Tiziana ne ho una, e mi fido del mio partner, se vado a letto con un uomo, si presuppone che mi fidi, che cazzo, voi andate a letto con gente della quale diffidate? E se vi ammazzassero? Sarebbe o no colpa vostra, visto che “non vi fidavate”, ma ci siete state? Perché se è vero che con la “fiducia” si può costruire, la diffidenza diventa un’arma di distruzione”.

La donna che ha ascoltato, ha incrociato il mio sguardo. Io mi sono vergognato. Non per avere ascoltato, ma per aver toccato il degrado che una donna prova a quantificare in una vita in cui cerca solo di vivere amando, provando a essere femmina con un uomo di cui si fida, oppure semplicemente venendo guardata con la stessa ammirazione con cui verrebbe guardato un uomo dagli amici. Invece no, lui è uno stallone, lei una puttana. Mi alzo, sorrido alla donna che con più indulgenza mi ha accolto come ascoltatore, mio figlio torna con un’aria scocciata. Lo accolgo, chiedo che succede.

– Succede che le femmine non capiscono niente e vogliono fare cose che a me non piacciono, il mio amico gli ha detto che devono stare zitte, che le femmine non devono parlare!

Mi risiedo nuovamente, ho gli occhi delle due donne addosso.

Forse è tempo che si educhi ad una educazione sentimentale diversa.

Credo sia proprio questo il momento, almeno per me, che gli metta una mano sulla spalla e dica: “Adesso ti spiego una cosa…”.

Perversione 2.0

di Daniela Tornatore

Che cos’è? Gusto dell’orrido? Alienazione? Cattiveria strisciante? O il desiderio inconscio di emulazione? Non lo saprò mai. Quello che so è che sono ancora sconvolta. E lo sono ogni volta che su Facebook mi imbatto, mio malgrado, nella visione di video raccapriccianti, che neanche Dario Argento nei suoi film.

Una perversione che si scatena quasi sempre sugli animali, vittime preferite da gente crudele, probabilmente repressa, certamente deviata. Gli animali, i cani soprattutto, la rappresentazione massima dell’essere indifesi.

Ne vedo tanti, purtroppo, in questa vetrina legalizzata che è Facebook. Cani bastonati, impiccati, avvelenati, usati come palline da ping pong. Video in cui la violenza e la crudeltà raggiungono livelli impressionanti. E ogni volta è una lotta con me stessa nel disperato tentativo di cancellare, dimenticare, annullare.

Ma aI disgusto non c’è mai fine. E se c’è un fondo, lo ha certamente toccato lei: quella stronza vestita di nero, con le scarpe rosse, tacco alto, capelli lunghi, che con un’espressione degna di Lucifero, se ne sta lì a seviziare un povero cane, con la fiamma ossidrica in mano. Un povero cane che non può fare niente, se non contorcersi e ansimare, legato come un salsicciotto dal muso in giù. Lei se la gode, mentre il cane brucia lentamente. E c’è qualcuno che riprende quella scena che non finisce mai, senza tradire un minimo di esitazione. Basta e avanza per avere dei conati di vomito che tornano ogni volta che ci ripenso.

Luridi schifosi, esseri indegni di stare a questo mondo, che forse non avete avuto abbastanza dalla vita e quell’abbastanza è già troppo. Gente di merda, col cervello annientato da non so che e non so chi, col vostro sadismo senza limiti, da fare impallidire persino Jack lo squartatore. Che ribrezzo che provo nei vostri confronti.

Ma forse, purtroppo, c’è chi sta peggio di voi. Perchè non può essere sano di mente chi quei video non solo li guarda, ma li posta su Facebook e li condivide, collezionando dei like travestiti da indignazione. Cosa credete, di sensibilizzare chi? Di denunciare cosa? Indegni pure voi, forse anche di più.

Avete fatto il loro gioco, mostrare violenza, crudeltà all’ennesima potenza, avallare un voyerismo da quattro soldi. Siete gli stessi che poi commentano le prodezze dei Cinque Stelle, le campagne sulla fertilità, la formazione della Nazionale agli Europei di calcio, la ricetta degli spaghetti con i ricci, come se niente fosse. Non vi è rimasto niente di quel cane sofferente, solo, indifeso, innocente. Che avete condiviso a fare quel video? Perchè? Qual è esattamente il vostro messaggio?

In un mondo perfetto di voi non ci sarebbe traccia. In un mondo perfetto quella fiamma ossidrica andrebbe usata su di te, stronza di una donna dalle scarpe rosse. Lasciartela scivolare addosso con la stessa crudeltà con cui tu l’hai fatta subire a quel povero cane, con calma, senza fretta. E invece sono in questo mondo e io non posso fare niente. Solo odiarti e maledirti.